Inquinamento da guerra: una questione dalle forti implicazioni a lungo termine

Il saggio appena pubblicato dal titolo “Guerra e clima” (Il Saggiatore) di Stefania Divertito, giornalista investigativa esperta di ambiente, traccia un primo quadro parziale.

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Ad agire sul cambiamento climatico non c’è solo l’azione quotidiana legata al consumo di energia fossile e alle sue emissioni: c’è anche la guerra, anzi, i sempre più frequenti conflitti localizzati, spesso sottovalutati, ma che hanno un forte impatto ambientale a lungo termine su aria, acqua e terreno che hanno conseguenze molto più rilevanti della mera emissione di anidride carbonica, specie quando si utilizzano agenti chimici o proiettili ad uranio impoverito.

Il saggio appena pubblicato dal titolo “Guerra e clima” (Il Saggiatore) di Stefania Divertito, giornalista investigativa esperta di ambiente, traccia un primo quadro parziale della situazione evidenziando un aspetto decisamente preoccupante, ma sostanzialmente sottovalutato, tanto che dal Protocollo di Kyoto del 1997, il documento che sta alla base degli impegni globali sul clima, una “manina” notturna spinta dalla volontà degli Stati Uniti fece inserire una clausola volta ad escludere le emissioni delle forze armate dal conteggio di quelle nazionali. Nel 2015 quell’esenzione fu cancellata, ma la rendicontazione delle emissioni militari è restata comunque volontaria.

Più vicini nel tempo, ci sono i conflitti attivi tra Ucraina e Russia, Palestina e Israele, le scaramucce in atto tra Iran e Usa sullo stretto di Hormuz e, più indietro nel tempo, l’Iraq, l’invasione del Kuwait, i Balcani, il Vietnam e pure le due guerre mondiali. Conflitti che hanno generato, oltre agli immani costi umani in termini di soldati uccisi o mutilati, anche migliaia di tonnellate di macerie, la dispersione in acqua, aria e terra di gas inquinanti, sostanze chimiche e metalli vari.

I territori teatro di guerra non si sono mai ripresi del tutto e a distanza di decenni evidenziano ancora tracce di contaminanti da sostanze pericolose. Oggi, gli effetti più visibili di danno ambientale connessi con le guerre sono gli incendi agli impianti energetici, come sta accadendo in Arabia, nei sultanati del Golfo persico e anche in Iran, con immensi pennacchi di fumo nero altamente inquinante che si levano per giorni e giorni, ammorbando l’aria e pure l’acqua e la terra con le ricadute di sostanze acide e fuligginose. Oppure, nel caso della distruzione di immobili, la liberazione di materiali nocivi come l’amianto impiegato per la coibentazione. Si pensi che nel solo territorio di Gaza i detriti da abbattimento da edifici ha raggiunto un volume impressionante pari a 61 milioni di tonnellate, un ordine di grandezza paragonabile a circa 10 Grandi piramidi di Giza in Egitto, con costi di smaltimento enormi, oltre che quelli connessi con la ricostruzione.

Durante la guerra dei Balcani a Sarajevo tra il 1994 e il 1995 gli aerei della Nato bombardarono l’area intorno alla città con quasi tremila chili di munizioni all’uranio impoverito, che si concentrarono soprattutto su Hadžići. Vent’anni dopo la fine della guerra, dall’analisi del terreno dei parchi giochi è emersa la presenza, ancora, di metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici cancerogeni e bifenili policlorurati, con piombo fino a 48 milligrammi per chilo.

In Ucraina la distruzione della diga di Kakhovka, sul fiume Dnepr, il 6 giugno 2023 per mano russa ha liberato in poche ore 16,4 chilometri cubi d’acqua e prosciugando un bacino che ne copriva 1.870 chilometri quadrati, il 90% della sua superficie, esponendo all’aria il fondale che contiene circa 83.000 tonnellate di metalli pesanti, sedimentati da decenni di attività industriali inquinanti a monte: una contaminazione che i ricercatori definiscono una bomba a orologeria, perché piogge ed erosione potrebbero rimobilizzarla e spingerla verso il Mar Nero.

A Falluja la guerra in Iraq ha lasciato un’eredità di tumori cresciuti fuori misura. Nel 2004 gli Usa impiegarono un esplosivo ad alto potenziale seguito dal lancio di fosforo bianco, sostanza che brucia a 816 gradi. Il fosforo, depositandosi nel terreno, si trasforma in acido fosforico e pentossido di fosforo, acidificando il suolo e riducendone la fertilità per anni; ad esso si aggiunse l’uranio impoverito, già diffuso nella regione dal 1991 causando negli anni successivi, un aumento di quattro volte di tutti i tumori e di dodici volte di quelli infantili.

Recentissimo è il caso di Teheran, una città da 9 milioni di abitanti stretta tra le montagne dell’Alborz e una pianura desertica, una conformazione che intrappola l’aria come in un catino. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2026, gli attacchi aerei di Usa e Israele colpirono quattro depositi petroliferi intorno alla capitale, tra cui Shahran e Karaj: il fumo restò visibile dai satelliti e nei giorni seguenti cadde quella che i media hanno chiamato pioggia nera, una miscela di particolato, ossidi di azoto, diossine e idrocarburi policiclici aromatici. La distruzione dei depositi di Rey e Kan ha liberato 19,5 milioni di litri di carburante e 47.000 tonnellate di gas serra.

Andando più indietro nel tempo, quasi un secolo fa ai conflitti mondiali, i massicci veleni riversati nel terreno non hanno ancora cessato di spandere i loro effetti, tanto che proseguiranno anche per le generazioni a venire. Nella foresta di Verdun, dove tedeschi e francesi hanno combattuto una delle battaglie più sanguinose della prima guerra mondiale, c’è una zona particolarmente tossica, si chiama Place à Gaz, dove a una ventina di chilometri a nord del campo di battaglia, nella “forêt domaniale de Spincourt”, i dati degli inquinanti ad oltre un secolo di distanza sono impressionanti. La presenza di arsenico, un veleno naturale solitamente innocuo nelle concentrazioni normali medie di 5-6 milligrammi per chilo di terra, lì sono stati misurati ben 175.907 milligrammi, 35.000 volte la media di un suolo europeo. L’accesso alla Place à Gaz è stato vietato solo a partire dal 2012.

C’è poi il fatto che tutti i mezzi impiegati in un conflitto non sono dotati dei sistemi antinquinamento che equipaggiano autoveicoli e camion, tanto che ad ogni accelerata dai vari carri armati in circolazione si leva un plume di fumo nero. Si calcola che su 53,2 miliardi di tonnellate (Gt) di CO2 equivalente all’anno di emissioni globali di gas, il 5,5% è attribuibile al comparto militare, tanto da farlo assurgere, se fosse uno stato, ad uno dei maggiori inquinatori mondiali, tra il quarto e quinto posto, dopo la Ue al 6%, e prima di Russia (5%), mentre in testa ci sono Cina (32%), Stati Uniti (12%) e India (8%).

C’è poi il danno connesso con l’impossibilità per recuperare per lungo tempo i terreni teatro di guerra all’utilizzo agricolo e pure all’impiego delle acque superficiali e di falda per l’irrigazione.

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