Cala la ricchezza delle famiglie italiane, che negli ultimi 15 anni – tra il primo trimestre del 2011 e il primo trimestre del 2025 – è diminuita in termini reali dell’8,5%. Chi ha perso più ricchezza è il ceto medio. A evidenziarlo è il Censis nel suo 59esimo rapporto.
Il 50% delle famiglie più povere ha visto diminuire la propria ricchezza del 23,2%, le famiglie distribuite poi tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione del patrimonio iniziale tra il 35,3% e il 24,3%, tra le famiglie del nono decile la diminuzione è stata del 17,1%, mentre solo il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare la propria ricchezza del 5,9%.
Ne va meglio il fronte dei redditi: nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%, nonostante il recente parziale recupero (+2,0% tra il 2022 e il 2024)
E se il reddito delle piccole imprese (fino a 5 addetti) corrispondeva al 17,8% del Pil nel 2004, e poi era sceso al 15,7% nel 2014, nel 2024 si è ridotto al 14,0%.
L’indice della produzione industriale – rileva sempre il Censis – è stato negativo per 32 mesi consecutivi con l’eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi del 2025 (-1,2%). Tra i comparti in maggiore sofferenza, e a rischio deindustrializzazione soprattutto il tessile e la meccanica. Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione: +1,9%. Il tessile e abbigliamento è calato dell’11,8%, i mezzi di trasporto del 10,6%, la meccanica del 6,4%, la metallurgia del 4,7%, la farmaceutica dell’1,7%. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi 2025, mentre la produzione industriale segnava ancora un calo dell’1,2%, la fabbricazione di armi e munizioni ha registrato un incremento del 31,0% rispetto al 2024.
Il mercato del lavoro è poi sempre più senile. L’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre, questi sono stati 704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%).
Nel biennio 2023-2024 l’input di lavoro supera largamente la crescita dell’economia: +3,7% gli occupati, +5,3% le ore lavorate, solo +1,7% il Pil. Conseguentemente, calano gli indicatori di produttività: -2,0% il valore aggiunto per occupato e -3,5% il valore aggiunto per ora lavorata. Ci sono poi meno Pmi, a fronte di un crollo del valore dei salari. In vent’anni (2004-2024) il numero dei titolari d’impresa si è assottigliato da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni: -17,0% (quasi 585.000 in meno) – rivela l’analisi -. I giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% (quasi 132.000 in meno).
Cresce in modo vertiginoso l’indebitamento dell’Occidente: tra il 2001 e il 2024 nei Paesi del G7, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil. In Italia dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%.
L’inflazione ha poi condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie. Nel 2024 i prezzi erano più alti del 17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (i beni alimentari e per la cura della casa e della persona) era più caro del 23%.
Sono 78.000 i giovani che hanno lasciato l’Italia nel 2024, rispetto agli ingressi di immigrati provenienti da economie avanzate della fascia d’età 18-34 anni il saldo è pari a -61.000. Se si allarga lo sguardo al periodo 2011 2024 sono emigrati dall’Italia in 630.000 – il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno -, pari al 7% dei giovani residenti in Italia, e il saldo migratorio è di -441.000.
Il Rapporto Cnel “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, quantifica anche il valore del capitale umano emigrato dall’Italia nel 2011-2024 che ammonta a 159,5 miliardi di euro, stimato sul saldo migratorio e come costo sostenuto dalle famiglie e, per la sola istruzione, dal settore pubblico, per crescere ed educare i giovani italiani emigrati. In termini di Pil, il valore del capitale umano uscito nell’arco temporale 2011-24 è pari al 7,5%.
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