Tetto al prezzo dei carburanti, Eni spiazza la distribuzione e la concorrenza

A ruota (ma senza tetti predefiniti) s’aggiunge Ip. Il taglio di circa 18 centesimi al litro è un sacrificio trascurabile rispetto al rischio di una tassazione maggiore sugli extraprofitti.

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Eni, forse su spinta della capacità di persuasione del governo, ma più probabilmente dopo un attento bilanciamento tra i costi di un taglio “spintaneo” e l’affrontare l’incognita di una possibile tassa sugli extraprofitti, ha buttato i dubbi oltre l’ostacolo agendo sul tetto al prezzo dei carburanti di circa 18 centesimi al litro per benzina e diesel a partire dal 28 settembre e valevole per un mese, con la possibilità di proroghe fino alla fine dell’anno, con un probabile costo di circa 100 milioni di euro al mese.

La mossa di Eni, benedetta dal governo che è anche l’azionista di maggioranza relativa con circa il 30% delle quote, non è rimasta in solitaria: anche l’azera Ip l’ha seguita, ma senza applicare un tetto predefinito come ha fatto Eni nelle sue stazioni (2,19 euro al litro per il diesel e 1,99 per la benzina), che sarà variabile a seconda delle esigenze.

Il taglio del costo dei carburanti riguarda circa il 40% della rete distributiva che fanno capo ad Eni e a Ip (con la possibilità di estendersi anche alla controllata Esso). Per tutte le altre compagnie, più o meno attive solo sull’ultimo tratto della distribuzione del ciclo del petrolio è praticamente impossibile fare altrettanto. E da parte di molti si accenna ad un rischio di dumping e di concorrenza sleale, visto che le reti che non potranno imitare il taglio saranno con tutta probabilità destinate a perdere clienti o, se invece vogliono mantenere le quote di mercato conquistate, a lavorare in perdita.

Il caso della Francia è lì a dimostrarlo, dove il colosso francese TotalEnergies la scorsa primavera ha deciso un tetto ai prezzi poi prorogato più volte. La mossa, però, oltre a mandare su tutte le furie i gestori indipendenti – che a luglio hanno presentato un esposto all’Antitrust francese sostenendo che l’iniziativa altera la concorrenza – ha avuto ripercussioni anche sulle giacenze, con distributori presi d’assalto e carburante che scarseggia.

Non è un caso che a fare la prima mossa siano state due compagnie con il ciclo del petrolio integrale, dall’estrazione alla raffinazione fino alla commercializzazione attraverso una rete di pompe di proprietà o gestite direttamente. Il perché è nella struttura economica del mercato petrolifero. Rispetto alle odierne quotazioni internazionali del petrolio che viaggiano attorno ai 100 dollari al barile (159 litri), chi estrae petrolio ha costi molto variabili a seconda delle caratteristiche chimiche del greggio e di quelle geologiche del deposito. Chi estrae da giacimenti “facili” come quelli arabi con un greggio mediamente “leggero”, i costi di produzione variano da circa 10-15 dollari al barile nei paesi del Medio Oriente (es. Arabia Saudita), con costi di produzione di base molto economici, ai circa 40 dollari al barile nelle aree più produttive “tradizionali” degli Stati Uniti, come quelle del bacino del Permiano. Viceversa, nel caso di produzione da scisti bituminosi che necessitano di impiegare la fratturazione idraulica (“fracking”) delle rocce come in Nord Dakota, i costi di produzione salgono ad oltre 55-60 dollari al barile. In vetta per costi di produzione si piazza il greggio pesante del gigantesco bacino dell’Orinoco in Venezuela dove i costi di produzione si attestano attorno ai 90 dollari al barile. Già alla produzione, per un operatore integrato si crea un ampio margine di guadagno tra i costi di produzione e il prezzo di mercato internazionale.

