Come era nelle previsioni della vigilia: attesa, spigolosissima, destinata a non accontentare nessuno, ecco la riforma del sistema Ets, il meccanismo che penalizza le emissioni di anidride carbonica (CO2) da parte di chi l’emette.
La Commissione si è destreggiata tra chi, come l’Italia, chiede a gran voce una riforma del sistema Ets che sia più “amica” del mondo manifatturiero – e della relativa occupazione – e chi, come i paesi Nordici e la Spagna della vicepresidente esecutiva della Commissione, Teresa Ribera che ha preso il posto di Frans Timmermans, non vuole recedere dai principi scritti nelle tavole ambientaliste del “Green Deal”.
Il sistema Ets, il più grande mercato del carbonio al mondo, funziona con il principio “cap and trade”: viene fissato un tetto massimo alle emissioni e le aziende devono possedere quote per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Se emettono meno del consentito, possono vendere le quote in eccesso; se emettono di più, devono acquistarne altre. Il tetto alle emissioni diminuisce nel tempo per incentivare la riduzione dell’inquinamento.
La riforma si concentra sull’estensione dell’intero sistema di scambio di quote oltre l’attuale azzeramento delle emissioni nel 2039, e punta a un maggior numero di quote gratuite ai settori esposti al rischio di rilocalizzazione in cambio di “investimenti nella decarbonizzazione” all’interno dell’Ue.
La Commissione ha presentato un piano d’azione per l’elettrificazione «volto a fare dell’Europa il primo continente ad energia elettrica e un mercato del carbonio più forte per sostenere l’industria dell’UE nella transizione pulita e nell’elettrificazione» si legge in una nota diffusa dalla Commissione. «La dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili importati l’ha ripetutamente esposta a shock geopolitici. Questi hanno fatto salire i prezzi dell’energia sia per le famiglie che per le imprese e hanno ridotto la nostra competitività».
Mentre il 70% dell’energia elettrica dell’UE è ora generato da fonti di energia pulita autoctone, «il tasso di elettrificazione della domanda di energia si è fermato al 23% nell’ultimo decennio. Dobbiamo quindi accelerare l’elettrificazione dei settori che consumano energia, in particolare l’industria, i trasporti e l’edilizia».
A sostegno di tale ambizione, la Commissione «valuterà un obiettivo indicativo di elettrificazione del 46% entro il 2040 nell’ambito del pacchetto sull’Unione dell’energia post-2030». Il raggiungimento di questo obiettivo «potrebbe ridurre la fattura delle importazioni di combustibili fossili dell’UE di 260 miliardi di euro all’anno entro il 2040».
L’elettrificazione, spiega la Commissione, «comporta vantaggi sostanziali per l’economia, le imprese e i cittadini dell’UE in termini di prezzi dell’energia e competitività inferiori, maggiore sicurezza energetica e resilienza». Ma chi ha scritto questo passaggio lo ha fatto fingendo di non accorgersi che in realtà come la Germania o, peggio, la Polonia gran parte dell’energia è prodotta ricorrendo al carbone di cui hanno grandi giacimenti, anche se in gran parte è costituita da lignite che è la fonte con il maggiore tasso di emissioni. Solo la Francia con il nucleare e, in parte, la Spagna con una forte produzione da fotovoltaico si salvano, mentre negli altri paesi il ricorso al fossile è ancora predominante, a partire dall’Italia.
Per aiutare i produttori europei a beneficiare e guidare gli sforzi di decarbonizzazione industriale e di elettrificazione – per fare il passaggio – «”abbiamo bisogno di investimenti su larga scala», sottolinea ancora la Commissione. «Dal suo avvio nel 2005, il sistema di scambio di quote di emissione dell’UE (ETS) ha dato i suoi frutti, ha generato oltre 270 miliardi di euro di entrate che sono state reinvestite nell’innovazione, nella decarbonizzazione industriale e nella modernizzazione del sistema energetico europeo». Negli ultimi anni però «il contesto geopolitico ed economico è cambiato e l’industria dell’UE è sottoposta a una maggiore pressione. Mentre continuiamo a lavorare sull’azione per il clima, dobbiamo modernizzare la nostra principale politica di decarbonizzazione – l’EU ETS – per essere il nostro motore di innovazione e investimento per la nostra competitività e indipendenza, in linea con le conclusioni del Consiglio europeo del giugno 2026 e con il patto per l’industria pulita».
