Per risolvere la problematica del caro casa, sia in locazione che in proprietà, probabilmente sarebbe utile che il governo Meloni riproponesse un nuovo “piano Fanfani” o “piano Ina–Casa” che tra il 1949 e il 1963 riuscì a realizzare oltre 350.000 alloggi nuovi. E potrebbe farlo coinvolgendo realtà come le fondazioni bancarie per tagliare le unghie alla speculazione immobiliare, oltre a stanziare direttamente parte delle risorse necessarie.
Nell’immediato dopoguerra, l’Italia si ritrovava con città danneggiate dai bombardamenti e con l’avvio di un movimento sociale che spostava le masse popolari dalle campagne alle città, con conseguente aumento della richiesta di abitazioni nelle aree urbane che non era in grado di essere soddisfatta.
La legge istitutiva arriva nel febbraio 1949, in un Paese ancora fragile sul piano economico e sociale. L’idea politica è chiara: usare la casa come leva doppia, per dare lavoro e per offrire un tetto dignitoso a migliaia di famiglie. A promuovere il progetto è Amintore Fanfani, allora ministro del Lavoro, che legherà per sempre il suo nome a quell’idea.
Il “piano Fanfani” si sviluppò in due cicli settennali coinvolgendo centinaia di comuni, dalle grandi città industriali ai centri medi e piccoli. I numeri raccontano la portata dell’intervento: centinaia di migliaia di alloggi costruiti, milioni di vani, un flusso costante di lavoro per il settore delle costruzioni in anni cruciali per la ripresa: alla fine saranno oltre 350.000 gli alloggi in 5.000 comuni sugli oltre 8.000 sparsi lungo la Penisola.
Il “piano Fanfani” non è solo quantità di nuove case, ma anche un laboratorio di urbanistica e architettura, che sperimenta quartieri pensati come unità autonome, con servizi, spazi verdi e attenzione alla vita comunitaria. Un concetto ancora oggi attuale, salvo dovere combattere con la sempre più forte desertificazione dei servizi che interessa i quartieri delle città e dei comuni periferici.
Il “piano Fanfani” coinvolge anche architetti di primo piano come Giò Ponti e Carlo Aymonino che danno origine ad insediamenti ancora oggi attuali, interi quartieri lontani dalla logica del semplice dormitorio. Anche se non mancano limiti e critiche.
Con la fine del piano, all’inizio degli anni Sessanta, l’eredità passa dalle mani dell’Ina alla Gescal (Gestione case per i lavoratori) e ad altri strumenti di edilizia pubblica, poi cessata tra polemiche e distrazione dei fondi dalla loro missione originaria – assicurare la casa ai lavoratori – nel 1974, con la materia passata alla competenza delle regioni.

Oggi si parla di fare un nuovo piano casa, vuoi per accompagnare la ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente per adeguarlo alle nuove normative di risparmio energetico e antisismico, vuoi per realizzare ex novo nuove abitazioni, anche se meglio sarebbe intervenire sul riuso e riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente, anche in presenza del continuo calo della popolazione.
C’è il problema della copertura dei costi, che potrebbero vedere coinvolti sia fondi pubblici da parte dello Stato o dell’Europa, ma anche fondi delle fondazioni bancarie che avrebbero l’interesse di investire parte dei loro proventi dalla gestione del capitale derivante dalla vendita delle attività bancarie nella riqualificazione di immobili esistenti e nella realizzazione di nuovi, oltre a una nuova compartecipazione da parte degli stessi lavoratori, così come avveniva con i fondi Gescal, dando la priorità nell’accesso alla casa in locazione con la possibilità di riscatto proprio ai lavoratori che versano il contributo da un congruo periodo di tempo, ad esempio 10 anni.
L’accesso ad un’abitazione oggi costituisce un problema di primaria importanza, visto che è strettamente legato alla possibilità per le imprese di trovare lavoratori, i quali non possono spendere gran parte della loro retribuzione solo per pagare l’affitto e le bollette. L’intervento pubblico (stato o regioni) e parapubblico (fondazioni bancarie) avrebbe l’obiettivo di calmierare i costi dell’abitare, che poi si riflettono anche sul costo della vita e sul reale potere d’acquisto, contribuendo anche a raffreddare l’inflazione. E l’intervento dovrebbe prioritariamente riguardare in quelle realtà dove la pressione abitativa è maggiore, così come è maggiore il costo della vita, tanto che molti non accettano di trasferirsi per lavorare quando gran parte del guadagno conseguito se ne va in affitti e bollette.
Si vedrà se a 75 anni dal “piano Fanfani” il governo Meloni avrà la forza e lungimiranza sufficiente per fare decollare un piano simile, stando ben attenti a non replicare lo scasso dei conti pubblici verificatosi con il “Superbonus 110%” con il contrappasso che la regalia grillina ha beneficiato più i possessori di ville, villini e pure di castelli invece degli inquilini delle case popolari o dei proprietari di un appartamento nei condomini di quelle periferie sempre più socialmente ed economicamente desertificate. Potrebbe passare alla storia come un “piano Meloni” per la casa.
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