C’è poi il fronte della raffinazione, visto che il petrolio greggio non ha un utilizzo immediato. Prima dell’attacco all’Iran, il margine medio di guadagno per trasformare il petrolio da greggio nei vari carburanti era poco sopra i dieci dollari a barile, margine che oggi veleggia attorno ai 40 dollari a barile, senza che i costi tecnici di raffinazione siano aumentati. Anche per quest’ambito, Eni ha visto i fatturati aumentare di ben 5,4 miliardi di euro solo nel secondo trimestre del 2026, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.  Il costo industriale della sola raffinazione del petrolio greggio in prodotti come benzina e diesel si aggira in condizioni normali tra i 5 e i 10 dollari al barile (circa 3-5 centesimi al litro). Da un barile di petrolio (circa 159 litri) si ottiene una quantità leggermente superiore di prodotti raffinati (circa 170-175 litri) grazie ai volumi aggiunti dai processi di lavorazione.

In termini pratici, la resa in benzina dalla raffinazione di un barile si ricavano mediamente tra i 50 e i 70 litri di carburante (circa il 30-45% del totale). Dallo stesso quantitativo di petrolio greggio si ricavano in media circa 34-38 litri di gasolio, pari a circa il 20-25% del volume totale del greggio, cui s’aggiungono altri circa 11 litri di cherosene per aerei che corrispondono a circa il 7% del totale iniziale.

Come si vede, il doppio, cospicuo margine ottenibile sia sul fronte dell’estrazione del petrolio e della sua successiva raffinazione da parte di operatori integrati fa sì che gli utili ricavabili siano decisamente elevati, specie ora sulla spinta rialzista delle quotazioni internazionali dove si registra, soprattutto in Europa per via della scelta ambientalista fallimentare di chiudere raffinerie per sostituirle con l’importazione di prodotti finiti, carenza soprattutto di gasolio e di cherosene.

Secondo un conteggio di massima fatto da Assopetroli che rappresenta 12.000 distributori indipendenti pari al 50% delle stazioni di servizio, le minori entrate per Eni potrebbero essere di poco meno di cento milioni di euro al mese, a fronte di ricavi da distribuzione di circa 1,3 miliardi al mese; l’impatto per i fatturati di Ip dovrebbe essere di poco inferiore. Per Eni e Ip si tratterebbe di un sacrificio tutt’altro che insopportabile. Intanto l’aumento del prezzo del greggio e il molto maggiore aumento dei margini di raffinazione compensano abbondantemente i 17 centesimi concessi “spintaneamente” ai consumatori.

Il risparmio medio è di 8,50 euro per un pieno da 50 litri. Il tetto vale per tutte le stazioni di rifornimento in Italia a marchio Eni o Enilive, che sono 3.846 su 21.750 impianti totali. Di queste circa un quarto, quasi mille, non sono di proprietà né gestite dall’Eni. Ip ha 4.575 stazioni in Italia e applicherà il tetto ai prezzi progressivamente a partire dalle stazioni di proprietà Ip, circa 2.000 in Italia. Successivamente sulle restanti a marchio Ip. Socar valuta anche come estendere il meccanismo alle stazioni a marchio Esso e agli altri operatori della filiera che si riforniscono da Ip.

Che conclusioni trarre dal contropiede giocato dalle grandi compagnie petrolifere sul campo dei prezzi dei carburanti? Ancora una volta, il governo Meloni spaccia per suo un risultato molto parziale e non risolutivo per il caro carburanti, tanto più che il “tetto” non si applica per le forniture all’ingrosso, quelle “extra rete” che alimentano le flotte dell’autotrasporto che, da par loro, minacciano la fermata dei servizi se non s’interviene per riequilibrare gli extracosti che devono coprire (extracosti che riguardano anche i tassisti che operano con tariffe amministrate imposte dai comuni o tutte le persone che utilizzano in modo imprescindibile l’auto per lavoro), sorvolando sull’evidenza che il sacrificio autoindotto – che nelle premesse può valere complessivamente circa 300 milioni di euro ciascuna per Eni e Ip – è di gran lunga meno costoso rispetto ad una più volte paventata tassa sugli extraprofitti. Un governo forte potrebbe ben pretendere un maggiore sacrificio autonomo da parte delle compagnie, portando i loro ipermargini attuali ai livelli di normalità, senza perderci un centesimo.

Certo, c’è poi il problema di chi ha le mani e piedi legate e che non può fare altrettanto e che rischia di essere espluso dal mercato a vantaggio dei due maggiori competitor che andrebbero garantiti con forniture anch’esse a prezzo calmierato per rimettere il mercato in una situazione di parità di condizioni di competizione.

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