Bollo auto: abolizione della tassa più odiata dagli italiani molto parziale

Meloni ha lanciato una proposta giusta nel merito, ma sbagliata nell’applicazione, che taglia fuori le auto “vere” delle famiglie. Oltre a mettere una seria ipoteca sui bilanci delle regioni.

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Con la presentazione a sorpresa dell’abolizione del bollo auto, Giorgia Meloni ha stupito tutti rivitalizzando una proposta lanciata da Silvio Berlusconi nell’ormai lontano 2008, affermando giustamente che si tratta della «tassa più odiata degli italiani», per di più regressiva nei modelli con potenza oltre i 180 kW-255 CV soggetti a superbollo che, sull’altare della consueta burocrazia italiana e dell’ufficio complicazione cose semplici sempre in pieno funzionamento, va versato separatamente con modello F24 in banca, distinto dal pagamento del bollo ordinario, ma lo fa in modo molto parziale e spesso contradditorio. Oltre ad essere sottoposto all’alea di cosa succederà dopo il 2027.

Toccare il bollo auto nelle modalità proposte dal governo Meloni, anche se con un limite di applicazione a tutti motocicli e alle auto con potenza fino a 80 kW – 108 Cv e con la validità ad un solo mezzo per persona, significa agire su una voce di gettito che assicura alle casse delle regioni un gettito di 6,6 miliardi di euro all’anno di cui, con la proposta lanciata da Meloni, ne vengono tagliati 2,3 miliardi, con l’impegno da parte del governo di restituirli alle regioni sotto forma di altri trasferimenti.

Già qui si aprono una serie di interrogativi, visto che il governo Meloni interviene unilateralmente in un ambito di spettanza delle regioni, mettendo una seria ipoteca sui bilanci 2027 degli enti locali, specie se dovesse accadere qualche evento imprevisto e imponderabile che metta nuovamente in difficoltà il bilancio dello Stato centrale, perché 2,3 miliardi non sono bruscolini che si raccolgono così per strada. E il rischio per molti governatori, anche per quelli plaudenti della Salvini premier, è di trovarsi per le mani un bel buco nei loro bilanci – dai 600 milioni per il Veneto ai circa 800 per la Lombardia ai 50-60 ml ciascuna per le autonomie speciali di Trentino, Alto Adige e Friuli Venezia Giulia -, con la conseguenza di dovere o tagliare i servizi pubblici o incrementare l’addizionale regionale Irpef.

C’è poi l’aspetto dell’equità sociale dell’abolizione della «tassa più odiata dagli italiani» che è molto parziale e non copre adeguatamente tutte le famiglie cui vorrebbe rivolgersi, a partire da quelle con l’equilibrio finanziario più precario, quelle che magari già qualche tempo fa hanno dovuto dire addio alla seconda auto, all’utilitaria da città, mantenendo solo quella più grande di famiglia per tagliare sui costi di assicurazione, carburante e manutenzione divenuti sempre più onerosi a fronte di entrate delle famiglie sempre più magre.

Il limite di potenza di 80 kW -108 Cv pone automaticamente fuori dal beneficio tutte le auto degli ultimi 4-5 anni che hanno motorizzazioni che partono dai 110 Cv a salire, con una media di che s’attesta tra i 120 e i 150 Cv, con motorizzazioni di cilindrata di 1.500-1.600 cc, benzina e, soprattutto Diesel. Proprio quest’ultima motorizzazione è la vera penalizzata dall’abolizione del bollo auto perché, se si eccettua l’ormai compianto e glorioso 1.3 Multijet Fiat da 70 e 90 Cv che per anni ha equipaggiato le Panda, le Y10, le Musa, le Idea, le Punto, tutti gli altri partono almeno da una soglia di 110-120 Cv a salire fin verso i 150 Cv. E pure tra le utilitarie, i motori sotto gli 80 kW sono quelli delle sole versioni d’ingresso, mentre quelle con allestimenti superiori hanno lo stesso motore con una manciata di cavalli in più, passando dai 100 Cv a 110-120 Cv. Uscendo conseguentemente dal beneficio.

Logica vorrebbe che l’abolizione del bollo auto, per essere veramente un provvedimento a favore delle famiglie italiane, avrebbe dovuto estendersi almeno fino alla soglia dei 100-120 kW – 130-150 Cv o, in alternativa, prevedere una cilindrata fino a 1.600 cc, tale da ricomprendere anche le motorizzazioni a gasolio più diffuse e utilizzate soprattutto dai lavoratori, dipendenti e autonomi. Si spera che, in vista dell’adozione definitiva del provvedimento, ancora in versione preiminare, qualcuno si accorga del problema e vi ponga rimedio. E se c’è il problema della copertura finanziaria, il governo Meloni può ben rifarsi alla sua linea di non privilegiare chi inquina, limitando l’abolizione del bollo auto ai soli veicoli Euro5 ed Euro6, eventualmente estendendolo verso il basso fino agli Euro4. Altrimenti, la realtà è che una vecchia Fiat Uno con 25 anni sulle ruote potrebbe essere esentata dal bollo – sempre che non lo sia già per ragioni storiche –, mentre una più moderna compatta da 90-100 kW o 110-130 Cv ne sarebbe esclusa, anche se decisamente più sicura e ambientalmente molto meno impattante rispetto ad un veicolo vecchio.

Infine il bilancio economico del provvedimento, giustificato con ragioni di maggiore equità sociale rispetto al taglio delle accise sui carburanti che va a vantaggio anche di chi gira in Ferrari trangugia litri di benzina. Secondo una media realizzata da “il Sole 24 Ore”, il vantaggio massimo assicurato per chi può fruire dell’abolizione del bollo auto ammonta a circa 240 euro. Un valore che, tradotto in costo sostenuto per la tassazione dei carburanti ogni volta che si fa il pieno dei classici 50 litri di benzina o gasolio, equivale a meno di 5 pieni, ovvero a meno di tre mesi di impiego ipotizzando un paio di pieni al mese.

Davvero un po’ poco, forse troppo poco, anche in considerazione del fatto che la proposta lanciata da Giorgia Meloni, spalleggiata dai suoi due vicepresidenti Antonio Tajani e Matteo Salvini, ha un po’ troppo il sapore di una promessa elettorale, come quella sul taglio delle accise dei carburanti dove, nel 2022, era stata protagonista in prima persona proprio quella Giorgia Meloni che poi, a successo elettorale incassato, è scivolata progressivamente ma inesorabilmente nel dimenticatoio della politica e della memoria troppo breve dei soliti elettori – quei pochi che ancora vanno alle urne – becchi e cornuti.

Ma questa volta, a differenza del promesso ma mai realizzato taglio strutturale delle accise sui carburanti, il taglio del bollo auto per pochi fortunati potrà essere effettivamente incassato, almeno per il 2027, visto che gran parte della «tassa più odiata dagli italiani» si paga già a gennaio e da lì alle sempre più probabili elezioni anticipate, subito dopo il valico del 14 aprile – data in cui i neo parlamentari maturano il diritto alla pensione -, c’è per fortuna tempo.

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