Per il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, «il modo migliore per ridurre la dipendenza dell’Europa dall’energia fossile è alimentare la nostra economia con energia elettrica proveniente da fonti pulite e autoctone. Oggi proponiamo di fare dell’Europa il primo continente al mondo ad energia elettrica» sottolineando come «dall’abbassamento dei prezzi dell’energia elettrica all’adattamento del nostro mercato del carbonio alle mutevoli realtà globali, questo è anche un piano di investimenti e indipendenza».
Il riesame del sistema ETS, nel Piano della Commissione, «porterà sollievo all’industria, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’ETS nella transizione climatica ed energetica, in linea con la normativa dell’UE sul clima». Viene aggiornato il fattore di riduzione lineare (LRF) del 3,7% per il 2031-2035 e dell’1,7% per il 2036-2040, rendendo la traiettoria più graduale e allineata al livello di ambizione climatica nazionale. Fino al 2% di crediti internazionali di alta qualità consentirà di finanziare progetti di decarbonizzazione all’estero e di fornire respiro nel periodo 2036-2040, quando la riduzione delle emissioni in Europa diventerà più impegnativa».
L’ETS riveduto «sarà fortemente incentrato sugli investimenti». La Banca per la decarbonizzazione industriale disporrà di «un finanziamento di 100 miliardi di euro destinato alla decarbonizzazione industriale su vasta scala in tutta Europa». L’ETS Investment Booster «sarà disponibile prima del 2030 come prima fase della Banca». Il Fondo per l’innovazione dell’EU ETS «continuerà a sostenere le prime applicazioni commerciali di tecnologie pulite innovative in un’ampia gamma di settori». Gli Stati membri saranno inoltre tenuti a «destinare il 50% delle entrate nazionali dell’ETS a investimenti volti a decarbonizzare i settori ETS. Ciò equivale a «oltre 100 miliardi di euro di investimenti prima del 2030».
Per il presidente di Confimi Industria, Paolo Agnelli, la riforma dell’Ets presentata dalla Commissione europea non cambia nulla: «dopo le innumerevoli normative contro l’industria che hanno messo in crisi diversi Paesi della Ue – si veda il più eclatante caso Volkswagen che, secondo le indiscrezioni, conterebbe 100.000 esuberi – continua, senza cognizione di causa, senza ritegno e senza coscienza, la politica anti-industriale europea. Arriverà il momento di fare un bilancio di quanto ci ha giovato essere in Europa. Le modifiche di oggi sono un pannicello caldo, non aiutano la nostra industria. La Cina ci ringrazierà».
Intanto, tra gli aggiornamenti del sistema Ets compare l’estensione graduale anche della gestione dei rifiuti. La riforma prevede non poche salvaguardie per venire incontro alle preoccupazioni del settore. Per gli inceneritori urbani, l’inclusione sarà graduale dal 2031 al 2034, con un possibile “opt-out” nazionale fino al 2035 se sussistono due condizioni su tre: una carbon tax nazionale equivalente; essere in linea con gli obiettivi di riciclo; essere in linea con l’obiettivo sulle discariche.
Il sistema ETS è poi esteso ai voli privati e ai voli commerciali fino a 5.000 chilometri dal centro dell’Europa e, nel settore marittimo, ad alcuni porti di paesi terzi nel grande vicinato europeo. Nel dettaglio, per l’estensione all’aviazione per i voli entro i 5.000 km, la misura (calcolata in base alla distanza dall’aeroporto di arrivo) include quindi gli scali del Medio Oriente, escludendo invece Stati Uniti e Cina. Viene confermato inoltre lo stop-the-clock su tutti gli altri voli a lungo raggio, con una clausola di revisione per la rivalutazione dell’accordo internazionale Corsia al 2032. Per il settore marittimo, infine, vengono aggiunti nuovi porti alla lista antievasione per trasbordo, e viene esteso il sistema Ets alle navi che producono più emissioni tra le 400 e le 5.000 tonnellate lorde.
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