Il governo Meloni taglia il traguardo dei suoi primi 1.000 giorni di vita e tra solo 58 giorni, superando da subito il governo Renzi e poi quello Craxi 1, sarà il terzo governo più longevo della storia della Repubblica, mettendo nell’obiettivo il Berlusconi IV con i suoi 1.283 giorni di vita.
Un traguardo di 1.000 giorni che hanno portato il governo Meloni ad essere uno dei più solidi d’Europa, oltre che probabilmente il più credibile grazie alla sua maggioranza sufficientemente coesa e a una minoranza troppo sfilacciata che non l’impensierisce, che ha migliorato sostanzialmente i conti pubblici nonostante la palla al piede dell’enorme debito pubblico e una burocrazia che limita la capacità di crescita e di spesa come sta accadendo con la gestione del Pnrr dove 120 dei 197 miliardi complessivi del piano sono ancora da spendere e ben difficilmente potranno esserlo in soli 14 mesi.
Tra le luci ci sono l’aumentata credibilità e peso internazionale, dove l’Italia può godere di una maggiore capacità d’influenza, sia in Europa che nei rapporti con i paesi del continente africano per il tramite del piano Mattei. Un peso che andrebbe fatto maggiormente valere nei confronti delle continue derive della Commissione europea che sta facendo deragliare l’economia continentale seguendo scenari irrealizzabili in ambito ambientale e del riarmo interno.
E sul fronte interno si registrano i successi delle abrogazioni del reddito di cittadinanza che ha portato ad un nuovo record di occupazione e ai minimi della disoccupazione e all’abrogazione dei vari superbonus che si sono distinti nello spreco di risorse pubbliche a favore di pochi e a danno di tutti.
Tra le ombre, il sostanziale arenamento delle riforme bandiera della maggioranza, a partire dal premierato e dal regionalismo che questa legislatura non vedranno luce concreta se non sotto mentite spoglie come una nuova legge elettorale che simuli gli effetti presidenziali e un regionalismo di facciata ma sostanzialmente inattuabile per mancanza di risorse economiche. Qualcosa meglio va sul fronte della riforma fiscale, anche se manca ancora un concreto segnale su quella classe media che tanto ha fatto per il successo elettorale del centro destra che si vede oberata da una tassazione espropriativa non appena si superano i 35.000 euro, il taglio degli sprechi e delle inefficienze gestionali del processo politico amministrativo.
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