La Commissione europea, guidata dalla sempre più inadeguata Ursula von der Leyen, per affrontare la prossima stagione invernale con i picchi annuali di consumi energetici legati al riscaldamento ha previsto come unica soluzione per contenere l’enorme aumento del caro energia per famiglie e imprese un drastico contenimento dei consumi, invitando a tagliare sui consumi elettrici e sulla temperatura del riscaldamento.
Nelle stanze del potere comunitario preoccupano i livelli di stoccaggio di gas metano accumulati per fronteggiare la stagione fredda, ben sotto la media del periodo, specie in realtà a forte consumo come la Germania, mentre in Italia si è quasi raggiunto l’obiettivo del 90% di riempimento dei depositi.
Una preoccupazione messa nero su bianco nella lettera che il commissario all’Energia Ue, il danese Dan Jorgensen, ha mandato a tutti i 27 paesi dell’Unione, raccomandandando una ferrea austerità nei consumi energetici richiamandosi al piano “AccelerateEu”, diffuso lo scorso maggio che contiene un elenco di misure di austerità energetica che gli Stati possono adottare, con il fine ultimo di ridurre i consumi energetici. «Il mantenimento di una domanda di gas superflua o addirittura il suo aumento può avere impatti transfrontalieri negativi o distorcere il mercato interno» scrive nella lettera Jorgensen sorvolando sullo specificare cosa possa essere la «domanda di gas superflua», visto che con gli attuali prezzi dell’energie nelle bollette di elettricità e gas nessuno è incentivato allo spreco.
Come spesso capita, dalle parti del potere comunitario si assiste a un sostanziale cortocircuito delle idee, spesso ben confuse, e delle azioni politiche intraprese, altrettanto spesso controproducenti e dannose per l’interesse degli europei. Prima l’Ue impone l’Ets per tassare le emissioni, scoraggiando così gli investimenti in un settore strategico come quello della raffinazione petrolifera. Poi le prospettive di un rapido declino della domanda interna di combustibili vengono alimentate dal “Green Deal” e dal bando delle automobili con motore endotermico al 2035, spingendo gli operatori della raffinazione a frenare gli investimenti a lungo termine, spostando gli approvvigionamenti sulle importazioni di prodotti finiti, prima dalla Russia e, poi, dai paesi del Golfo persico, entrambi messi fuori disponibilità causa guerra. Poi l’Ue decide una serie di incentivi per la riconversione a bioraffinerie degli impianti. Il risultato che dal 2009 in Europa sono state chiuse o riconvertite 30 raffinerie su un totale di 100, con una riduzione della capacità complessiva di raffinazione di oltre il 20%, specie sul fronte del gasolio e del cherosene, guarda caso due carburanti che oggi svettano per caro energia proprio per la carenza di disponibilità di prodotto a livello comunitario.
L’Unione europea non si smentisce e dopo avere regolato minuziosamente – anche al costo di fallire nella pratica – i mercati ora vorrebbe passare a normare i comportamenti energetici dei cittadini, in una spirale decisamente invasiva e soppressiva delle libertà individuali.
L’austerità dei consumi si palesa come cifra distintiva dell’Unione europea a guida della baronessa tedesca, che al danno dei prezzi alti unisce il rischio concreto di una recessione economica. E molti europei non hanno ancora dimenticato l’intemerata dell’allora commissario Ue Margrethe Vestager che, nel 2022, invitava a fare la doccia fredda per non consumare gas. Per non dire della politica doppiopesista della stessa Commissione nei confronti dei suoi dipendenti quando, con il gran caldo dell’estate appena trascorsa, ai piani bassi di Palazzo Berlaymont, dove sono gli impiegati di livello inferiore della Commissione, è stata spenta l’aria condizionata, mentre ai piani alti, dall’ottavo al tredicesimo, i commissari e la baronessa tedesca Ursula von der Leyen se ne stavano al fresco, facendo commentare a molti dipendenti come sia «una vergogna» e come sia facile fare austerità con l’energia degli altri.
Anche l’Italia ha le sue colpe per il caro energia, specie per un ventennale mancato sfruttamento delle risorse energetiche nazionali, gas e petrolio, ma anche geotermia. Solo pochi giorni fa, il governo Meloni ha sdoganato la ripresa delle attività estrattive a terra e in mare, con buone prospettive di riduzione paziale della dipendenza energetica dall’estero.
Stando al recente studio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), commissionato dal ministero per l’Ambiente e sicurezza energetica e presentato a Roma lo scorso maggio, per quanto riguarda il gas l’Italia ha risorse consistenti. In base ai dati ufficiali del ministero, i giacimenti già in produzione o pronti a partire contengono circa 65 miliardi di metri cubi, più di quanto la Penisola consuma in un anno intero. A questi l’Ingv aggiunge 58 miliardi di metri cubi scoperti, ma mai sfruttati (quasi tutti sotto l’Adriatico settentrionale, dove le estrazioni dei paesi confinanti – Croazia e Montenegro – sono già operativi) e il gas che i geologi ritengono probabile in zone mai perforate, è stimato in 230 miliardi di metri cubi ma ridotto per prudenza a poco più di 90. Oltre tre quarti di queste aree inesplorate si trovano sulla terraferma, proprio dove interviene il decreto appena emanato.
Da vent’anni l’Italia estrae sempre meno gas, tanto che dai 15 miliardi di metri cubi estratti nel 2001, pari a un quinto dei consumi, si è scesi nel 2025 a poco più di 3, circa il 5% del fabbisogno nazionale. Le zone in cui si cerca il metano si sono ridotte a un quarto rispetto al 2009 e i pozzi perforati ogni anno sono passati da una cinquantina a una misera decina.
Sul progressivo calo della produzione nazionale hanno pesato moltissimo le politiche europee, tra cui spicca il “Green Deal”, che ha scoraggiato l’estrazione di idrocarburi in Europa senza però ridurne sensibilmente i consumi e accentuando così la dipendenza dall’estero.
Quanto al petrolio, l’estrazione nazionale è pari a circa il 7% dei consumi, con circa 4,23 milioni di tonnellate di greggio all’anno. In Basilicata ci sono due dei maggiori giacimenti del Paese – Tempa Rossa e Val d’Agri – che valgono assieme circa l’80% della produzione tricolore.
Secondo una stima del maggiore protagonista nazionale del settore energetico, l’Eni, la produzione nazionale di energia è bloccata da troppi vincoli normativi e autorizzativi, tanto che è sostanzialmente congelata la possibilità – stimata nel 2022 – di raddoppiare la produzione nazionale attuale di gas portandola in un paio d’anni a coprire un decimo del fabbisogno nazionale per almeno un ventennio. Ma fino ad ora non se ne è fatto nulla.
C’è poi il capitolo della geotermia che secondo alcuni studi condotti da Enea potrebbe coprire fino a 4 volte i consumi energetici nazionali, potenziando l’utilizzo della geotermia a bassa temperatura per la climatizzazione degli edifici, che sfruttando le potenzialità delle zone vulcaniche per la produzione, oltre che di energia termica, anche di energia elettrica, come accade da oltre un secolo nella zona di Lardarello in Toscana. Una potenzialità inespressa, che potrebbe dare un forte impulso all’abbattimento delle emissioni inquinanti, specie nel bacino padano che va in crisi nella stagione del riscaldamento, oltre ad essere una fonte rinnovabile pienamente programmabile. Peccato che non sia nelle priorità del governo, almeno di quello in carica.
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