L’economia italiana è ferma e consumi sono senza slancio

Risale l'occupazione a settembre. La stagnazione e i redditi reali in calo frena la crescita del Pil che ha sfiorato la recessione tecnica.

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L’economia italiana è ferma: nel terzo trimestre si concretizza una crescita zero. Con il Pil che, in assenza di variazioni negli ultimi tre mesi dell’anno, si avvia a chiudere il 2025 a +0,5%. Le stime del governo, ridimensionate ad aprile e ulteriormente limate nel Dpfp, verrebbero comunque centrate. Ma la congiuntura resta debole e da più parti arrivano sollecitazioni al governo Meloni affinché sfrutti la penultima manovra della legislatura per intervenire con misure di stimolo ai consumi.

La legge di bilancio ha intanto formalmente iniziato il proprio cammino in Parlamento. In Senato si è aperta, con le comunicazioni in Aula del presidente Ignazio La Russa, la sessione di bilancio. Il primo passo saranno le audizioni, tra lunedì 3 novembre e giovedì 6. Ma la vera attesa è per la fase emendativa, con i partiti che promettono modifiche su numerosi temi, dal contributo delle banche agli affitti brevi, dai dividendi alle pensioni delle forze dell’ordine.

Sulle banche arriva intanto il nullaosta – almeno dal punto di vista dell’impatto sul patrimonio – del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta: il contributo previsto in manovra non provoca «rischi di instabilità finanziaria», spiega Panetta, ricordando come le banche italiane siano ben capitalizzate e redditizie e la tassa incide in «maniera limitata sugli utili». Parole, quelle del governatore – che si riserva comunque una valutazione quando il testo sarà definitivo – che arrivano significativamente dopo la riunione Firenze della Bce.

Guardando all’andamento dell’economia italiana, la stima preliminare dell’Istat certifica un terzo trimestre invariato rispetto al precedente e in crescita dello 0,4% in termini tendenziali. L’anno era partito a +0,3% e proseguito nel secondo trimestre con un -0,1%. Ora, se anche tra ottobre e dicembre la variazione resterà nulla, l’anno chiuderà in crescita di mezzo punto percentuale. In linea dunque con la previsione fatta del governo nel Dpfp. Il dato di una sostanziale stagnazione che, per un pelo, evita di fare cadere il Paese in una situazione di recessione tecnica con due trimestri consecutivi negativi, anche se di poco, «era largamente atteso e non cambia le nostre stime» (+0,6%), rassicura anche il governatore Panetta, evidenziando come l’economia italiana abbia mostrato la sua resilienza di fronte a diversi shock come i dazi.

Nel resto d’Europa c’è anche chi reagisce meglio. Come la Francia, il cui Pil è cresciuto dello 0,5%, trainato dalle esportazioni, battendo le stime degli analisti. Va meno bene la Germania, con un Pil che nel terzo trimestre non cresce come in Italia, la cui manifattura è strettamente legata a quella teutonica. Nell’Eurozona il Pil è cresciuto dello 0,2%, nell’Ue dello 0,3%, dopo rispettivamente il +0,1% e +0,2% del secondo trimestre.

Per quanto riguarda l’Italia, qualche segnale positivo arriva ancora dal mercato del lavoro. A settembre gli occupati sono aumentati (+67.000 unità in un mese e +176.000 in un anno) e il tasso di occupazione è salito al 62,7%, con un aumento dei dipendenti stabili. Sale anche il tasso di disoccupazione (al 6,1%), con quello giovanile che si attesta al 20,6%.

Il dato sull’andamento del Pil, secondo l’Ufficio studi di Confcommercio, «conferma il permanere di una sostanziale staticità dell’economia italiana che, negli ultimi due anni e mezzo, è tornata ai deludenti profili di sviluppo pre-pandemici (dal primo trimestre 2023 ad oggi la crescita cumulata è stata solo dell’1%). La stima odierna, peggiore delle nostre previsioni (0,2% e 0,6%), si inserisce in un contesto europeo complessivamente poco dinamico che pure presenta qualche significativa differenza: se l’Italia e la Germania sono praticamente ferme, la Spagna e la Francia mostrano andamenti migliori».

Quello che continua a mancare all’economia italiana, secondo Confcommercio, «è il contributo della domanda interna e, più precisamente, della spesa delle famiglie. Andamento che, anche alla luce dei buoni dati sul mercato del lavoro di settembre e dell’andamento dell’inflazione ampiamente sotto controllo, oltre a un reddito disponibile reale in recupero, sembra trovare sempre meno ragioni nelle variabili economiche fondamentali, mentre assumerebbero valore interpretativo le dimensioni psicologiche che implicano, al di là di oscillazioni transitorie, una scarsa fiducia sul futuro».

Proprio alla luce di questo quadro «fortemente incerto – conclude Confcommercio – bisogna valutare con prudenza anche la crescita degli occupati a settembre. Certamente sono positivi sia il crescente apporto dei dipendenti a tempo indeterminato sia il rallentamento delle ore autorizzate per le diverse forme di integrazione salariale, ma al sistema Italia manca ancora la scintilla per innescare un ritorno a consumi più dinamici e quindi a una crescita meno stentata. Nel frattempo, considerando anche l’impatto negativo dell’effetto dei giorni di calendario, si affievoliscono le speranze di chiudere il 2025 sopra il mezzo punto percentuale di crescita».

Una situazione di stagnazione destinata a durare almeno nel breve tempo, visto che sempre secondo l’Istat, i redditi reali degli italiani sono sotto i livelli del 2021 di ben l’8,8%, cosa che drena capacità di spesa da parte delle famiglie, chiamate a fronteggiare bollette energetiche sempre più care, costo della vita sempre alto, specie per l’alimentazione, e un’alta tassazione che nel 2026 sarà ancora più alta della già forte pressione del 2025, visto che il governo Meloni non riesce ad intaccare con la dovuta forza la spesa dello Stato, ormai ben oltre la soglia dei 1.000 miliardi annui, di cui almeno una cinquantina di puri sprechi.

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