Pensioni e tasse, Giorgia Meloni si gioca il consenso del ceto medio

La mancata rivalutazione delle pensioni medio alte è una stangata da 50 mld in 14 anni. L’innalzamento del secondo scaglione Irpef di soli 5.000 euro non copre neanche il fiscal drag. Ma si trovano soldi per l’abolizione parziale del bollo auto e per i pensionamenti anticipati.

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Alle voci pensioni e tasse della Manovra 2027 il governo di Giorgia Meloni si gioca il consenso elettorale della cosiddetta “classe media” che anche in questa tornata si vede usata solo come una pecora da tosare fiscalmente, nonostante abbia già abbondantemente dato e continui a dare, spesso anche oltre il dovuto.

La proposta di innalzare la soglia del secondo scaglione Irpef come da promesse dagli attuali 50.000 a 60.000 euro è stata amputata a soli 55.000 euro con un reale beneficio per chi guadagna oltre 2.500 euro netti al mese di circa 500 euro all’anno. Davvero ben poca cosa, visto che l’Italia è l’unico tra i “grandi” paesi europei ad avere l’aliquota massima del 43% (cui vanno aggiunte le addizionali regionali e comunali per un altro 5-6% circa) che scatta ad un livello intollerabilmente basso, gli attuali 50.000 euro, nel 2027 soglia portata a 55.000 euro, quando in Francia, Gran Bretagna e Germania il prelievo massimo scatta con soglie almeno tre volte più alte, attorno ai 150.000 euro. Una soglia, quella italiana, oltre che eccessivamente bassa, pure prodroma della perdita di quasi tutti i benefici fiscali.

Eppure i presupposti per dare finalmente soddisfazione alla classe media, sempre più in via di estinzione inesorabilmente trascinata verso il basso, ci sarebbero tutti, sempre che si voglia concentrare le risorse su pochi, tangibili temi piuttosto che attuare la solita distribuzione a pioggia, con qualche goccia per tutti, ma con il corollario di non soddisfare nessuno.

La vicenda tipo è quella dell’esenzione molto parziale del bollo auto riservata di fatto alle utilitarie da città e ai veicoli più vecchi, mentre sono escluse tutte le auto tipiche di una famiglia, a partire da tutti i modelli con motorizzazione Diesel, fino a tre-quattro anni fa largamente maggioritari nei parchi auto familiari. Ebbene, il costo del taglio del bollo, 2,7 miliardi di euro, per altro strutturale, ha costretto a stringere sul taglio dell’Irpef sul secondo scaglione, riducendolo rispetto alle promesse, salvo essere a tempo, limitato al solo 2027, mentre per gli anni a venire non si sa.

Logica e correttezza vorrebbe che le risorse del bollo auto venissero dirottate sul taglio dell’Irpef sul secondo scaglione, portandolo a 60.000 euro e pure anche a qualcosa in più anche per limitare la stridente differenza di trattamento riservata ai contribuenti forfettari che si sono visti innalzato il loro tetto di ben 15.000 euro, un valore che amplifica i già forti vantaggi di una tassazione al 15% contro il 33% di quella ordinaria del secondo scaglione Irpef. Opportuno se non doveroso che il Parlamento nella sua sovranità operi per un giusto riconoscimento delle legittime istanze del “ceto medio” che fino ad oggi, nel corso della legislatura quasi al termine, ha avuto molti meno benefici rispetto ai contribuenti del primo scaglione che, di fatto, oggi pagano poco o nulla rispetto ai servizi pubblici di cui godono.

La mancata piena rivalutazione delle pensioni oltre le quattro volte l’assegno minimo Inps va a colpire pesantemente coloro che hanno lavorato una vita con qualche responsabilità. L’articolo 55 della Manovra 2027 riporta in auge la rivalutazione per scaglioni d’importo, invece che per classi di reddito. Un cambio in corsa delle regole che comporta una perdita secca di oltre 50 miliardi nel periodo 2023-2036, la più ampia penalizzazione a danno dei pensionati, specie quelli con i trattamenti mediamente più alti, per di più operata da un governo di centro destra.

Alberto Brambilla, presidente del Centro studi Itinerari Previdenziali, ha fatto i conti di quanto vanno a perderci i pensionati dal cambio delle regole: «si tratta di 36 miliardi nel decennio 2023/2032 più 14 miliardi per il decennio 2027–2036. Oltre 65 miliardi considerando una rivalutazione piena all’inflazione. Una tassa annua da 3,57 miliardi per 14 anni a carico di 1,71 milioni di pensionati su 16,4 milioni! E pensare che alcuni esponenti di governo avevano dichiarato che la manovra è stata pensata a favore del ceto medio».

