Riforma ETS e nuovi obiettivi di elettrificazione: quando la politica è fuori dalla realtà

Per nascondere il fallimento del “Green Deal”, la Commissione rilancia con l’obiettivo dell’elettrificazione spinta di manifattura e servizi.

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La Commissione europea ha appena pubblicato la proposta di riforma Ets (il mercato delle quote di CO2) che ha sollevato un coro di reazioni negative, sia da parte di chi ne chiedeva una seria revisione – a partire da Confindustria Italia, Francia e Germania -, sia da parte di chi invece lo considerava insufficiente – a partire dalle organizzazioni ambientaliste che chiedevano maggiori restrizioni -. Bruxelles con la proposta di riforma Ets ha cercato di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel tentativo di ottenere la società ebbra e i soldi in cascina, lo scenario partorito da Ursula von der Leyen, Teresa Ribera & C. ha reso il sistema ancora più complicato, senza ridurne i costi né aumentarne l’efficacia.

Mentre gran parte della discussione si è concentrata sui tecnicismi e sulle percentuali di allentamento della morsa dei crediti di carbonio da acquistare sul mercato da parte delle aziende “inquinatrici”, la notizia più importante e dirompente è un’altra: accanto alla riformicchia dell’Ets – che ora spetta al Consiglio europeo stroncare definitivamente per evitare il deserto manifatturiero in gran parte dell’Unione -, la Commissione europea ha introdotto un nuovo obiettivo, per ora solo “indicativo“, relativo all’elettrificazione di fette sempre più ampie della produzione e dei servizi.

Secondo le nuove tavole ambientaliste della Commissione entro il 2040, il 46% dei consumi energetici totali nell’Unione europea dovranno essere elettrificati (attualmente si è attorno al 23%). Che l’energia elettrica avrà un ruolo crescente nell’economia pare assodato; che questo favorirà l’efficienza e la decarbonizzazione, pure, anche se in alcuni settori sarà estremamente difficile e oneroso concretizzarla. Quello che è tutt’altro che pacifico è che l’elettrificazione debba costituire un obiettivo in sé, tipico di un’economia continentale sempre più dirigista e sempre meno liberale.

Il tasso di sostituzione delle tecnologie tradizionali in ambiti come i trasporti e gli usi domestici dipende da una pluralità di fattori, tra cui l’andamento dell’economia, la demografia, il progresso tecnico e le preferenze dei consumatori. Nessuno può sapere come sarà il mondo tra quindici anni (nel 2040) e oltre. Poi, nessuno può sapere se – alla luce degli sviluppi futuri – la combinazione più efficace per abbattere le emissioni di CO2 sarà effettivamente quella immaginata, cioè imposta, dalla Commissione, così come sta evidenziando l’obbligo dell’elettrificazione della mobilità che ha squassato in profondità la principale filiera economica europea, quella dell’automotive, aprendo d’emblée il mercato europeo ai produttori cinesi che stanno scalando quote con una velocità mai vista prima.

Con troppi obiettivi il rischio sempre più concreto è che non ci sia nessun risultato. A un obiettivo strettamente ambientale (la riduzione delle emissioni del 55% nel 2030, del 90% nel 2040 e net zero nel 2050, partendo da una quota di emissioni europee già di suo estremamente ridotta – il 7-8% di quelle globali – per arrivare ad azzerarle quando altre realtà le stanno incrementando) se ne affiancano uno sulle rinnovabili (42,5% dei consumi lordi di energia nel 2030, con risultati spesso non in linea con le aspettative, specie se si contano i 200 miliardi di incentivi caricati sulle bollette dei consumatori italiani o dei casi sempre più frequenti di produttori di energia fotovoltaica che falliscono per via dell’incremento verticale delle ore in cui il costo dell’energia prodotta è a zero o che è necessario pagare perché il gestore della rete la ritiri), uno sull’efficienza (riduzione dei consumi dell’11,7% al di sotto delle previsioni) e, adesso, uno sull’elettrificazione. In più, esistono vari sotto-obiettivi che contribuiscono a complicare lo scenario: la riduzione delle emissioni dai veicoli a motore, le prestazioni energetiche degli edifici, l’idrogeno, la riduzione dei rifiuti e via discorrendo. È anche questa proliferazione di obiettivi più o meno vincolanti (a cui sistematicamente segue un carosello di sussidi, tasse, obblighi e divieti) a far esplodere i costi della decarbonizzazione.

Il dibattito si è concentrato sulla riforma Ets, che rappresenta l’elemento più visibile e quindi l’anello debole del “Green Deal”, già di suo ampiamente fallimentare perché troppo ideologico e lontano dalla realtà di cittadini e imprese. Ma ne è anche la componente più efficiente, perché si limita a fissare un prezzo alle emissioni, lasciando che sia il mercato a trovare il modo di ridurne l’entità al minimo costo.

Ogni ulteriore vincolo ha due conseguenze: da un lato, comporta assorbimenti di risorse potenzialmente sproporzionati rispetto al risultato (per esempio, il Superbonus 110% e is sussidi ai trasporti ferroviari); dall’altro, la priorità a investimenti potenzialmente più costosi finisce per cannibalizzare i cali di prezzo dell’Ets, rendendolo un balzello indigesto e percepito come ingiusto perché meramente aggiuntivo e penalizzante in un contesto di concorrenza globale.

Non solo questo rende la decarbonizzazione più onerosa: la getta in pasto ai gruppi di interesse che fanno a gara ad aggiudicarsi l’incentivo o il regolamento che più li avvantaggia, con il risultato di rendere competitivo il settore solo fin tanto che è sostenuto da incentivi pubblici, salvo contribuire alla delegittimazione delle finalità ambientali agli occhi di un’opinione pubblica sempre più sfiduciata, le cui necessità sono, più che azzerare le proprie già contenute emissioni, avere un lavoro sicuro, possibilmente ben retribuito, una casa a prezzo sostenibile e servizi pubblici funzionanti. Tutto il resto è fuffa tipica di politici sempre più distanti dalla realtà di ogni giorno, oltre di una casta di dirigenti europei strapagata che non vive i problemi quotidiani dell’operaio o della partita Iva.

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