Al termine delle audizioni della commissione bilancio del Senato è scoppiato il caso su chi la manovra 2026 va ad avvantaggiare, quei contribuenti che “colpevoli” di guadagnare da 28.000 a 50.000 euro lordi all’anno – pari a circa 2.500/2.800 euro netti al mese su 13 mensilità – definiti da molti “ricchi”. La vulgata è di una manovra 2026 che dà ai ricchi e niente ai poveri.
La realtà è che per una volta – da almeno un decennio a questa parte – la manovra finanziaria di fine anno del governo si ricorda di dare qualcosa anche a quella piccola massa di pecore finora ritenute solo buone per la tosa fiscale, vacche da mungere sempre e a prescindere, senza mai dare nulla in cambio a loro.
Ridurre le imposte su chi lavora e contribuisce in modo significativo non significa penalizzare altri, ma riconoscere il ruolo di chi sostiene la crescita, la spesa pubblica e il welfare del Paese.
«La questione non va letta in termini di contrapposizione sociale tra chi ha di più e chi ha di meno – dichiara Valter Quercioli, presidente di Federmanager –, ma come la necessità di riequilibrare un sistema che oggi grava in modo eccessivamente squilibrato su chi contribuisce di più. Il principio di progressività resta e deve restare fondamentale: il punto è renderlo equo e sostenibile, così da rafforzare la solidarietà e non indebolirla».
La misura più discussa – la riduzione dal 35% al 33% dell’aliquota Irpef per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro che estende i suoi effetti fino a 200.000 euro complessivi lordi – è un intervento mirato che si inserisce in una logica di riequilibrio. In Italia, infatti, l’aliquota massima del 43% scatta già a partire dai 50.000 euro lordi, molto prima rispetto ad altri Paesi europei: in Francia il 45% scatta oltre i 152.000 euro – tre volte l’Italia -, mentre in Germania il 42% scatta oltre i 175.000 euro. Oggi solo il 27,41% dei cittadini, circa 11,6 milioni di contribuenti, versa quasi l’80% di tutta l’Irpef, mentre il 43,15% non dichiara alcun reddito. La fascia sopra i 55.000 euro – che comprende professionisti qualificati, quadri e dirigenti – rappresenta appena il 5,8% dei dichiaranti, ma contribuisce per oltre il 42% del gettito Irpef.
«Sono dati che parlano da soli – continua Quercioli -. Non parliamo di una categoria privilegiata, ma di lavoratori altamente qualificati che, insieme agli altri contribuenti onesti, garantiscono la tenuta del sistema Paese. Sostenere il ceto produttivo non significa accentuare le disuguaglianze, ma preservare le condizioni che consentono allo Stato di redistribuire risorse, investire in sanità, scuola e previdenza». Con una ulteriore specificazione, visto che i cosiddetti “ricchi” spesso, quasi sempre, sono costretti a pagare i servizi pubblici di cui godono due volte, una con le tasse e l’altra di tasca propria.
Il vero problema è un altro: a parità di reddito la tassazione dovrebbe essere uguale per tutti, superando le attuali, odiose differenze a seconda del percettore. Oggi, chi è un lavoratore dipendente con redditi fino a 20.000 euro lordi viene tassato circa 4.000 euro in meno all’anno rispetto ad un lavoratore autonomo e circa 2.500 in meno rispetto ad un pensionato. Sarebbe doveroso che il governo Meloni intervenisse per parificare la tassazione a parità di reddito percepito, anche perché i lavoratori autonomi, rispetto ai dipendenti, sono penalizzati per non avere le ferie pagate, per non avere la copertura reddituale durante la malattia, il rischio dei mancati guadagni ed altre amenità del genere.
A pesare sui “ricchi” c’è anche l’effetto del drenaggio fiscale che negli ultimi 5 anni ha colpito particolarmente i redditi tra i 32.000 e i 45.000 euro, mentre per quelli delle soglie inferiori la copertura operata dai vari provvedimenti governativi sarebbe stata quasi integrale. Anche qui, sarebbe opportuno attivare automatismi per cui la soglia degli scaglioni venga attuata automaticamente sulla base dell’inflazione effettivamente maturata.
Infine, la questione delle risorse per coprire le spese: anche nella manovra 2026 ci sarebbe spazio d’azione per incidere ben più dei previsti 7 miliardi di tagli alla spesa ministeriale, visto che la spesa per sprechi & sciali ammonta, secondo più studi succedutesi nel tempo, attorno ai 50-60 miliardi all’anno su un monte di circa 1.000 miliardi di bilancio statale. Ma ci sarebbe anche l’opportunità di non continuare a ripetere – sarebbe la quinta volta – un provvedimento fallimentare come la rottamazione delle cartelle fiscali per le entrate dello Stato e altamente diseducativa circa lo spontaneo adempimento degli obblighi fiscali da parte dei contribuenti.
Anche la Corte dei conti ha bollato l’eventuale quinta rottamazione fortissimamente voluta dalla Salvini Premier come un provvedimento che «sconta, comunque, le criticità, più volte sottolineate dalla Corte, e, in particolare, la possibilità che la misura possa ridurre la compliance fiscale, il rischio che l’Erario possa diventare un “finanziatore” dei contribuenti morosi, incentivando l’omesso versamento come forma di liquidità, l’incertezza sugli effetti sui saldi di finanza pubblica». Se lo dice il controllore dei conti pubblici, il premier Meloni non dovrebbe avere dubbi a dichiarare un “non possumus” di fronte ad un provvedimento che contribuisce a scassare e non a riparare i conti pubblici, stornando i fondi previsti per la sua copertura ad innalzare il tetto del secondo scaglione da 50.000 ad almeno 60.000 euro se non a 70.000 euro, riducendo minimamente la distanza che separa l’Italia dalla tassazione tedesca e francese.
Per rimanere sempre aggiornati con le ultime notizie de “ViViItalia Tv”, iscrivetevi al canale Telegram per non perdere i lanci e consultate i canali social della Testata.
Ti piace “Lo Schiacciasassi”? Iscriviti qui sul canale YouTube di “ViViItalia Tv”
Ti piace “ViViItalia Tv”? Sostienici!
YouTube
Telegram
https://www.linkedin.com/company/viviitaliatv
https://www.facebook.com/viviitaliatvwebtv
© Riproduzione Riservata

