Mentre l’economia europea dà chiari segnali di rallentamento sulla spinta delle tensioni internazionali (con quella nel golfo Persico che potrebbe anche volgere al bello se dopo 38 annunci di fine guerra questo fine settimana dalle parti di Ginevra Usa e Iran firmeranno l’atteso accordo, con il petrolio che ha già dato segnali di bonaccia con quotazioni ben sotto i 90 dollari al barile), ecco che nelle stanze dorate della Banca Centrale Europea Christine “Croissant” Lagarde ha pensato bene di rialzare di 25 punti il tasso di sconto dopo due anni di stabilità, portandolo al 2,25%. Una decisione che non potrà che rallentare l’economia europea, già di suo asfittica anche a causa delle decisioni della Commissione europea, con effetti negativi sulla propensione agli investimenti di imprese e famiglie, con quest’ultime che già vedono gli effetti nell’ipotesi di un mutuo casa da 200.000 euro a 30 anni si porta via per l’aumento dei tassi un mese di stipendio, circa 2.000 euro in più all’anno di maggiori costi per le rate.
Lagarde ha deciso i rialzi temendo il rialzo dell’inflazione che in Europa viaggia verso il 3%, livello tutt’altro che pericoloso e, soprattutto, già destinato a rientrare se le armi iniziano a tacere dalle parti del golfo Persico e l’afflusso di energia e materie prime torna a fluire normalmente verso i paesi consumatori.
Secondo molti, la mossa della BCE è stata intempestiva, perché a fronte di un’inflazione sì in leggero rialzo e con un’economia europea sempre più ferma, avrebbe fatto meglio a non dare ulteriore spinta al rallentamento già di suo in atto. Avrebbe dovuto stare ferma, magari dando un’ulteriore limatura al costo del denaro per favorire la crescita e lo sviluppo, oltre che per dare ossigeno ai paesi europei sempre più alle prese con debito pubblico in crescita e con il conseguente aumento del costo degli interessi (che per la sola Italia con i suoi 3.100 miliardi nel 2026 viaggia verso i 90 miliardi di euro).
In BCE i “falchi” del rialzo dei tassi hanno fatto strame delle “colombe”, ovvero coloro che caldeggiavano la stazionarietà dei tassi, visto che la decisione sul rialzo è stata presa all’unanimità. Secondo l’ortodossia della Banca centrale, il rialzo dei tassi dello 0,25% non provocherà danni all’economia che nei quattro scenari rallenta al massimo con una crescita dello 0,4% nel 2027 nello scenario grave, mentre nel 2028 si mantiene entro una forchetta di crescita tra l’1,5% e l’1,6% nei quattro scenari.
Le previsioni sull’inflazione la danno al 3% nel 2026 nello scenario base, per poi tornare al 2% nel 2028. E nello scenario peggiore aumenta al 3,3% nel 2026 e al 3% nel 2027 prima di scendere al 2,3% nel 2028. Lo scenario grave vede tassi inflazionistici ancora più elevati: 4% nel 2026, 5,3% nel 2027 e 3% nel 2028. Con quest’ultimo, sempre che avvenga la firma tra Usa e Iran a Ginevra domenica prossima, è destinato ad essere totalmente infondato.
Intanto, mentre Lagarde gioca a fare nuovamente l’apprendista stregone con l’economia europea, il Fondo monetario internazionale (FMI) abbassa sotto l’1% le previsioni di crescita per l’Eurozona, con una correzione di due decimali rispetto alle stime di aprile, quando già aveva tagliato i pronostici, a causa della guerra in Iran e Medio Oriente. «Le prospettive per l’Eurozona si sono indebolite» e, nel 2026, la crescita si fermerà allo 0,9% (dall’1,1% stimato ad aprile), per risalire all’1,2% nel 2027. Il taglio, rispetto alle stime prebelliche, è di «0,5 e 0,2 punti percentuali.
Dinanzi a queste prospettive, la BCE sembra procedere come se il costo sociale della stretta dei tassi fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse costi pesanti per famiglie e imprese.
E se lo spettro dell’inflazione, come ammette la stessa BCE, è alimentato da fattori e geopolitici, esterni alla domanda interna, Lagarde & Co. intervengono su fattori indipendenti dal sistema economico continentale, con il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette, ingenerando un circolo vizioso dal vago sapore di stagnazione: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora di più, con il risultato di un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione. Recessione che è sempre più una quasi certezza se dalle parti della Commissione europea non si smette ad insistere sulla rotta dei provvedimenti ambientali a senso unico che finiscono con l’aumentare la distruzione dell’economia reale, dalla sparizione di posti di lavoro a milioni (uno solo nel 2025) alla chiusura di intere filiere produttive ad alta intensità energetica soffocate da quel meccanismo ETS che esiste solo in Europa e non altrove. Cina, India e Usa ringraziano sentitamente le pasdaran ambientaliste della Commissione, la presidente Ursula von der Leyen e la sua vice Teresa Ribera.
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