Per arginare quella che gli operatori, anzi, le operatrici del settore parlano di “fuga di fica” per evitare l’applicazione della tassa sul porno o tassa etica del 25% che va ad aggiungersi alla tassazione normale, già pesante di suo, parte la raccolta firme per la sua abolizione proposta da Azione e dai Radicali italiani e che trova il consenso nella sempre più ampia fascia di creator digitali, dei quali si è finalmente accorta anche la Guardia di Finanza con indagini a tappeto per controllare la regolarità fiscale, tanto che chi opera in Italia è penalizzato rispetto a chi svolge legittimamente la propria attività al di fuori dei confini patri.
La proposta per l’abolizione della tassa sul porno o tassa etica che si applica anche al materiale che incita alla violenza e alle trasmissioni volte a sollecitare la credulità popolare, categoria che comprende le attività svolte da cartomanti, maghi o indovini, è stata presentata al Senato della Repubblica specie dai nuovi protagonisti del settore del porno soft, quei tanti creator che su canali come Onlyfans si sono inventati un’attività spesso lucrativa che viene falcidiata da prelievi del 70% e anche oltre se si aggiungono le addizionali regionali e comunali.
A sostenere la battaglia delle “onlifancer” e per evitare la “fuga di fica” dall’Italia abolendo la sovrattassa ci sono i Radicali italiani di Filippo Blengiono e Matteo Hallysey, i parlamentari di Azione Marco Lombardo e Giulia Pastorella (ma c’è anche il dem Toni Ricciardi). Poi ancora l’onlyfancer (e anche divulgatrice scientifica) Luiza Munteanu, ma anche l’avvocato Francesco Leone che, Costituzione alla mano, è pronto a combatte contro la «discriminazione etica» subita, a dire dei promotori della campagna, dalle star a luci rosse che subiscono, via fisco, un «giudizio morale» che viola «il principio di laicità» e «neutralità fiscale». A difendere le onlyfancers anche il presidente dell’Unione consumatori Massimiliano Dona, pronto a tutelare i legittimi diritti di tutti i consumatori di contenuti per adulti.
Introdotta dall’articolo 1, comma 466, legge n. 266/2005, la tassa sul porno o tassa etica è un’imposta addizionale pari al 25% su Irpef e Ires sulla quota di reddito derivante dalla produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico o che incita alla violenza e alle trasmissioni volte a sollecitare la credulità popolare.
È credenza diffusa – spiegano i radicali – che la creazione di contenuti per adulti sia una strada rapida e facile per il successo economico ma «in realtà, specie su Onlyfans, più del 90% delle persone che fa creano contenuti guadagna in media meno di quattrocento euro al mese – spiega Luiza Munteanu, creator e tra le promotrici della proposta di legge – la maggior parte delle persone che guadagnano è povera, si potrebbe definire così. E queste persone si trovano con una pressione fiscale che può arrivare oltre i 40%».
Secondo i promotori la tassa etica oltre a rappresentare un ennesimo fardello fiscale è incostituzionale, in quanto violerebbe i principi di laicità dello Stato, di libertà di espressione e di capacità contributiva.
La legge identifica la pornografia come «giornali quotidiani o periodici, con i relativi supporti integrativi, e ogni opera teatrale, letteraria, cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico, in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti».
Inoltre lo stesso nome attribuito alla legge secondo i Radicali collide con il principio di laicità dello Stato. «Anche solo il fatto che esista una tassa che si chiama etica dovrebbe far venire i brividi in uno stato laico – sottolinea Debora Striani, membro di Radicali italiani e promotrice della campagna – perché l’eticità, come il cercare di influenzare le scelte dei cittadini verso dei valori etici non è compito di uno Stato laico, il nome è estremamente fuorviante, questa tassa non va a toccare il consumo di porno, non va tutelare chi la legge voleva tutelare, le cosiddette vittime del porno, va semplicemente a disincentivare la produzione delle creator italiane, perché questa tassa non tocca chi consuma».
E gli italiani consumano grandi quantità di porno. Nella classifica stilata da PornHub, nota piattaforma pornografica, l’Italia si piazza all’ottavo posto nella classifica mondiale per numero di visite e al quinto per il tempo trascorso. Inoltre c’è il primato conquistato a dicembre da Milano che si è piazzata al terzo posto a livello mondiale per spesa su Onlyfans. Gli utenti meneghini lo scorso anno hanno speso 58 milioni di dollari, posizionandosi dietro solo ad Atlanta e Orlando.
Le firme da raccogliere sono 50.000 in 6 mesi, un compito reso più semplice dalla possibilità di firmare online, ma la vera battaglia «è portare il Senato a discutere la proposta di legge – come ricorda Matteo Hallisey, presidente di Radicali italiani – solo una volta la proposta di legge promossa dai cittadini è stata anche approvata ma questi sono gli strumenti democratici che abbiamo per provare a fare pressione sulle istituzioni».
E che il porno tiri lo dimostra anche le quotazioni stellari raggiunte da Onlyfans, ben 5,5 miliardi di dollari, il cui proprietario Leonid Redvinsky che ha acquistato nel 2018 la piattaforma dai fondatori originali Tim e Guy Stokely, sta trattando la vendita del 60% ad un fondo d’investimento americano per 3,5 miliardi di dollari, a fronte di un fatturato annuo di 1,6 miliardi di dollari.
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