Brambilla va nei dettagli di ogni singolo scaglione di rivalutazione: «anziché applicare la rivalutazione fissata nel 1997 e poi dalla legge 388/2000 che prevede aumenti per scaglioni d’importo, pari al 100% sino a 4 volte il minimo, 90% tra 4 e 5 volte e 75% superiore a 5 volte il minimo, la rivalutazione per il 2027 sarà per fasce e quindi riguarderà l’intero importo della pensione che si rivaluterà decisamente meno. Per i trattamenti pensionistici fino a 4 volte il trattamento minimo (TM), 612 euro per il 2026, rivalutazione 100%; questo primo gruppo rappresenta 12,7 milioni di pensionati (77% del totale). Da 4 a 5 volte il TM (1,9 milioni di pensionati pari all’11,5%) rivalutazione 85%; peraltro, questi due gruppi avevano goduto di maggiorazioni rispetto all’inflazione negli scorsi anni, quindi l’88,5 dei pensionati nel periodo non perdono nulla. I problemi cominciano per le pensioni tra 5 e 6 volte il TM che riguardano 785.000 pensionati i quali si vedranno rivalutato l’intero importo della pensione solo al 53% dell’inflazione; si tratta di pensionati che percepiscono 3.672 euro lordi al mese (2.500 euro netti, non certo nababbi). Peggio andrà ai 525.000 pensionati che hanno una pensione tra 6 e 8 volte il TM, la cui rivalutazione sarà del 47%; tra 8 e 10 volte il TM, i 203.000 pensionati vedranno rivalutata la pensione solo al 37%; oltre le 10 volte il TM, 202.000 pensionati che avranno una rivalutazione del 32% sull’intero importo della pensione».

Secondo Brambilla «la quasi totalità del sacrificio graverà quindi sulle spalle di uno sparuto gruppo di 1.715.000 vecchietti con età media tra i 70 e 80 anni, molti dei quali acciaccati ma che, beffa del governo, non potranno beneficiare né della card per denti e occhiali dei pensionati fino a 28.000 euro di pensione (costo 1,65 miliardi), né di altri bonus e in più dovranno pagare tutti i ticket sanitari di cui l’88% è esente; una “botta” per il ceto medio dei pensionati.

Una pensione pari a 11 volte il minimo vale oggi 87.516 euro lordi l’anno, poco più di 55.000 euro netti cioè 4.250 euro al mese. Questa pensione negli ultimi 14 anni, per l’effetto trascinamento (la quota non rivalutata non si rivaluta più per l’intera durata della pensione) ha perso il 10% del potere reale d’acquisto nel periodo 2012-21 (governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e 2), pausa con il governo Draghi e un altro 10% con il governo Meloni. Oggi dovrebbe valere 15.900 euro in più pari a 103.000 euro lordi quindi nei 14 anni questo pensionato ha perso a causa delle continue mancate rivalutazioni oltre 111.000 euro, cioè un anno e tre mesi di pensione».

Insomma, il governo di centro destra con la Manovra 2027, sempre che il Parlamento non si ravveda, rischia di appioppare una batosta su una parte importante del suo elettorato, specie sulla categoria dei pensionati, sui quali pesa anche la tagliola dell’inflazione – a fronte di un’inflazione media per il 2026 del 3,2% il governo ipotizza nei suoi calcoli il 2,8% – con la conseguenza che un pensionato “ricco” da 87.516 euro annui lordi avrà una rivalutazione dell’1,024% e quindi perderà il 2,17%, altri 1.900 euro l’anno. È come se l’imposta Irpef per il ceto medio fosse stata aumentata di 1.900 euro invece che tagliata di 500 con l’innalzamento ai soli 55.000 euro.

Poi, si noti che per favorire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni si stanziano 850 milioni di euro per ciascun anno, soldi che andrebbero indirizzati a sanare l’esproprio a danno dei pensionati.

Per una maggioranza che “balla” attorno al premio di maggioranza e che rischia di essere superata sul filo di lana dalla coalizione di centro sinistra, un ripensamento sulle poste di bilancio della Manovra 2027 s’impone.

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