I balzelli feudali, una volta istituiti, non è più possibile eliminarli, come nel caso del compenso per la copia privata, la cui prima istituzione risale al 1992 e dal 2003 sono state previste tariffe fisse in base alla capacità di memoria, poi confermate con un decreto del 2009, prevedendo un aggiornamento quinquennale dell’obolo che viene incassato dalla Siae, la Società italiana autori ed editori per tutelare il diritto d’autore contro possibili plagi.
Asmi, l’Associazione di categoria dei produttori di supporti e sistemi multimediali, denuncia con fermezza la bozza di decreto ministeriale notificata il 9 luglio 2025 dal ministero della Cultura, relativa al rinnovo delle tariffe del compenso per copia privata.
La proposta avanzata dalla Siae al ministero prevede aumenti generalizzati fino al 40% su telefoni cellulari, tablet, PC e smartwatch, con rincari anche per CD, DVD, microSD, USB, HDD, SSD (+20%) e memorie integrate (+17%). Lo schema introduce inoltre nuove voci di compenso per tutti i dispositivi ricondizionati e persino per l’archiviazione in cloud, colpendo strumenti digitali di uso quotidiano per cittadini e imprese.
«Le tariffe devono essere diminuite, non aumentate – ha dichiarato Mario Pissetti, presidente di Asmi -. In un mercato deflattivo come quello della tecnologia, le imprese non hanno più margini per assorbire il compenso per copia privata, che ricadrebbero interamente sui consumatori, generando un abnorme aggravio dei prezzi, sui quali già oggi pesa un prelievo che spesso supera il valore stesso del bene. Il rischio è di compromettere la competitività delle imprese italiane oneste, lasciando nuove opportunità alla malavita, con ripercussioni occupazionali ed effetti distorsivi sul mercato legale».
Asmi sottolinea come il nuovo decreto rappresenti un favore al mercato illegale e operatori esteri, i cui dispositivi sono soggetti ad oneri generalmente molto più bassi o assenti di quelli vigenti in Italia. Una scelta che penalizzerebbe il sistema Paese, riducendo i consumi e la sostenibilità dell’intero comparto tecnologico e culturale. E che porterebbe, in definitiva, a un abbassamento della raccolta netta del compenso per copia privata, passato dai 149 milioni di incasso del 2022 ai 119 del 2024 e a una previsione di 121 per il 2025, eroso da un inevitabile fenomeno di contrabbando ed evasione, se le tariffe non verranno riviste al ribasso.
«Invece di aumentare le tariffe, occorre lavorare per un sistema più equo e trasparente – prosegue Pissetti -. Un abbassamento dei compensi porterebbe più risorse agli autori e alla Siae, grazie al recupero di evasione, IVA e tasse oggi sottratte al fisco, con benefici per l’intera Nazione. Una tariffa equa, allineata all’Europa, eviterebbe di alimentare il mercato parallelo e lo spostamento delle filiali e delle reti di vendita fuori dall’Italia».
Il compenso per copia privata nelle altre nazioni europee è decisamente più basso rispetto all’Italia: su una chiavetta USB da 256GB in Italia si paga una tariffa di 8,76 euro (a fronte di un costo variabile dai 15 ai 25 euro finali del prodotto), in Francia 4 euro, in Spagna 0,24 euro, nei Paesi Bassi 0,90, in Belgio 1 euro, in Germania 0,30. Per un disco rigido da 2 TB in Italia si pagano 20 euro (a fronte di un costo finale di 50-60 euro), in Francia 6 euro, in Spagna 6,45, nei Paesi Bassi 0,90, in Belgio 5 euro, in Germania 4,44 euro. E se invece di acquistarli su un negozio digitale europeo si opta per uno cinese, si riesce a risparmiare, oltre al balzello Siae, pure l’Iva per prodotti di costo fino a 150 euro, non soggetti a controlli all’importazione. Infine, sono soggetti al balzello pure gli apparecchi che contengono una memoria, indispensabile per il loro funzionamento, come una televisione “intelligente”, o un telefono cellulare o un computer.
Ma la novità più eclatante è legata all’estensione del balzello all’archiviazione in cloud, con la previsione dell’esenzione per il primo GB di capacità, per poi salire progressivamente, tanto che un servizio gratuito offerto da quasi tutti gli operatori di messaggistica di 15 GB verrebbe a costare circa 2,4 euro al mese.
Asmi ricorda che la Corte di Giustizia Europea e il Consiglio di Stato hanno già in passato annullato decreti analoghi, riconoscendo la sproporzione degli aumenti. E questo è ancor più evidente in un contesto di fruizione dei contenuti drasticamente cambiato, con il ricorso oramai quasi esclusivo allo streaming, fattispecie che esclude per sua stessa natura la copia privata oltre a riconoscere in automatico il compenso per gli autori.
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