La jungla fiscale s’inselvatichisce: forti disparità tra contribuenti forfettari e ordinari

Simulazione della Cgil. La Manovra 2027 amplifica ulteriormente le differenze di imposizione tra diversi percettori a parità di reddito.

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La jungla fiscale esistente in Italia, nonostante gli sforzi prodotti dal viceministro alle Finanze Maurizio Leo di organizzare tutto il corpus legislativo in una serie di atti normativi che sfoceranno in un testo unico delle norme fiscali, s’inselvatichisce ancora di più con la Manovra 2027, andando a creare pesanti sperequazioni tra contribuenti con diversi regimi fiscali a parità di reddito prodotto.

Secondo una simulazione della Cgil che valuta gli effetti dell’estensione della flat tax da 85.000 a 100.000 euro e del secondo scaglione Irpef da 50.000 a 55.000 euro, «un professionista benestante con un reddito lordo da 100.000 euro pagherà, nel 2027 con il regime forfettario calcolato su 75.000 euro (gli altri 25.000 sono deduzioni forfettarie a copertura delle spese presunte), 8.658 euro di Irpef. Un lavoratore dipendente con un reddito da 51.000 euro lordi ne pagherà invece 14.030: pur percependo la metà, avrà un’imposta quasi doppia. Il primo risparmierà circa 10.000 euro all’anno, il secondo 100 euro all’anno – afferma il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari -. Inoltre, l’autonomo sarà completamente esentato dal pagare le addizionali locali, il dipendente continuerà a pagare in media 1.428 euro per finanziare i servizi pubblici regionali e comunali».

Ferrari rigira il coltello nella piaga sanguinante del ceto medio tartassato ed escluso da agevolazioni e benefici vari: «il sostegno dell’esecutivo al ceto medio? Pochi spiccioli e una disparità di trattamento che non potrebbe essere più clamorosa. Al 92% di lavoratori e pensionati questa manovra non dà alcuna risposta».

L’abbattimento dell’aliquota Irpef tra i 50.000 e i 55.000 euro (il massimo risparmio sarà di 500 euro all’anno) «costerà circa 1,3 miliardi, a fronte di un drenaggio fiscale che, nel solo 2026, sta costando 4,5 miliardi a lavoratori e pensionati – prosegue Ferrari -. Ma quanti sono i lavoratori dipendenti e i pensionati sotto la soglia dei 50.000 euro di reddito lordo annuo? Secondo i dati del Mef – riferisce Ferrari – ben 22,2 milioni di lavoratori su un totale di 24,1 e 13,4 milioni di pensionati su un totale di 14,5: in entrambi i casi oltre il 92% del totale. Per questa enorme platea di persone che vive di reddito fisso, drammaticamente eroso dall’inflazione e dal fiscal drag (tra il 2022 e il 2025 chi vive di salario o di pensione ha già pagato oltre 30 miliardi di euro di Irpef non dovuta), la manovra 2027 non prevede alcun sostegno sostanziale». Anche se nelle manovre degli ultimi anni, proprio la fascia dei contribuenti con redditi fino a 35.000 euro sono stati quelli più privilegiati dal governo Meloni, lasciando a secco quelli con redditi superiori, sui quali, è bene ricordarlo agli smemorati, grava oltre il 65% del gettito fiscale complessivo incassato dall’erario, mentre quelli che stanno sotto la soglia versano un contributo molto ridotto se non azzerato, che finisce con il non coprire i benefici sociali di cui godono.

Ferrari guarda al possibile taglio delle perequazioni delle pensioni oltre le 4 volte il minimo: «se dovessero essere confermate le indiscrezioni sull’ennesimo taglio alla perequazione delle pensioni, il quadro sarebbe completo: una manovra di bilancio che impoverisce ancora di più le persone che rappresentiamo», sorvolando che coloro che incassano pensioni fino a 2.000 euro lordi al mese saranno esenti da tagli che andranno, se mai ci saranno, a gravare su coloro che nella vita lavorativa hanno versato ingenti contributi, salvo vederseli taglieggiati spesso a favore di coloro che nella loro vita non hanno versato alcun contributo e che, tra trattamento minimo e altre agevolazioni locali, finiscono per incassare rendite anche di 1.000 euro netti al mese, oltre ad accedere a benefici da cui sono esclusi gran parte degli altri pensionati.

L’analisi della Cgil dà lo spunto per altre riflessioni sulla Manovra 2027, a partire dal taglio semi abortito dell’innalzamento del tetto del secondo scaglione Irpef a 60.000 euro che, se il Parlamento nel corso della discussione non interviene, si fermerà a 55.000 euro, facendo aprire il baratro del prelievo del 43% ad una soglia che in Italia scatta ad un terzo dei redditi degli altri grandi paesi europei (in Germania, Francia e Gran Bretagna l’aliquota massima dal 42 al 45% scatta ad una soglia di 150.000-170.000 euro), considerando dei nababbi da spremere coloro che guadagnano in definitiva 2.500 euro netti al mese o poco di più. Se si è innalzato il tetto dei forfettari di ben 15.000 euro, equità avrebbe voluto che si fosse provveduto analogamente anche per i soggetti Irpef ordinari, magari utilizzando i fondi stanziati per l’abolizione molto parziale del bollo auto (2,7 miliardi di euro) per rafforzare l’innalzamento del secondo scaglione Irpef.

E lo stesso si poteva fare con il fondo destinato a coprire i prepensionamenti dei lavoratori a 64 anni fortissimamente voluto da Matteo Salvini, facendo finta di ignorare che con la tagliola del contributivo i lavoratori, pure quelli dei settori usuranti, si guardano bene dall’andare in pensione anticipata visto che quello che andranno ad incassare, dopo 40 anni di regolare contribuzione media, sarà un reddito estremamente ridotto, spesso troppo vicino a quanto guadagna chi non ha mai versato in vita sua. Oltre a non essere sufficiente a coprire il costo della vita, specie nelle maggiori realtà urbane. E, sempre in tema di lavori usuranti e di pensionamenti anticipati, proprio Salvini dovrebbe spiegare perché con una mano spinge per anticipare i pensionamenti ponendo il costo a carico delle generazioni future – tutte le varie ”quote” finora attuate nel corso della legislatura hanno costato 41,3 miliardi di euro – mentre da ministro ai trasporti autorizza l’estensione di validità della patente professionale per la guida dei mezzi pesanti fino a 70 anni sulla spinta della mancanza di autisti.

Sarebbe bello saperlo, anche se la risposta è facilmente intuibile e, si spera, che il Parlamento abbia il coraggio di intervenire sanando le palesi storture contenute nella bozza della Manovra 2027.

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