È ancora uno 0,1% il numero che separa l’Italia dall’uscita dalla procedura di infrazione a cui l’ha sottoposta la Commissione europea nel 2024 a causa di un eccessivo disavanzo di bilancio, che l’anno precedente aveva toccato un rapporto deficit/Pil del 7,4%, ben al di sopra del valore di riferimento adottato da Bruxelles, pari al 3%. Attualmente l’Italia è in compagnia di altri 9 paesi: Austria, Belgio, Bulgaria, Finlandia, Francia, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Romania.
I dati appena pubblicati dall’Istat registrano che il rapporto tra indebitamento delle amministrazioni pubbliche e Pil equivale al 3,1%, rimanendo dunque invariato rispetto alle stime di aprile scorso. Niente da fare per una possibile uscita dalla procedura, per cui «l’Italia deve dimostrare di avere un rapporto deficit/Pil sotto il 3% per il 2025», come confermato anche dal portavoce della Commissione europea, Balasz Ujvari, che pure ha ricordato come i dati dell’Istituto italiano dovranno essere confermati dall’Eurostat.
Numeri accolti «non senza rammarico» dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ribadisce come «purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027». Di fatto, l’Istat ha fatto indossare al governo Meloni la cintura di castità per quanto riguarda i conti pubblici e la manovra di bilancio 2027, un anno elettorale che già aveva innescato gli appetiti della maggioranza che ha iniziato ad attovagliarsi attorno all’abolizione molto parziale e piuttosto arruffata del bollo auto.
Un dato che tarpa le ali alla maggioranza e che rilancia la minoranza, a partire dal capogruppo del Pd in commissione bilancio della Camera, Maria Cecilia Guerra, secondo cui «la mancata uscita dalla procedura di infrazione è un danno reputazionale significativo per un governo che per quattro anni ci ha spiegato come il controllo dei conti fosse il suo obiettivo prioritario. A giustificazione di politiche misere, incapaci di incidere su un paese in affanno, segnato da diseguaglianze crescenti. Il fallimento brucia, ma brucia ancora di più la bassa crescita. Da Giorgetti ci aspettavamo che chiarisse che effetto avrà questo mancato traguardo sul ricorso alle clausole di flessibilità per energia e difesa. Perché la flessibilità è concessa con una regola asimmetrica: se non si è in procedura non ci si entra, ma se sì è già in procedura non se ne esce: anche il deficit creato con la flessibilità viene contato. La flessibilità per l’energia è però fondamentale per finanziare interventi strutturali che ci permettano di affrontare la crisi energetica».
Ora, si attende la validazione definitiva da parte di Eurostat che pubblicherà i dati definitivi relativi al 2025 per le procedure per deficit eccessivo il prossimo 21 ottobre ma, perché la Commissione Europea «possa proporre la revoca della procedura per deficit eccessivo (Edp, Excessive Deficit Procedure) per l’Italia nel pacchetto d’autunno del Semestre europeo, previsto per novembre, la notifica Edp dell’ottobre 2026 dovrebbe indicare, per il 2025, un disavanzo inferiore al valore di riferimento del 3% del Pil», mentre Istat oggi ha certificato che il deficit 2025 è stato pari al 3,1%.
La conferma che l’Italia resterà nella procedura per deficit eccessivo almeno fino alla primavera 2027, nel cuore della campagna elettorale per le Politiche, avrà un impatto sulla prossima finanziaria, riducendo i margini di manovra. L’Italia aveva chiesto, l’11 settembre scorso, l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia (Nec), richiesta sulla quale la Commissione sta lavorando «con la massima celerità», ha spiegato il portavoce Balazs Ujvari. La Nec, però, può diventare una trappola. A causa di come è stato riformato il patto di stabilità alla fine del 2023, i Paesi che si trovano in procedura per deficit vengono penalizzati rispetto a quelli che, al contrario, ne sono fuori. In altre parole, la Nec funziona diversamente a seconda se a chiederla è un “peccatore”, cioè un Paese che è in procedura, oppure un “virtuoso”, un Paese che ha un deficit inferiore al 3% e, quindi, è fuori procedura.
Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, aveva più volte spiegato che, nel secondo caso, il Paese che la attiva, se aumenta il deficit oltre il 3% per via delle spese militari, non entra nella procedura per deficit eccessivo. Nel primo caso, quello del “peccatore”, se il Paese si trova già in procedura e se, al netto delle spese militari aggiuntive, avrebbe visto il proprio deficit scendere sotto la soglia del 3%, al di sopra della quale rimane esclusivamente a causa delle spese militari, ebbene, in questo caso non esce dalla procedura. Questo oggettivamente penalizza i Paesi che si trovano in Edp, rispetto a quelli che non vi si trovano, quando si tratta di scegliere se attivarla o meno.
Tuttavia il governo italiano, se utilizzerà la clausola con perizia, potrebbe sfuggire a questa “tagliola”. Ujvari ha spiegato che l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia non necessariamente ostacolerà l’eventuale uscita dell’Italia dalla procedura per deficit nella primavera del 2027, sempre a patto, ovviamente, che il deficit del 2026 scenda sotto il 3% del Pil. Un obiettivo che potrebbe essere a portata di mano: le proiezioni della Commissione lo danno al 2,9% per il 2026 (occorrerà però vedere le previsioni d’autunno).
In pratica, se il deficit 2026 risulterà, nel 2027, inferiore al 3% e se l’Italia non caricherà troppe spese aggiuntive consentite dalla Nec sull’esercizio 2026, utilizzandola appieno nel 2027 e nel 2028, la Commissione potrebbe decretare l’uscita dall’Edp dell’Italia ugualmente la prossima primavera, a prescindere dall’attivazione della Nec. Per la valutazione del deficit prospettato nel 2027 e nel 2028, si potrà, appunto, «tenere conto» del fatto che è stata utilizzata la clausola nazionale di salvaguardia.
Per il governo Meloni il dato costringe a ridurre i sogni di grandezza di una campagna elettorale all’insegna della spesa, spesso allegra e clientelare per accalappiare consenso tramite proposte che contribuiscono solo a scassare ulteriormente i conti pubblici invece che spingere la crescita della Nazione, quella crescita che è mancata anche dalla spinta del Pnrr nonostante i quasi 200 miliardi iniettati nel sistema, di cui oltre 124 a debito. Per non dire della spesa pubblica cresciuta nella legislatura di oltre 100 miliardi di euro, portandosi ben oltre la soglia dei 1.000 miliardi annui. O del record di pressione fiscale al 43,1%.
Ecco, se il governo Meloni avesse gestito appena un po’ meglio l’economia nazionale, oggi non ci si arrovellerebbe attorno allo 0,1% di deficit oltre quota del 3% e, forse, anche la crescita dell’economia nazionale veleggerebbe stabilmente ben oltre il misero 1%.
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