I salari reali italiani hanno perso il 6,6% dal 1990 al 2026

In 36 anni salari al palo, tasse ridotte per i redditi medio bassi e forte tosatura per quelli oltre i 35.000 euro.

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36 anni di salari reali al palo per i dipendenti del settore privato in Italia che hanno visto un calo in termini reali, nel periodo, del 6,6%, con un’attenuazione per quelli a reddito medio basso i quali hanno potuto beneficiare delle riforme dell’Irpef, mentre quelli con redditi più elevati la situazione è pure peggiorata.

A testimoniare il pesante declino economico e sociale italiano è il confronto con le altre maggiori realtà industrializzate – di cui l’Italia sarebbe ottava, preceduta pure dal Messico, ma davanti a Francia e Regno Unito -, dove tra 1990 e 2024 le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti sono cresciute del 35% nei Paesi Ocse, in una media trainata da Usa (+50,5%) e Regno Unito (+48,4%), mentre i principali Paesi europei si sono piazzati nel territorio di mezzo, con il +33,4% della Francia e dal +32,9% germanico. L’Italia è riuscita a fare il cammino del gambero, registrando un calo delle buste paga dell’1,6% rispetto all’inizio degli anni Novanta. Praticamente 36 anni di crescita mancata sotto i governi di ogni colore.

L’ultima conferma della stagnazione che ha colpito le retribuzioni italiane arriva dall’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, che ha passato in rassegna i salari dal 1990 al 2026 e gli effetti in questi anni delle modifiche all’Irpef. Gli esperti dell’organismo indipendente presieduto da Lilia Cavallari nel loro rapporto di 56 pagine (che offriranno un sicuro spunto di argomenti alla campagna elettorale in arrivo) a firma di Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli, hanno così sviluppato una metodologia che permette di scomporre contributo delle riforme, fiscal drag e capacità redistributiva dell’Irpef.

In questi anni non ha aiutato di certo la diffusione del lavoro a tempo parziale e la crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde. La situazione, ricorda l’Upb, è stata affrontata mettendo mano all’Irpef (specialmente in due occasioni, nel 2014 e nel 2025) riducendo il prelievo sui redditi da lavoro dipendente bassi e medi. Tuttavia per i redditi più elevati il carico effettivo è aumentato, soprattutto per effetto del drenaggio fiscale legato alla mancata indicizzazione dei parametri dell’imposta. L’indice di redistribuzione è così più che raddoppiato, passando da 0,028 a 0,065, un aumento attribuibile per larga parte proprio all’intervento sull’Irpef. E in vista della manovra 2027 questo aspetto deve essere affrontato e parzialmente risolto, visto che in Italia si continua a considerare un nababbo da tosare con il 43% di imposizione (cui vanno aggiunte le addizionali regionali e comunali: altri 5 punti in media) il malcapitato che denuncia più di 50.000 euro lordi, quando un analogo livello di pressione fiscale in Francia, Germania e Gran Bretagna viene applicato in media a redditi tre volte maggiori, oltre la soglia dei 150.000 euro.

Continuare ad agire sulla leva fiscale, secondo l’Upb, è un modello che mostra oramai molti limiti. Oltre al maggior carico sui redditi medio alti, la progressività selettiva su alcune categorie di contribuenti (lavoratori dipendenti) rispetto ad altre (autonomi e pensionati) solleva questioni di equità orizzontale.

«Queste considerazioni suggeriscono che il modello redistributivo attuale, fondato su un’imposta fortemente progressiva sul lavoro dipendente, ma con base imponibile relativamente ristretta, e caratterizzato da un’accentuata disparità di trattamento orizzontale tra le diverse tipologie di reddito, potrebbe aver raggiunto i propri limiti» sottolinea il rapporto.

Altri segnali di rischio arrivano da situazioni recenti. In primis il fiscal drag che potrebbe tornare vista l’inflazione che ha rialzato la testa a causa della crisi nei paesi del golfo Persico. C’è poi un altro tema, già sollevato nei mesi scorsi dall’Upb in audizione al Parlamento: l’introduzione di regimi sostitutivi per gli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali disposta dalla legge di bilancio 2026. Questa «rivela un’incoerenza del sistema: il prelievo sugli incrementi retributivi è oggi sensibilmente superiore a quello che grava sul reddito già percepito, al punto che si è scelto di sottrarre tali incrementi al regime ordinario per non vanificare gli effetti dei rinnovi contrattuali».

La leva fiscale quindi non è in grado di affrontare le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarizzazione del lavoro. E qui gli esperti suggeriscono di percorrere, per ottenere un incremento della redistribuzione, la strada di misure complementari: la revisione dei regimi agevolati, che sottraggono base imponibile al sistema ordinario (anche se hanno avuto il merito, specie per il regime forfettario al 15% fino a 85.000 euro di reddito, di fare emergere coloro che operavano in nero e in presenza di bassi redditi visto che la media di coloro che stanno nel regime dichiara sotto i 20.000 euro di ricavi), l’allargamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione e politiche strutturali volte a contrastare la stagnazione salariale, eventualmente affiancati da strumenti di sostegno al reddito operanti dal lato della spesa.

Indagando sulle retribuzioni nei vari settori produttivi, l’Upb evidenzia come nel periodo 1990-2026 le retribuzioni medie di industria e costruzioni sono salite del 16,5%, quelle del terziario sono calate del 20,9%. Dal momento che (dati Istat) l’industria occupa oggi il 26,6% dei lavoratori contro il 35,3% di 36 anni fa, mentre la quota dei servizi nello stesso periodo è salita dal 57,4% al 70%, l’evoluzione della platea spiega la sorte dei redditi italiani. La maggiore incidenza di part time e lavori discontinui nel terziario fa il resto.

Anche l’andamento della pressione fiscale ci mette del suo, visto che la curva Irpef di oggi è infatti molto più ripida di quella del 1990, tanto che chiede molto meno ai redditi medio bassi, mentre pesa decisamente di più su quelli alti.

Riportando tutti i valori ai prezzi attuali, nel 1990 l’Irpef cominciava a chiedere qual cosa a partire da 8.257 euro di reddito, mentre oggi sono praticamente esenti i redditi fino a 16.347 euro, a cui anzi offre aliquote negative che si traducono in sussidi monetari. Salendo di guadagni, l’Irpef del 2026 resta più leggera fino a quota 35.100 euro, da dove in su il prelievo del fisco decolla, tanto che il prelievo netto su un reddito da 100.000 euro è passato dal 30% del 1990 all’odierno 35%, accompagnato dalla perdita di tutti i benefici e sconti per la fruizione dei servizi pubblici.

E a coloro che, non paghi, suggeriscono ancora di tagliare sui bassi redditi sui quali, secondo l’Upb, «non c’è più nulla da tagliare», ora è necessario ridare fiato alla platea del ceto medio, finito sempre più spinto verso il basso dalle politiche populiste di tutti i governi della Repubblica, puntando a ridare dignità economica alla classe portante della società.

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