Transizione 5.0 tutto torna come prima: ripristinati i fondi tagliati

Urso: «fatti tutti gli sforzi possibili per un totale di 14 miliardi. Abbiamo lavorato in piena sintonia tra ministeri».

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Tanto tuonò che piovve, verrebbe da dire dopo che il governo Meloni con la manina del ministro all’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva provveduto al taglio retroattivo di circa 1,5 miliardi dal fondo Transizione 5.0 destinato a quelle imprese che, pur avendo fatto regolare domanda nei termini, non erano state finanziate nel 2025 per esaurimento dei fondi, poi rimpinguati con la Finanziaria 2026, salvo essere decurtati per “esigenze di necessità” a seguito del mutato contesto economico dovuto alla nuova crisi internazionale.

Dopo il sollevamento corale di tutte le categorie per il taglio subito retroattivo ad investimenti già effettuati o in procinto di esserlo con ordinativi già confermati, ancora una volta si è verificato quel deteriore comportamento della politica italiana di cambiare le regole a gioco già iniziato, scaricando sugli incolpevoli imprenditori costi e responsabilità non loro, ma di amministratori pubblici forse troppoleggeri”, che agiscono senza valutare appeno le conseguenze di certe manovre maldestre. Manovre che, oltre a causare un pesante danno economico, causano anche un danno reputazionale forse anche maggiore in capo a chi lo ha deciso.

Le veementi critiche del mondo produttivo devono avere scottato il governo ed in particolare il premier Giorgia Meloni, già reduce dalle ustioni del voto referendario, tanto da avere imposto l’ennesima retromarcia con tanto di manovra ad “U”, ripristinando il maltolto nel fondo dedicato alle imprese, con la soddisfazione di tutti, all’insegna di una rinnovata fiducia, almeno nel breve, nei confronti dell’operato del governo.

A darne comunicazione è stato il ministro delle Imprese e del “Made in Italy”, Adolfo Urso: «in queste ore, abbiamo fatto il massimo sforzo possibile. Abbiamo lavorato in piena sintonia tra ministeri per offrirvi una ipotesi di lavoro che, oltre a confermare integralmente gli 1,3 miliardi in più alle imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico con Transizione 5.0, incrementa le risorse a loro disposizione di ulteriori 200 milioni, per un totale di 1,5 miliardi in più. Nel complesso Transizione 5.0, nella versione appena conclusa col credito d’imposta e in quella nuova con l’iperammortamento, può contare su una dotazione di circa 14 miliardi».

Urso si spertica per recuperare il tonfo di credibilità nei confronti del mondo produttivo: «posso assicurare che gli impegni saranno mantenuti, come ho sempre dichiarato qui e nei confronti delle imprese. Riceveranno quanto dovuto, nel tavolo svolto questa mattina sono state confermate le risorse originarie destinate. Con il dl appena approvato la dotazione finanziaria del nuovo piano Transizione 5.0 è stata ulteriormente rafforzata di 1,4 miliardi di euro, passando da 8,4 a quasi 10 miliardi di euro, se a queste risorse si aggiungono quelle del piano 4.0 in vigore nel biennio 2024-2025, e caratterizzato da una dotazione complessiva pari a 6,4 miliardi di euro, emerge con chiarezza come ci troviamo di fronte al più importante e significativo intervento degli ultimi anni per il sostegno alle imprese negli investimenti in digitalizzazione e sostenibilità ambientale: oltre 10 miliardi nel biennio 2024-25, se sommiamo Industria 4.0 a Transizione 5.0, e circa 10 miliardi con il nuovo iperammortamento della Nuova Transizione 5.0. In totale 20 miliardi di euro: 10 nel biennio appena trascorso e altri 10 per il piano Transizione 5.0 strutturale e continuativo con l’iperammortamento, per quest’anno e quelli successivi».

La frettolosa retromarcia del governo Meloni è stata salutata positivamente dalle categorie economiche e anche dalla politica, con “Patto per il Nord” che punge il salviniano Giorgetti: «ha fatto bene il Governo a tornare sui suoi passi e ripristinare i fondi per la Transizione 5.0. E’ stato sanato un errore che con un po’ più di accortezza si sarebbe potuto evitare fin dal principio, non inficiando il rapporto di fiducia fra le istituzioni politiche e il mondo delle imprese. Evidentemente le risorse c’erano e la linea odierna sbugiarda il ministro Giorgetti che interpreta il suo ruolo in maniera fin troppo timida e disfattista in un momento in cui sono invece richiesti coraggio e determinazione per affrontare le sfide epocali che abbiamo dinanzi a noi – chiosa velenosamente il segretario federale Paolo Grimoldi -. Le proteste delle imprese e delle forze politiche pragmatiche, come “Patto per il Nord”, hanno quindi avuto successo stroncando la scelta antindustriale del ministro dell’Economia, ancor più grave perché effettuata a tradimento, con la retroattività. Evidentemente i principi elementari dello stato di diritto non sono chiari a tutti».

Urso ha colto l’occasione della comunicazione dello scampato pericolo per gli investimenti delle imprese per fare un bilancio sull’attuazione di “Transizione 5.0”: «in poco più di un anno è stata utilizzata da quasi 20.000 imprese, 15.000 medie e piccole, un risultato insperato per molti, soprattutto a fronte della campagna di denigrazione delle “fake news” che sono state diffuse in questi anni, e se la raffrontiamo a Industria 4.0, nel primo anno di applicazione – perché ovviamente le imprese devono comprendere i nuovi strumenti – nel primo anno di applicazione Industria 4.0 avevatiratoappena poco più di 400 milioni di euro».

«Assicureremo alle imprese che il nuovo Piano Transizione 5.0 con l’iperammortamento entri subito in vigore dopo aver rimosso il vincolo del “Made in Europe” – ha aggiunto Urso -. Il nostro Dicastero trasmetterà entro questa settimana il nuovo decreto interministeriale del Mef, affinché da subito le imprese possano utilizzare anche il nuovo Piano Transizione 5.0 che ha una durata triennale, fino a settembre 2028. Siamo impegnati ad aumentare la dotazione fino a quasi 10 miliardi per i prossimi anni a cominciare da questo anno decisivo per vincere la duplice sfida della digitalizzazione e della transizione ambientale, tanto più necessaria a fronte purtroppo della guerra che perdura nel Golfo persico».

E se bisogna trovare le risorse per tappare qualche buco di bilancio, si potrebbe iniziare ad agire con maggiore determinazione nei confronti dell’evasione fiscale – nel 2025 il recupero ha fruttato 35 miliardi di euro, ancora ben sotto il potenziale di 100 miliardi – e dall’evasione contributiva, visto che il Comitato di vigilanza Inps ha comunicato la presenza di 10 miliardi di evasione, di cui solo 500 milioni accertati e ben 193 miliardi di crediti nel 2025, di cui gran parte sono destinati a diventare inesigibili. Ne parliamo in un dettagliato articolo su “Diario d’Italia”.

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