Unione europea: il problema è sempre più Ursula von der Leyen

Ad un anno dalla presentazione del Rapporto Draghi sul rilancio delle competitività, Draghi affonda l’operato della Commissione Ue Ursula 2.

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A un anno dalla presentazione del Rapporto Draghi per il rilancio della competitività europea, l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex premier italiano ha stroncato l’operato della Commissione Ursula 2, accusando von der Leyen di avere sprecato nel solito immobilismo inconcludente europeo un anno mentre gli altri hanno continuato a correre. Tanto che appare sempre più evidente come il problema dell’Unione europea sia sempre più il suo vertice, quell’Ursula von der Leyen che ha incassato i cazzotti sferrati sotto la cintola da Mario Draghi senza fare un plissé, anzi, dicendo pureGrazie Mario!”.

Il messaggio di Draghi può essere condensato in un non c’è più tempo per pensare solo a sé stessi (e agli interessi elettorali o di maggioranza dei governi in carica); la Ue deve produrre risultati «entro mesi, non anni» in termini di cooperazione interna, indipendenza e sicurezza economiche, riforma dei meccanismi di decisione, rilancio della competitività che passa per l’abbattimento delle barriere del mercato unico (dai mercati dei capitali all’energia alle telecomunicazioni).

Per Draghi ci vuole una coalizione di Paesivolonterosi” per un vero salto di intensità programmatica, politica ed economica, compreso lo scatto verso debito comune per progetti comuni. Ciò perché la situazione dell’Europa «è ancora più difficile di un anno fa», quando venne pubblicato il cosiddetto “rapporto Draghi”: il modello di crescita sta svanendo, l’Europa è più vulnerabile, non c’è un percorso chiaro per finanziare gli investimenti, che adesso la Bce stima per il periodo 2025-2031 non più a 800 miliardi all’anno (stimati nel 2024) bensì a 1.200 miliardi all’anno dato che le spese per la difesa saranno finanziate principalmente dagli Stati. L’inazione minaccia sia la competitività europea che la sovranità della Ue. E di questo non sembra che «che i governi non abbiano compreso la gravità del momento».

Non che la Ue sia stata ferma, tuttavia il quadro economico è velocemente peggiorato nell’ultimo anno (senza parlare delle guerre in corso), tutte le sfide si sono acuite. Non ci sono di mezzo solo la Russia e la Cina, ci sono di mezzo anche gli Stati Uniti retti da Trump. Le basi della crescita europea si sono ulteriormente indebolite, dice Draghi. Gli Usa «hanno imposto i dazi più elevati dall’era Smoot-Hawley (1930), la Cina è diventata un concorrente ancora più forte, sia nei mercati terzi che, poiché i dazi statunitensi deviano i flussi, all’interno dell’Europa stessa. Da dicembre dello scorso anno, il surplus commerciale della Cina con la UE è cresciuto ulteriormente». Nello stesso tempo, per Draghi «la capacità dell’Europa di rispondere è limitata dalle sue dipendenze, anche quando il nostro peso economico è considerevole». Anche per Draghi è finita l’illusione – innanzitutto tedesca ed estendibile al modello di sviluppo dell’Europa – che essere potenza commerciale comporti automaticamente potere di influenza politica su altri paesi e a livello globale

Draghi riconosce ciò che il vertice della Commissione Ue si affanna a nascondere: la Ue «ha dovuto accettare un accordo commerciale in gran parte alle condizioni americane» perché dagli Usa dipende per la difesa. Dunque non è poi così buono come von der Layen si è sperticata di convincere i sempre più riottosi 27 soci dell’Ue. Poi la dipendenza dai materiali critici cinesi ha ridotto «la nostra capacità di impedire che la sovraccapacità della Cina inondasse l’Europa o di contrastare il suo sostegno alla Russia». La dipendenza europea è, dunque, su molti lati contemporaneamente.

Draghi invita a non farsi illusioni: dato che gli Stati Uniti assorbono circa tre quarti del deficit globale delle partite correnti, «diversificare al di fuori del loro mercato è irrealistico nel breve termine».

Von der Leyen appare più attenta a difendersi dalle critiche ricevute in questo periodo sulla lentezza con cui la Commissione sta procedendo, è molto concentrata a elencare e valorizzare i passi compiuti (dal sostegno alle tecnologie avanzate all’energia), però rinuncia a intervenire su temi scottanti come il ricorso sistematico a debito comune, date le profonde divisioni tra i governi. Mentre sull’intelligenza artificiale secondo von der Leyen la Ue è «ben posizionata» e si trova tra i favoriti nel mondo, Draghi rimarca i progressi compiuti, ma invita a non dimenticare «le lacune evidenti» visto che gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli di base nel 2024, la Cina 15 e la Ue solo tre. Nell’integrazione verticale dell’intelligenza artificiale nell’industria se l’Europa ha dei vantaggi (le sue aziende detengono oltre la metà del mercato globale delle soluzioni di automazione industriale), solo il 10% circa delle aziende manifatturiere ha utilizzato l’IA nel 2024. 

Draghi ritiene che non ci sia più spazio per le remore, per traccheggiare sia sul piano internazionale che sul piano delle politiche interne Ue. Nessun paese europeo regge la situazione attuale da solo, pensando prima a sé stesso e poi – casomai – agli altri. E ciò vale per la Germania. Draghi non la cita esplicitamente, però non a caso parla della necessità che sugli aiuti pubblici alle imprese si affermi «un nuovo approccio per coordinarli perché spesso alimentano il protezionismo: spesso un aiuto in uno Stato ha un effetto negativo sulla crescita dei suoi vicini». E sempre in tema di rilancio industriale, sulla revisione degli orientamenti di Bruxelles sulle fusioni (per sostenere i campioni europei) cui sta lavorando proprio la Commissione, Draghi rimarca che «l’industria non può attendere fino al 2027» o il 2026 nel campo dell’automotive

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