Anche per la manovra 2026, il cammino appena iniziato al Parlamento si preannuncia periglioso, tanto che già ancora prima di partire si annunciano numerosi cambi in corsa, tanto che sarà necessario anche quest’anno la terza lettura in corner con il ricorso al maxiemendamento finale praticamente illeggibile composto da un unico articolo comporto da centinaia se non migliaia di commi e sottocommi.
Ma una cosa emerge immediatamente dalla prima lettura della bozza semidefinitiva della manovra 2026: che molti esponenti di maggioranza che l’hanno approvata non conoscevano la portata di alcuni provvedimenti, come l’aumento della tassazione per gli affitti brevi turistici o dei dividendi percepiti da società con partecipazioni inferiori al 10% o, ancora, dell’accelerazione dell’equiparazione delle accise tra benzina e gasolio che si scarica in particolare sull’autotrasporto con maggiori oneri per 2 miliardi di euro in quattro anni.
Si vedrà i cambiamenti cui la manovra 2026 sarà sottoposta nel corso del cammino parlamentare su proposte di difficile attuazione e di gettito incerto come la tassa sugli extraprofitti del mondo finanziario e bancario, oppure delle tante promesse elettorali che puntualmente vengono rimangiate, come l’abolizione della legge Fornero per le pensioni che nel 2026 torna in tutto il suo fulgore, o lo scenario di sviluppo e di crescita che, per stessa ammissione del governo Meloni, nel 2026 viene a mancare, preferendo uno scenario conservativo e di galleggiamento per conseguire l’uscita dalla procedura d’infrazione europea.
Emerge poi che ancora una volta il governo rinuncia ad attuare riforme a costo zero, come quella dell’abbattimento della burocrazia dilagante ad ogni livello, che costa al sistema Paese una cifra variabile dai 45 ai 50 miliardi all’anno a seconda delle modalità di stima. Tutti soldi che con una migliore organizzazione della macchina pubblica potrebbero essere risparmiati a favore di famiglie e imprese e pure dello stesso moloch pubblico in termini di minori costi, liberando risorse per lo sviluppo, la ricerca e l’abbassamento dell’asfissiante pressione fiscale.
E che dire della valorizzazione dell’ingente patrimonio pubblico tra immobili e partecipazioni pubbliche che, secondo alcuni scenari, vale circa un migliaio di miliardi di euro e che potrebbe essere fatto fruttare con progetti di finanziarizzazione di beni a rischio di deperimento, come la proposta di creare un veicolo da investimento da circa 300 miliardi da cedere ad investitori privati o fondi d’investimento a quote di 30 miliardi all’anno, utilizzando le risorse raccolte parte per la riduzione del debito pubblico e parte per l’abbattimento delle tasse e il rilancio dello sviluppo della Nazione.
Si vedrà se la maggioranza riuscirà ad apportare le dovute modifiche o se si limiterà al piccolo cabotaggio cullandosi sul fatto che nonostante tutto l’Italia in questo momento storico sta un po’ meglio degli altri “grandi” paesi europei. Sarebbe opportuno buttare il cuore oltre l’ostacolo e cercare di non sprecare il 2026 in un anno di mancata crescita, mettendo in gioco quelle risorse che il governo Meloni sembrerebbe intenzionato ad accantonare in vista della manovra 2027, l’ultima della legislatura, tale da utilizzarle come volano per il consolidamento e la conquista del consenso elettorale.
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