Debito pubblico e privato palla al piede da 365.000 mld dell’economia globale

Fmi invita gli stati a ridurre l’esposizione. La Corte dei conti Ue striglia la Commissione.

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Per gli stati è necessario mettere mano al risanamento dei conti pubblici, non più rimandabile, specie nelle economie avanzate e ad alto indebitamento: il direttore del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, avvisa che tutte le tensioni della delicata fase di shock energetici, inflazione e rialzo dei rendimenti si scaricano sulle politiche di bilancio con la conseguenza che i governi devono fare scelte difficili per ridurre il debito.

Georgieva ha tenuto a Singapore il consueto discorso che anticipa le riunioni annuali dell’Fmi e della Banca Mondiale, in programma la settimana prossima a Bangkok. Anche se per le previsioni di crescita e la revisione delle stime precedenti bisognerà attendere la pubblicazione del rapporto dell’Fmi il 13 ottobre, al centro delle discussioni ci sono la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale e le sue conseguenze sull’economia e sull’occupazione, i prezzi dell’energia e i livelli record del debito.

Anche perché, secondo l’Ocse, nel 2027 il debito pubblico dei suoi membri arriverà al 113% del Pil. Nelle economie mature gli interessi assorbono già il 3,3% del Pil. Il debito lordo mondiale, pubblico e privato, ha raggiunto l’astronomica cifra di 365.000 miliardi di dollari nella prima metà del 2026, pari al 311% del Pil globale. Un debito globale destinato a crescere ulteriormente sotto la spinta di due grandi domande di capitale. La difesa deve investire sempre di più. L’intelligenza artificiale richiede sempre più chip, data center ed energia: per nove grandi operatori tecnologici sono previsti oltre 4.000 miliardi di dollari di investimenti tra il 2026 e il 2030. Il futuro vive a debito: solo per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si stimano 541 miliardi di dollari di emissioni obbligazionarie nel 2026, contro i 90 del 2023. Anche se su tutto il comparto del settore, specie quello sviluppato negli Usa con uno scenario di sistemi ad alte prestazioni e ad alto volume di istruzioni, potrebbe subire l’impatto del filone di sviluppo cinese che ha puntato su chip meno prestazionali, sistema di istruzioni più leggero e, soprattutto, la capacità di girare in locale a livello di singoli computer invece che data center energivori che potrebbe mettere in crisi gli investimenti delle big tech americane.

Per Georgieva nel 2026 «l’economia globale è tirata in due direzioni opposte da uno shock negativo sull’energia e uno positivo derivante dall’intelligenza artificiale». Senza trascurare gli effetti degli scenari delle guerre: Georgieva anticipa che le nuove previsioni di crescita mostreranno dati più negativi per i Paesi devastati dai conflitti, in Ucraina e nel Golfo.

Effetti più lievi si osservano in altre economie vulnerabili, quelle che dipendono dall’import di energia fossile e non hanno sufficienti margini di finanza pubblica per ammortizzare il colpo. Dati di crescita più alti potranno essere visti nei Paesi che guidano la partita dell’intelligenza artificiale. L’Fmi stima che l’hardware per l’IA e i prodotti tecnologici correlati rappresentino più di un decimo del commercio mondiale di beni. Questi scambi spingono le economie integrate nella sua catena del valore. Quindi, dice Georgieva, Stati Uniti, Cina e India, che importano hardware e costruiscono le infrastrutture necessarie per diventare fornitori chiave di IA. E insieme a loro cinque economie asiatiche che forniscono di tutto, dai microprocessori di fascia alta ai chip di memoria, ai macchinari per produrli, alla robotica.

Sul lato opposto c’è la crisi dell’energia. L’aumento delle quotazioni di gas e petrolio si trascina i rincari dei fertilizzanti, prodotti alimentari e dei principali fattori di produzione industriali, con la produzione alimentare minacciata anche dalle condizioni climatiche e dall’evoluzione del Niño con conseguenze dirette su inflazione al rialzo e crescita globale rallentata.

Uno scenario che apre, secondo Georgieva, «ad un orientamento prudenzialmente restrittivo» delle politiche monetarie e che benedice le strette varate da Federal Reserve, Bce e Banca del Giappone. In queste condizioni, tassi e rendimenti salgono. Si arriva così a uno degli anelli della crisi che maggiormente influenzano l’economia globale: deficit di bilancio eccessivi, livelli record di debito pubblico ed elevati costi di servizio. Il debito pubblico globale, ricorda Georgieva, supererà presto il 100% del Pil. In prima linea ci sono le economie avanzate. «Per i Paesi ad alto indebitamento dell’Eurozona, la situazione è più complessa, poiché gli spread rispetto ai Bund tedeschi continuano a crescere, non solo per la Francia e l’Italia, ma anche per l’Irlanda, il Portogallo».

