La manovra 2027 inizia all’insegna di uno scenario sempre più periglioso complice gli eventi internazionali che spingono il costo degli interessi sul debito pubblico e, soprattutto, l’inattesa fiammata dell’inflazione che fa rialzare i costi per l’adeguamento delle pensioni e dei trattamenti sociali: il tutto nel quadro di una manovra 2027 già gambizzata dalla mancata uscita dalla procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo, che costituisce una cintura di castità acuminata nei confronti della tentazione di fare maggiore spesa nell’anno elettorale per ingraziarsi il consenso, specie da parte di quei partiti più traballanti, come Forza Italia e la Salvini premier.
In questo contesto, la manovra 2027 è costretta ad indossare una sorta di camicia di forza, vuoi per rispettare gli impegni per la riduzione del debito e del disavanzo per recuperare prezioso spazio di manovra, vuoi per rispettare le spese obbligate di interessi e rivalutazioni varie, vuoi per difendersi dalla sconsiderazione di quei leader di partito che chiedono più spesa – e più debito pubblico – per non perdere consenso e cadreghe parlamentari, specie se la nuova legge elettorale sarà effettivamente approvata nello schema attuale che priva i partiti dei collegi uninominali spartiti a tavolino, cosa che ha consentito a Matteo Salvini di incassare alle politiche 2022 una pattuglia parlamentare due volte e mezza superiore al reale consenso ottenuto nelle urne, che tra qualche mese, secondo i vari sondaggi sulle intenzioni di voto, si appresta a ridursi a circa un terzo – e forse anche meno – rispetto a quella attuale.
Il primo allarme arriva dalla crescita dello spread (differenziale) tra i titoli di stato a 10 anni, i Btp italiani e i Bund tedeschi, salito nelle ultime giornate a oltre quota 100 con punte anche di 112. Il rendimento del decennale italiano si situa attorno al 4,6% a fronte del 3,58% di quello tedesco. Il rialzo dei tassi di mercato non si trasferisce immediatamente sul debito pubblico (3.205,8 miliardi a luglio). I titoli già emessi continuano a pagare le cedole fissate al collocamento. L’effetto arriva progressivamente, quando scadono e devono essere sostituiti o quando il Tesoro raccoglie nuove risorse autorizzate da scostamenti di bilancio.
Nel 2026 il Mef ha previsto circa 350-365 miliardi di emissioni a medio-lungo termine. Cinquanta punti base di rendimento medio in più su 350 miliardi di nuove emissioni equivalgono, a regime, a circa 2 miliardi nel primo anno successivo, 3,5 miliardi nel secondo e 6 miliardi il terzo.
Nel 2025 la spesa per interessi è stata di 88,3 miliardi, contro 85,6 miliardi nel 2024. Ad aprile, quando il BTP a 10 anni oscillava fra il 3,7 e il 3,8%, il ministero dell’Economia calcolava una spesa per interessi in crescita dai 94,9 miliardi del 2026 ai 100,1 del 2027 per salire a 111,6 miliardi nel 2029, , con una preoccupante tendenza a crescere se lo spread dovesse mantenersi a lungo su livelli elevati.
Altra voce di uscita è la restituzione del fiscal drag, che negli ultimi anni ha dato ampia prova dei suoi effetti nelle tasche dei contribuenti. Ogni punto aggiuntivo rispetto all’inflazione programmata del 2,4% comporta una spesa aggiuntiva di circa 1,5 miliardi, con in più il vincolo di destinare il maggior gettito all’abbattimento del deficit corrente e del debito pubblico.
La voce più consistente di spesa gonfiata dall’inflazione è costituita dall’adeguamento delle pensioni e degli assegni assistenziali. Secondo le prime stime della Ragioneria generale dello Stato, stime riportate anche nella lettera che il premier Giorgia Meloni ha inviato alla Commissione Ue per chiedere più flessibilità di bilancio a seguito dell’aumento della spesa pubblica per la fiammata inflattiva, per adeguare le pensioni al costo della vita, potrebbero servire più di 10 miliardi di euro, al lordo delle imposte (contro i 2,6 miliardi spesi nel 2025 e i 5 miliardi del 2026). Questo perché i calcoli si fanno prevedendo un’inflazione media nel 2026 pari al 2,9%, visto anche il dato di agosto (+4,2%).
La spesa per le pensioni, secondo gli ultimi dati su prestazioni pensionistiche e beneficiari riferiti al 2024, impegna più di 364 miliardi. A regole costanti – che la manovra 2027 potrebbe anche cambiare – il recupero dell’inflazione è per scaglioni, con un adeguamento al 100% dell’inflazione per le pensioni fino a quattro volte il minimo (2.447 euro lordi al mese), al 90% per quelle tra quattro e cinque volte il minimo (ovvero tra 2.477 e 3.059 euro lordi) e al 75% per quelle di importo superiore, comporta una rivalutazione piena per circa 12,3 milioni di pensionati.
Con l’inflazione acquisita salita al 3,1%, il trattamento minimo passerebbe da 611,85 a circa 630,82 euro, con un aumento di circa 19 euro al mese. Una pensione lorda di 1.000 euro salirebbe di circa 31 euro, una da 2.000 euro di circa 62 euro. Per un assegno di 3.000 euro lordi l’incremento si fermerebbe intorno ai 91 euro, perché sulla quota oltre i 2.447,40 euro si applica il 90% dell’indice. Per gli importi più alti l’aumento cresce sì in valore assoluto, ma in misura proporzionalmente inferiore. E se l’inflazione nell’ultimo trimestre continuerà a correre, la spesa potrebbe crescere ulteriormente.
Uno scenario che agita i partiti perché limita la loro voglia di spesa elettorale, quando tutti i leader dovrebbero tatuarsi su entrambe le mani il dato relativo all’ammontare del debito pubblico per averlo sempre ben visibile e trattenerli dalla tentazione di contrabbandare soldi pubblici certi a fronte di consensi elettorali estremamente incerti.
Tranciante il commento di “Patto per il Nord”: «la soluzione di ogni governo centralista e statalista, quando serve reperire risorse, è aumentare le tasse o fare nuovo debito pubblico. La nostra soluzione, invece, è la riduzione della spesa pubblica applicando i costi standard e introducendo il federalismo fiscale – afferma il segretario federale Paolo Grimoldi -. Già altri governi sono intervenuti con bonus e redditi a pioggia, poi gli italiani hanno capito che non erano affatto “aggratis”, ma sono costati circa 300 miliardi. Continuare nella finanza pubblica in maniera sostanzialmente elettoralistica, senza la visione da grande Paese economicamente avanzato, è tattica da politicanti di quart’ordine, non strategia da statisti».
Per Grimoldi «se il governo Meloni vuole davvero tracciare il futuro del Paese, deve intervenire su politica industriale, progettare un modello energetico sostenibile a lungo termine, ridurre il cuneo fiscale e la tassazione alla fascia media dei contribuenti (40-70.000 euro) e semplificare realmente la burocrazia. Prima ci hanno detto che non potevano abolire la legge Fornero, le accise sulla benzina, abbassare le tasse per colpa dei bonus edilizi. Peccato che negli ultimi giorni, Meloni, Tajani e Salvini facciano a gara a chi promette più bonus e cotillions».
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