Referendum sull’Autonomia: già trascorsi 9 danni dal 22 ottobre 2017

Veneto e Lombardia sono ancora in attesa e quanto proposto dal governo Meloni è un’Autonomia stracciona, priva di reale potere e, soprattutto, senza soldi.

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Sono passati ben 9 anni dal 22 ottobre 2017 quando alcuni milioni di elettori di Veneto e Lombardia si sono recati alle urne al referendum sull’Autonomia autogestito dalle due regioni per votare sulla richiesta di ottenere quella maggiore capacità di autogoverno riconosciuta dalla riforma costituzionale del 2001, ma mai attuata.

Di fatto, i governi che si sono succeduti da allora, di sinistra, tecnici e di destra hanno buttato l’esito del referendum sull’Autonomia nelle sabbie mobili del Parlamento, dove tutto entra e ben poco vi esce, specie nelle modalità attese da cittadini ed imprese.

Nonostante l’impegno nella legislatura corrente da parte del ministro all’Autonomia, Roberto Calderoli, quanto fatto con l’approvazione della legge quadro e con la stipula delle intese tra stato e regioni è di fatto una riforma depotenziata, un’Autonomia stracciona, legata a triplo filo alle ubbie delle maggioranze parlamentari e del governo nazionale di turno, oltre che priva del suo principale fondamento, le risorse economiche da gestire in loco.

Una situazione dove si è assistito a una sorta di gioco dell’oca autonomistico, dove si è partiti sull’onda del successo del referendum sull’Autonomia con il governo Gentiloni che aveva firmato le intese con le regioni richiedenti senza inutili orpelli legislativi – così come disposto dalla stessa Costituzione – per poi fare entrare tutta la procedura nelle sabbie mobili parlamentari, da cui il governo Meloni, con un parto podalico, ha dato alla luce una riforma in gran parte insignificante e quasi totalmente insoddisfacente.

Ne traccia un quadro ben preciso l’ex senatore leghista veneto, Paolo Franco: «cosa è rimasto del risultato sul referendum sull’Autonomia? Alcuni disegni di legge che trasferiscono qualche funzione, ma nessuna materia e men che meno l’istruzione».

Dalla legge quadro approvata dal Parlamento e dalle intese sulle norme non Lea, quindi attribuibili alle regioni che hanno fatto richiesta di maggiore Autonomia – al momento, oltre a Lombardia e Veneto, il Piemonte e la Liguria, tutte regioni con governi di centro destra -, secondo Franco, «rimane ben poco. In tema di Protezione civile, le ordinanze regionali “sono emanate acquista la previa autorizzazione statale”, mentre circa l’attribuzione di funzioni, la regione assume “potestà normativa e amministrativa” ma non quella legislativa, che la legge quadro mantiene sempre e comunque in capo allo Stato».

Le cose non cambiano per la sanità. Secondo Franco, «la regione può gestire autonomamente alcune risorse trasferite dallo Stato “previa intesa con i ministri della Salute e dell’Economia e delle finanze”, di fatto legando la gestione regionale di un’importante settore come la salute pubblica ai desiderata del governo di turno».

Altri due passaggi contenuti nelle intese sono, a parere di Franco, significativi: «le disposizioni comuni sono una perla concreta di un’Autonomia molto parziale, perché si prevede che le competenze e le funzioni delegate siano “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”, cosa che si traduce con il fatto che Roma non toglie le sue grinfie da almeno una parte del residuo fiscale generato nelle regioni, per culminare con il fatto che la maggiore Autonomia in salsa Calderoli è a termine, dieci anni, rinnovabili, “salvo diversa volontà dello Stato da esprimere almeno 12 mesi prima della scadenza”».

Il paradosso è che Veneti e Lombardi hanno votato per ottenere più Autonomia sulla base di una precisa disposizione della Costituzione salvo, nove anni dopo, ritrovarsi con competenze circoscritte, risorse condizionate e un quadro di Autonomia che lo Stato può decidere unilateralmente di non rinnovare. Più che Autonomia differenziata, sembra un’autonomia in comodato d’uso: la utilizzi finché le condizioni lo consentono e senza modificare nulla di sostanziale.

E se l’ex Doge veneto, Luca Zaia, diffonde una lunga nota sul suo anelito personale autonomistico, dalla culla alle paludi della politica nazionale, cullandosi su quel risultato referendario di 2.328.949 Veneti si recarono alle urne e il 98,1% dei voti validi favorevoli ma, dopo 9 anni, sostanzialmente traditi alla richiesta di una maggiore Autonomia, per il segretario federale di “Patto per il Nord”, Paolo Grimoldi, «quanto sta accadendo è la conferma che per il governo centrale il Nord rimane solo una vacca da mungere senza neanche darle un’alimentazione di qualità nonostante i 100 miliardi di ottimo residuo fiscale assicurato alle casse nazionali. Di fatto anche il centro destra di governo nazionale conferma il suo centralismo, come testimonia anche il completamento della metamorfosi nazionalista della Salvini premier che ha definitivamente abbandonato le origini autonomistiche e federaliste della Lega Nord e di Umberto Bossi».

Una situazione che sta deludendo molti al Nord, specie in Lombardia e Veneto, circondati da due regioni ad autonomia speciale come Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia.

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