Siccità, un film già visto e rivisto ma non cambia la capacità di affrontare la situazione

Nonostante la nomina del commissario e gli ingenti fondi Pnrr, l’Italia continua ad avere capacità di accumulo ridotta della pioggia (solo l’11%) e reti distributive colabrodo. Il nodo del calo della produzione energetica, sia idro che termoelettrica.

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La siccità è un film già visto che si continua a proiettare nelle sale virtuali della politica nazionale, visto che nulla cambia o molto poco, ben meno delle reali necessità della Nazione.

I fenomeni di siccità, da eventi eccezionali, stanno diventando la normalità sempre più diffusa da locale che erano. Nel 2026 l’intera Penisola è alle prese con una crisi idrica dovuta a precipitazioni mancanti a almeno un paio di mesi, fiumi a secca e laghi in continuo calo. Da anni, lustri, decenni si parla di adeguare la rete di accumulo dell’acqua piovana che cade, salvo lasciarla scorrere a mare visto che l’Italia riesce ad accumulare solo l’11% del totale delle precipitazioni annue, contro un 30% della Spagna che presenta realtà predesertiche e desertiche molto più frequenti del Belpaese. Il Pnrr ha stanziato 2,9 miliardi di euro per realizzare infrastrutture idriche ex novo o ristrutturare quelle esistenti, di cui il 60% vincolato alle regioni del Mezzogiorno. Dal 2023 è in carica un commissario per l’emergenza – ma ormai più che emergenza sarebbe meglio chiamarlaquestione” – idrica guidata dal responsabile della protezione civile, Fabio Ciciliano che va verso l’ennesima proroga.

Come al solito, nonostante un’emergenza ormai tramutatasi in “questione” a tratti irrisolvibile, quasi come quella Meridionale o quella Settentrionale, il prefetto Ciciliano ha prima dovuto combatte l’atavica, irrisolvibile burocrazia italica, predisponendo un enorme piano di raccolta dati su progetti esistenti, necessità e coperture finanziarie (6 miliardi). Solo nel 2024 l’Italia si è dotata di un Piano idrico nazionale, il Pniissi, che vale 12 miliardi per 418 interventi: per ora ne sono stati stanziati 1,7 miliardi, tutti per interventi già progettati.

La Corte dei Conti, per il secondo anno consecutivo, ha rilevato lo stato critico del Pniissi, controllando a campione 9 interventi dei quali 6 hanno presentato criticità più o meno gravi, spazianti da aumenti dei costi, stalli procedurali, contenziosi, etc. Esemplare il caso della vasca di espansione del torrente Cavaliere in Molise progettate per contenere i picchi di piena, finanziata nel 2020 (nel frattempo i costi stimati sono passati da 30 a 80 milioni), la Corte ha chiesto il perché del progetto non si sapeva più nulla. il ministero delle Infrastrutture retto dall’Uomo del Ponte, Matteo Salvini, ha risposto alla Corte che non c’era monitoraggio del cantiere perchéera fermo. L’ennesimo caso di come da eccesso di “pontite” (di Messina) si finisca poi per perdere il controllo anche su tante centinaia di altre opere, forse meno impattanti mediaticamente, ma molto più utili per la popolazione e per l’economia nazionale di un Ponte di Messina che difficilmente Salvini potrà portare alla realizzazione.

Non solo: c’è l’annosa questione della realizzazione dello sbarramento alla foce del fiume Adige – il secondo della Penisola dopo il Po – dove in caso di siccità la portata del fiume non riesce a frenare la risalita dell’acqua marina, specie durante le maree. Ebbene, nonostante l’opera sia giudicataurgente” già a far data dal 2023 per evitare che la risalita del cuneo salino renda inutilizzabile la poca acqua dolce dell’Adige alla foce sia per l’irrigazione che, soprattutto, per alimentare l’impianto di potabilizzazione che serve gran parte del Rodigino per circa 70.000 abitanti, i giudici contabili nel 2025 hanno evidenziato come l’opera già finanziata sia fermo per una controversia tra il ministero di Salvini e lo stesso Commissario per questioni amministrative e contabili. Ora, l’ultimo cronoprogramma disponibile parla di avvio del cantiere nel 2027 e fine lavori per il 2029.

La siccità sta avendo effetti pesanti anche sulla produzione energetica: oltre al taglio della produzione degli impianti idroelettrici – si stima un calo medio su base annua del 30-35% – c’è nell’immediato anche la messa a regime minimo se non addirittura lo spegnimento degli impianti termoelettrici che non hanno sufficienti volumi d’acqua di raffreddamento per evitare di scaricare acqua troppo calda danneggiando irrimediabilmente la poca fauna ittica. Una situazione da tenere sotto stretto controllo, specie alla luce del fatto che l’Italia importa circa il 40% dell’energia dalla Francia che va quasi completamente a nucleare, pari al 7% dei consumi nazionali. La siccità colpisce anche la Francia, con molti reattori messi al minimo o spenti per mancanza di sufficiente acqua di raffreddamento, e la ridotta produzione interna potrebbe avere ripercussioni sulla capacità di esportazione, specie in un contesto temporale dove i consumi sono al loro picco per via della domanda di energia per combattere le temperature da settimane stabilmente oltre i 35°C con picchi anche oltre 40°C. E se in Italia il sistema elettrico ha finora tenuto, i problemi potrebbero arrivare dai paesi confinanti interconnessi che hanno difficoltà a produrre energia, visto che dipendono in gran parte da centrali nucleari ferme o messe al minimo. Il problema si fa particolarmente grave in Slovenia, Bulgaria e Ungheria, dove l’atomo soddisfa normalmente quasi il 50% dei consumi interni.

La siccità del 2022 ha causato perdite stimate di 25-30 miliardi nell’Ue e – secondo un recente studio di Politecnico di Milano e Rff-Cmcc (Istituto europeo per economia e ambiente) – la siccità 2015-2018 ha portato a un -2,75% di crescita del Pil dell’Unione. Ma può andare anche peggio, come potrebbe quasi esserlo per il 2026.

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