L’Italia si conferma repubblica del “nero”, con l’economia sommersa che sfugge alle attenzioni del Fisco che vale il 9,9% del Pil per un ammontare di ben 218 miliardi di euro, in leggero calo sul 2023 specie per via del calo legato alle attività illegali (-0,3%, a quota 19,8 miliardi di euro), mentre quella tipica dell’evasione Iva, Irpef e contributi sociali cresce dello 0,4% (198,4 miliardi).
Le principali componenti dell’economia sommersa sono rappresentate dal valore aggiunto occultato tramite comunicazioni intenzionalmente errate del fatturato e/o dei costi (sotto-dichiarazione) o generato dall’impiego di lavoro irregolare. A queste si aggiungono il valore dei fitti non dichiarati e delle mance.
L’economia illegale include sia le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono vietati dalla legge, sia le attività che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati. In conformità con i regolamenti comunitari, le attività illegali incluse nel Pil dei Paesi Ue riguardano la produzione e il commercio di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco.
Nel 2024 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata si attesta a 218,2 miliardi di euro, in aumento dello 0,3% rispetto all’anno precedente (217,6 miliardi). A fronte di una crescita del Pil a prezzi correnti del 3,2%, l’incidenza dell’economia non osservata sul Pil scende al 9,9%, dal 10,2% del 2023.
La dinamica complessiva dell’economia non osservata è sostenuta dalla crescita del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare, che aumenta del 3,9% (corrispondente a circa 3,1 miliardi di euro). Rispetto all’anno precedente, il valore aggiunto dovuto alla sotto-dichiarazione registra una flessione dello 0,6% (pari a -0,6 miliardi di euro). Più marcata, invece, la contrazione delle altre componenti del sommerso: mance e fitti non dichiarati diminuiscono del 13,1% (pari a -1,6 miliardi) rispetto al 2023. In calo anche le attività illegali, che registrano una riduzione dello 0,9% (circa -0,2 miliardi).
Nel 2024 emerge una significativa ricomposizione del peso relativo delle diverse componenti dell’economia non osservata. In particolare, la quota del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare sale al 36,8%, con un incremento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2023 (35,5%). Di converso, il peso del valore aggiunto da sotto dichiarazione scende al 49,3%, dal 49,7% del 2023. Le altre componenti del sommerso rappresentano il 4,9% del totale dell’economia non osservata, rispetto al 5,6% nel 2023.
Continua, infine, il progressivo ridimensionamento del peso dell’economia illegale sul totale dell’economia non osservata. Nel 2024 la sua quota si attesta al 9,1%, un punto percentuale al di sotto del livello del 2021 e 0,1 punti in meno rispetto al 2023.
Nel 2024 il valore complessivo dell’economia sommersa si attesta a 198,4 miliardi di euro, in aumento dello 0,4% (+0,8 miliardi) rispetto all’anno precedente. La sua incidenza sul Pil, pari al 9%, torna sui livelli del 2021, interrompendo la tendenza mostrata nel biennio precedente (9,2% nel 2023 e 9,1% nel 2022).
La componente riconducibile alla sotto dichiarazione è pari a 107,6 miliardi di euro (+0,6 miliardi rispetto ai 108,2 del 2023) mentre quella connessa all’impiego di lavoro irregolare raggiunge 80,3 miliardi (+3,1 miliardi al confronto dei 77,2 dell’anno precedente). Le componenti residuali valgono 10,6 miliardi di euro, in significativa riduzione rispetto ai 12,2 miliardi del 2023.
La diffusione del sommerso economico è legata al tipo di mercato di riferimento piuttosto che alla tipologia di bene/servizio prodotto. Nel complesso, il peso del sommerso economico sul valore aggiunto è più elevato negli Altri servizi alle persone, dove raggiunge il 30,7%, nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (18,5%) e nelle Costruzioni (17,7%). Si osserva invece un’incidenza più contenuta negli Altri servizi alle imprese (5%), nella Produzione di beni d’investimento (4%) e nella Produzione di beni intermedi (1,4%).
La lieve riduzione dell’incidenza complessiva del sommerso economico sul valore aggiunto, che passa dal 10,3% del 2023 al 10% nel 2024, è il risultato di dinamiche settoriali eterogenee. Si osserva una contrazione del sommerso in molti settori, e in particolare negli Altri servizi alle persone (-0,9 punti percentuali rispetto al 2023). Aumenti si registrano, invece, nelle Costruzioni (+1,2 punti, dopo un triennio di sensibili riduzioni dovuto alla consistente quota di recupero fiscale delle spese effettuate), nei Servizi professionali (+0,4 punti) e in Agricoltura (+0,2 punti).
La componente riconducibile alla sotto dichiarazione ha un peso significativo negli Altri servizi alle persone e nelle Costruzioni, dove rappresenta in entrambi i casi il 10,8% sul valore aggiunto del settore, nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (10,7%) e nei Servizi professionali (10,3%). Il fenomeno risulta invece più contenuto nell’Istruzione, sanità e assistenza sociale (3%), nella Produzione di beni di investimento (2,7%), negli Altri servizi alle imprese (2,5%) e nella Produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (0,5%).
Il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare presenta un peso particolarmente elevato negli Altri servizi alle persone, dove rappresenta il 19,4% del valore aggiunto del settore, anche per l’inclusione del lavoro domestico, e in Agricoltura, dove il valore aggiunto sommerso, connesso esclusivamente alla componente di lavoro irregolare, è pari al 15,2% del totale del comparto. Al contrario, il fenomeno risulta più limitato nei comparti industriali (con una incidenza compresa tra lo 0,9% e il 2,8%) e negli Altri servizi alle imprese (1,5%).
Nel 2024 le unità di lavoro a tempo pieno (Ula) in condizione di non regolarità sono 3.277.000, di cui 2.396.000 unità sono occupate come dipendenti. Rispetto al 2023, il lavoro irregolare aumenta del 4,6%, pari a poco più di 145.000 Ula. Il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza percentuale delle Ula non regolari sul totale delle Ula, sale nell’ultimo anno al 13,1% dal 12,7% del 2023
I dati evidenziano come il governo Meloni abbia ampio spazio di recupero per riportare alla luce ricchezza evasa e contributi non versati, utili anche per allestire una manovra 2027 che si presenta molto difficile, ma che deve, una volta tanto, mantenere le promesse, a partire dalla riduzione delle tasse per i contribuenti “ricchi” con redditi di oltre 2.500 euro netti al mese, sui quali grava oltre il 60% del gettito complessivo nazionale, tramite l’innalzamento del tetto del secondo scaglione e, magari, pure una limatura dell’aliquota dal 33% al 32 o al 31%.
Per il governo Meloni il problema non è trovare maggiori risorse da spendere rispetto ad una già mostruosa spesa pubblica da oltre 1.000 miliardi annui, ma spendere meglio e, soprattutto, meno tagliando sprechi ed evasioni ed elusioni varie. Su questi impegni si gioca la rielezione.
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