La situazione energetica dell’Europa nel prossimo inverno «mi preoccupa molto» ha esordito il commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, al convegno “Made in Italy Summit 2026” del Sole 24 Ore, perché «il caro energia potrebbe salire e ancora di più. Chiedo quindi agli stati membri di fare tutto quello che possono. Molte misure sono strutturali, quindi a lungo termine, ma rimane da fare qualcosa anche a breve termine. Ci saranno finanziamenti per l’elettrificazione, per allontanarci sempre di più dai combustibili fossili, finanziando il teleriscaldamento e le pompe di calore».
«Sono preoccupato – ha proseguito Jorgensen -, perché quello che constato ancora è una crisi nel Medio Oriente, con la chiusura o comunque la parziale chiusura dello stretto di Ormuz per la maggior parte del tempo. Noi non abbiamo sicurezza per quanto riguarda la fornitura, questo ha un impatto elevato sui prezzi. Non credo si sistemeranno del tutto le cose, il rischio rimane. I prezzi saranno più alti, i cittadini lo vedono già. Siamo arrivati a 50 milioni di cittadini europei negli ultimi 12 mesi che sono scivolati sotto la soglia della cosiddetta povertà energetica, cioè non sono in grado di scaldare sufficientemente le loro abitazioni».
E circa le responsabilità politiche di questa situazione che affonda anche nelle scelte fallate prese dalla prima Commissione Ursula, poi pedissequamente seguite, salvo qualche piccolo aggiustamento di dettaglio, anche dalla seconda Commissione Ursula, Jorgensen dice «qualcuno punta il dito contro qualcun altro, e questo qualcun altro è Bruxelles. Però attenzione! Quando punti il dito contro di me, io potrei fare la stessa cosa. Ma così facendo non risolviamo nulla. Io non nego tutte le nostre responsabilità, ma guardate che in questo momento ci sono tantissime cose che gli stati membri possono fare». Ma sorvola sul fatto che il primo, decisivo passo tocca alla Commissione Ue di cui fa parte congelando se non cancellando tutte quelle regole, come l’Ets, che hanno scoraggiato gli investimenti nella raffinazione del petrolio, o la produzione di gas, spesso mandando fuori mercato gran parte della manifattura europea che deve confrontarsi ogni giorno con il resto del mondo che degli ukaze ambientalisti europei se ne sta ben lontano.
A complicare le cose sul fronte del caro energia ci si mette anche il governo Meloni che ha deciso di non rinnovare lo sconto da 6 centesimi al litro sul gasolio, cosa che si è immediatamente tradotto in un aumento di prezzo alla pompa anche in quegli impianti che hanno aderito al tetto di prezzo autoimposto, facendolo lievitare a 2,25 euro al litro, con punte anche di 2,4 euro/litro per gli impianti che non aderiscono o per quelli in autostrada, peraltro gravati anche dalla tassa feudale delle royalties estorte dal concessionario autostradale.
Una situazione che ha sorpreso il governo che probabilmente riteneva che il mancato rinnovo dello sconto sulle accise potesse essere assorbito dalle compagnie. Ma così non è stato, sollevando immediatamente le proteste, giustificate, di intere categorie, dall’autotrasporto (quella più penalizzata visto che il costo del gasolio all’ingrosso per il settore non ha avuto le stesse agevolazioni della pesca o dell’agricoltura), alla pesca, all’agricoltura. Tutti settori che spesso con il caro gasolio lavorano in perdita, spesso preferendo fermare i servizi piuttosto che rimetterci a prescindere.
Palazzo Chigi segue con attenzione il dossier con l’obiettivo di trovare le necessarie coperture per consentire un rinnovo dello sconto fiscale. Operazione non semplice, si rimarca in attesa di risposte da parte dell’Ue sui quesiti posti da Roma sul tema inflazione. Una delle strade per trovare in tempi rapidi le necessarie coperture, tra le diverse ipotesi che si stanno valutando, vi sarebbe anche quella di intervenire sulla tassazione indiretta che riguarda altri prodotti, si ragiona in ambienti della maggioranza.
Il caro energia non morde solo sul fronte della mobilità ma anche sul fronte del riscaldamento, visto che sono molte le famiglie che stanno ricevendo dai loro amministratori condominiali avvisi circa la necessità di prevedere l’incremento delle spese rispetto a quanto preventivato qualche mese fa, aggiungendo due o tre rate per fronteggiare il maggior costo del gas. Una situazione che si fa particolarmente difficile per chi vive in affitto che, oltre alla pigione, deve pagare anche rate condominiali sempre più alte che finiscono con l’erodere massicciamente la quota di reddito libera, per altro sempre più erosa in termini di potere d’acquisto per un’inflazione che galoppa, con tanti beni alimentari, a partire da frutta e verdura, pure quelli di stagione, diventati oggetti di lusso.
Un contesto decisamente complicato, che rischia di accompagnare la maggioranza del governo Meloni all’appuntamento elettorale in condizioni oggettivamente difficili, stretto dall’impossibilità di fare spese in deficit e dai vincoli di un bilancio cresciuto di oltre 100 miliardi nella legislatura prossima alla conclusione, oltre con un costo del debito pubblico che supera i 100 miliardi all’anno che tarpa qualsiasi velleità di spesa clientelare come vorrebbero fare Forza Italia e Salvini premier.
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