Stipendi pubblici: il Consiglio di Stato dà ragione ai magistrati

Il ministero dell’Economia chiamato a ricalcolare gli aumenti del contratto 2018-2020 su parametri più alti che avranno effetto anche sui contratti dei due trienni successivi. E potrebbero aggiungersi i docenti universitari. Tutti gli altri dipendenti pubblici possono solo guardare.

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Il vecchio proverbio che “cane non morde cane”, salvo qualche rara eccezione vale per la casta dei magistrati, con quelli delle corti civili e penali che hanno impugnato dinanzi ai “colleghiamministrativi del Consiglio di Stato le modalità di calcolo degli aumenti retributivi decisi dal governo di Mario Draghi nel 2021, fatto che ha innescato una lunga vertenza giudiziaria con protagonista l’Associazione nazionale magistrati che, alla fine l’ha spuntata dinanzi al cospetto del Consiglio di Stato, vedendosi riconosciute le proprie ragioni in ordine economico.

Una sentenza, quella dell’ordinanza 5140 appena depositata, che di fatto allarga i cordoni della borsa per tutti i magistrati, a partire da quelli che hanno fatto ricorso e che per simpatia si allargherà anche alle altre categorie del mondo della giustizia, con la possibilità di estendersi anche al mondo delle cattedre universitarie che adottano lo stesso meccanismo di calcolo delle retribuzioni, che fino ad ora non avevano fatto ricorso, ma che ora potrebbero cavalcarlo.

Di fatto, l’ordinanza della massima magistratura amministrativa riconosce una maggiore rivalutazione agli stipendi, per un importo medio di 16.000 euro di arretrati a toga, per un totale di 200 milioni di euro per il solo primo triennio di vertenza contrattuale 2018-2020. Con la probabilità, anzi la certezza trattandosi di vil denaro, che questa si estenda anche ai due successivi contratti con una proiezione di maggiore spesa di oltre un miliardo di euro. Soldi che il ministro Giorgetti deve trovare e scucire entro il prossimo 5 settembre. Salvo che al treno dei ricorsi non si aggiungano anche i docenti universitari, cosa altrettanto probabile con un possibile raddoppio e anche oltre della spesa imprevista.

Una bella pioggia di denaro nelle tasche di una categoria sicuramente privilegiata, visto che secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato, la magistratura ordinaria ha emolumenti medi da 154.000 euro lordi all’anno su 13 mensilità (11.800 al mese lordi), quella militare da 152.000 (11.600 al mese), quella contabile da 174.300 (13.400 al mese), quella amministrativa da 188.500 (14.500 al mese), mentre la magistratura tributaria viaggia sui 201.000 euro annui (15.400al mese) e l’Avvocatura dello Stato sui 189.500 (14.500 al mese).

Fa comunque specie che gli effetti della sentenza del Consiglio di Stato si fermi ai confini delle categorie di vertice della pubblica amministrazione, come sono magistrati e docenti universitari, e non si estenda a tutto il comparto pubblico.

Sempre in tema di aumenti stipendiali del comparto pubblico, nel 2015 la Corte Costituzionale decise in modo diametralmente opposto, quando fu dichiarato incostituzionale il blocco dei contratti del pubblico impiego operato dai governi Berlusconi, Monti ed Letta. Allora la Consulta accertò l’illegittimità del provvedimento, ma non riconobbe gli effetti retroattivi ai lavoratori, ai quali fu impedito di recuperare le somme pregresse.

Fu una sentenza che sollevò un mare di polemiche, sia tra i lavoratori che tra la politica, a partire dallo sbandierare il mancato rispetto dell’articolo 36 della Costituzione («Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa»).

Si discettò sul principio giuridico che il blocco degli stipendi deve essere circoscritto nel tempo. Ma il successivo governo di Renzi non dovette restituire un euro ai dipendenti pubblici, condannandoli a perdere il 15% di potere d’acquisto, mai più recuperato. Ma qui si parla di dipendenti pubblici da 1.500-2.000 euro al mese netti, mica i 6-7.000 euro netti al mese dei magistrati.

Dietro l’angolo c’è il rischio che, dopo l’abolizione del tetto di retribuzione nella pubblica amministrazione da 250.000 euro portato a 320.000 euro, sempre grazie ad una sentenza di magistrati, quelli della Corte Costituzionale, che interessa i vertici apicali dello Stato – a partire ancora una volta dai magistrati – ci possa essere una tendenza alla ricorsa dell’adeguamento salariale anche per le gerarchie inferiori della casta giudiziaria, con conseguente ulteriore esborso per le casse dello Stato. C’è il rischio più che fondato che in Italia qualcuno sia più uguale di altri, specie nel campo dei diritti retributivi e dei privilegi.

Giorgetti si prepari allo sportello con i soldi pronta cassa.

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