Tutte le pressioni di questa fase si scaricano sui Governi, afferma Georgieva, ma «non vediamo azioni decisive nelle economie avanzate ad alto indebitamento, dove sono necessari piani credibili di risanamento fiscale a medio termine, supportati in alcuni casi da misure immediate, anche per alleggerire la pressione sulla politica monetaria».

Uno scenario di difficoltà che riguarda anche l’Unione europea, dove le recenti politiche connesse ai piani di riarmo e al sostegno degli shock energetici e della crisi economica si sono tradotti in nuova spinta al debito, con una pesante sottovalutazione degli effetti e delle tendenze dell’andamento del costo del denaro, come ha rilevato la relazione della Corte dei conti europea appena pubblicata circa il bilancio comunitario 2025 che evidenzia come il debito dell’Unione si sia attestato l’anno scorso a 738,9 miliardi di euro, ed è destinato ad arrivare nel 2027 a mille miliardi.

La cifra è tutt’altro che astronomica se rapportata alle dimensioni dell’economia comunitaria, perché vale il 5,3% del Pil dell’Unione. Ma è importante se confrontata con l’impatto del bilancio Ue, che oscilla poco sopra l’1% del prodotto dell’area. A confronto, l’Italia il bilancio pubblico nel 2025 ha gestito una ricchezza del 47,3% del Pil, con un debito al 136,7% (138,1% nel 2026).

La crescita del debito dell’Unione è decollata con Next Generation Eu, il programma alla base dei Pnrr nazionali che ha seguito il Sure (gli interventi anti disoccupazione) e preceduto il Safe, il piano sulla difesa da 150 miliardi di Eurobond. Ma proprio negli anni del Recovery è cambiato il mondo delle obbligazioni: che ha abbandonato la lunga epoca dei tassi a zero per imbarcarsi in una risalita a ritmi serrati, gonfiata dall’inflazione e dai tentativi per contenerla.

Il radicale cambio di scenario del costo del denaro arrivato rapidamente a valori attorno al 3-3,5% ha mandato al macero le stime iniziali sul costo per il servizio all’eurodebito. Nel 2020, quando è stato costruito il quadro finanziario pluriennale (Qfp) in scadenza nel 2027, per il pagamento di cedole e interessi fra 2021 e 2027 erano stati accantonati 14,9 miliardi. Ma dopo i 10,4 miliardi spesi nei primi cinque anni, il 62% in più rispetto alle stime iniziali, le uscite del 2026 dovrebbero toccare gli 8 miliardi, e quelle del 2027 arrivare a 9,9 miliardi. Totale 28,3 miliardi, poco meno del doppio rispetto alla previsione iniziale della Commissione. Senza contare, avverte la Corte, «l’incertezza aggiuntiva» nata in Iran su inflazione e politica monetaria.

Nella Ue il problema nasce dalle sovvenzioni a fondo perduto del Pnrr, perché la quota di prestiti (che vive le stesse dinamiche del costo del denaro e di una scelta europea di indebitarsi a breve invece che a lungo termine) è a carico dei singoli Stati beneficiari: un panorama, quest’ultimo, in cui l’Italia domina, avendo chiesto 122,6 dei 216,7 miliardi assegnati in tutta Europa (pari al 52%).

«La Commissione non ha pubblicato una strategia globale di rimborso per Ngeu fino al 2058», spiega la Corte. E per costruirla deve trovare un equilibrio delicato fra i costi di gestione del debito e la necessità di non premere troppo sulle spese ordinarie. Per farlo, nel quadro finanziario pluriennale 2028-34 in costruzione ha fissato un tetto da 24 miliardi l’anno, da destinare in via prioritaria agli interessi e per quel che resta alla quota capitale. Con la conseguenza, ricostruiscono i magistrati contabili comunitari, che «la Commissione avrà bisogno di “rinnovare” il debito in scadenza emettendo nuovi strumenti di debito per rimborsare quelli esistenti alla rispettiva scadenza». I soli interessi dei fondi Ngeu chiederanno 93 miliardi al quadro finanziario 2028-34, su cui però si affaccia anche la possibilità di assumere «ingenti prestiti» per sostenere l’Ucraina, i piani nazionali degli Stati e l’eventuale ricorso al meccanismo per le crisi gravi: ponendo i conti Ue di fronte alla possibile necessità di far crescere i contributi degli Stati membri per finanziare il servizio al debito.

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