Sembra il gioco delle tre carte o delle promesse fatte un giorno e l’altro ce le si rimangia quella norma inserita nella manovra 2026 all’articolo 26 intitolato “Misure di contrasto alle indebite compensazioni” che di fatto cancella i patti con cittadini e imprese inseriti in leggi dello Stato. Questo vale nei confronti dei crediti fiscali che, se l’articolo 26 viene approvato così come è formulato nella manovra 2026, non potranno più essere utilizzati per pagare i contributi previdenziali dei propri dipendenti.
Non solo: nel caso dei crediti fiscali scaturiti dall’operazione Superbonus 110% che le aziende hanno ceduto alle banche con formule contrattuali a protezione delle stesse banche che possono recedere unilateralmente, per le aziende potrebbe trasformarsi in un’ulteriore mazzata, forse ferale per la sopravvivenza delle aziende stesse.
Negli ultimi tempi, per fronteggiare la crisi di liquidità pubblica e spostare nel tempo l’effettiva regolazione del dare-avere tra cittadini/imprese e lo Stato, i governi hanno largheggiato nell’utilizzo dei crediti fiscali, ovvero provvedimenti che sono una sorta di “buono fiscale” che lo Stato riconosce a chi fa una qualche attività utile per la collettività o l’economia nazionale, agendo nell’ambito di precise norme sancite per legge. Così, sono arrivati crediti fiscali per il Superbonus 110% per la riqualificazione degli edifici, per l’assunzione di personale qualificato, per risparmiare energia, per fare ricerca, investire nell’innovazione, eccetera.
Con il credito fiscale, lo Stato dà al beneficiario, invece di soldi sonanti, un diritto a pagare in un determinato arco temporale meno tasse o meno contributi. E negli ultimi anni, di crediti fiscali ne circolano a carrettate, tanto che in alcuni casi hanno ingolfato il settore, come accaduto nel caso del Superbonus 110%.
Peccato solo che ora, con l’articolo 26 della manovra 2026, l’utilizzo dei crediti fiscali venga grandemente limitato escludendone l’impiego per compensare i versamenti dovuti a Inps e Inail, riducendo l’uscita finanziaria per i contributi previdenziali, aspetto che nelle aziende costituisce una voce di spesa consistente. Il brutto della vicenda, è che il tutto avviene in barba alla programmazione finanziaria interna delle aziende che, una volta incassati i crediti fiscali, li hanno utilizzati a loro volta anche per scontarli sul mercato finanziario, con il rischio che questi possano essere addirittura stornati.
Una situazione siffatta rischia di minare ulteriormente il legittimo affidamento nei confronti delle leggi dello Stato, affievolendo se non azzerando la fiducia di cittadini ed imprese nei confronti delle istituzioni con quest’ultime incapaci di tenere fede a quelle stesse norme da loro emanate per il periodo determinato dalla norma. Con il rischio di inficiare anche lo stesso funzionamento del sistema economico nazionale, perché se si diffonde indiscriminatamente la regola di cambiare le regole a posteriori a gioco iniziato, rendendo vietato quello che solo poco prima era concesso, pianificare, investire, assumere diventa un esercizio a perdere, sia fronte aziende che per lo Stato stesso.
Nel caso dell’articolo 26 della manovra 2026, l’inserimento della norma è stato motivato per le necessità di “riforma dell’amministrazione fiscale” e di “lotta alle indebite compensazioni”, forse scottati anche dalle truffe multimiliardarie innestate dalle norme sul Superbonus 110% approvate senza prevedere alcuna forma di controllo preventivo ed in itinere efficace. Ma dal combattere gli abusi al punire pure l’utilizzo legittimo di una norma approvata dallo Stato ce ne corre.
Quel che è peggio, la mano destra che ha steso la manovra 2026 non sa quel che ha scritto la sinistra, visto che se con l’articolo 26 sostanzialmente si dà una forte stretta alle compensazioni fiscali limitandole solo all’ambito del pagamento dell’Iva o dell’Ires, all’articolo 96 della stessa manovra si fa un’ulteriore infornata di crediti fiscali nell’ambito della Zes unica, puntando specie sulle nuove assunzioni. Ma se permane il divieto della compensazione con gli oneri sociali, che nelle nuove realtà che si vogliono incentivare, come faranno le nuove imprese ad utilizzarli, visto che per i primi anni di attività la generazione di reddito tassabile è praticamente a zero?
Al rischio di minare la fiducia nello Stato – meglio, in una certa classe di alti funzionari pubblici che scrivono materialmente le norme nel loro empireo dorato e iperpagato dai contribuenti, complice la sostanziale ignavia di troppi politici, ministri e sottosegretari inclusi che non sanno quel che approvano in Consiglio dei ministri – si aggiunge pure il rischio di danno reputazionale, specie ora che l’Italia pare essersi scrollata di dosso lo stigma internazionale dell’inaffidabilità finanziaria con la riduzione del differenziale sui titoli di Stato, perché cambiare le regole in corsa allontana invece che favorire gli investimenti, specie quelli esteri.
E in questo contesto, di patti con cittadini e imprese non rispettati, basti ricordare quanto sta accadendo con lo scandalo del Superbonus 110% che, oltre ad avere ingenerato truffe miliardarie e favorito la ristrutturazione soprattutto di ville – e pure sette castelli – invece che di condomini delle periferie urbane, illudendo i beneficiari di un intervento “aggratis”, che ora si vedono indirizzare dall’amministrazione finanziaria richieste di aggiornamento degli estimi catastali con conseguente aumento della tassa sull’immobile ma anche con la concretizzazione del rischio che il tanto agognato beneficio possa trasformarsi un boomerang economico se, nella stesura della pratica di accesso al beneficio, il tecnico o l’impresa esecutrice dei lavori ha fatto qualche pasticcio. In questo caso, a essere chiamati pesantemente in causa sono i malcapitati proprietari di un appartamento che avrebbe dovuto essere riqualificato “aggratis”, con il rischio di dovere rifondere quanto incassato e pure di doverlo raddoppiare grazie a sanzioni, more, sovrattasse e multe varie, spesso senza la possibilità di rivalersi su imprese fallite o su tecnici che non hanno sufficiente capienza finanziaria personale.
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