Senza negozi la città perde valore, case giù del 16%

Indagine Confcommercio: esercizi, ristoranti e verde migliorano qualità di vita urbana.

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Senza negozi le città perdono vita, e anche valore, con le case nei quartieri colpiti dalla desertificazione commerciale che crollano fino al 16% rispetto a quelli di aree più servite. La perdita di valore può arrivare al 36% se il paragone si fa con gli immobili di zone ricche di negozi.

Il campanello d’allarme arriva da Confcommercio che, dall’eventoinCittà” svoltosi a Bologna, lancia un altro dato allarmante: negli ultimi 12 anni in Italia si sono abbassate definitivamente le saracinesche 140.000 esercizi commerciali. L’appello dei commercianti alla politica è un patto per le città come “bene comune”, perché «quando si spegne un’insegna, è un pezzo di città che muore».

«Le città non possono essere lasciate senza una visione: serve un’agenda urbana nazionale, chiara e stabile, che consideri commercio, turismo e servizi come un vero bene comune», ha detto Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, inaugurando l’evento bolognese.

A dare una dimensione economica al fenomeno della desertificazione commerciale nelle città è un’indagine che Confcommercio ha realizzato con Swg di Trieste. Oltre al crollo del valore delle case che si trovano in quartieri colpiti dalla chiusura dei negozi, emergono anche altri dati. Negli ultimi dieci anni, gli italiani hanno percepito con crescente chiarezza la chiusura di attività di quartiere: il 55% ha notato la scomparsa di negozi di articoli sportivi, librerie e giocattoli, il 49% di abbigliamento, profumerie e gioiellerie, il 46% di ferramenta e arredamento, il 45% di alimentari. L’80% degli intervistati prova tristezza nel vedere saracinesche abbassate e il 73% collega il fenomeno al calo della qualità della vita. Solo farmacie e pubblici esercizi appaiono in controtendenza. Le attività di quartiere sono riconosciute come attivatori di socialità (64%), garanzia di cura degli spazi pubblici (62%) e presidi di sicurezza (60%).

Nonostante la crescita del commercio elettronico, il 67% degli italiani dichiara di volere più negozi di vicinato per ridurre gli spostamenti e il 68% vorrebbe un mix di piccole e medie attività per avere maggiori possibilità di scelta. Il rapporto evidenzia anche l’impatto del turismo sul tessuto commerciale: nelle città con pressione turistica medio-alta, il 49% degli intervistati lamenta un aumento sbilanciato di attività dedicate al cibo e il 23% segnala la crescita di negozi per turisti con prodotti di bassa qualità.

Sangalli ha insistito sulla necessità di «riattivare il circuito virtuoso tra “urbs e civitas” attraverso strumenti differenziati ai vari livelli: un coordinamento nazionale stabile per la rigenerazione urbana, distretti economici armonizzati a livello regionale, e programmi pluriennali dell’economia di prossimità nei comuni». Contrastare il declino urbano «non è una battaglia di categoria – ha sottolineato – ma una responsabilità condivisa e quindi tutti insieme, territori, imprese, istituzioni, dobbiamo fare questa importante battaglia per una ragione molto semplice: perché la città è un bene comune e i beni comuni vanno difesi, vanno tutelati».

«Soprattutto in un momento in cui ci sono due emergenze, due priorità. La prima è quella di fare ritornare a essere illuminati, e quindi ritornare alla vita, i locali sfitti attraverso canoni più calmierati – ha aggiunto Sangalli – e la seconda sostenere e incentivare l’innovazione e le nuove tecnologie». Qui dovrebbe essere la stessa Confcommercio, per il tramite delle sue consociate territoriali, ad intervenire, utilizzando quella grande massa di liquidità che alberga in molte realtà a favore dei propri associati piuttosto che in investimenti finanziari. Si dovrebbero utilizzare le risorse finanziarie per acquistare i muri di realtà sfitte e abbandonate da tempo, riqualificarle e offrire strutture chiavi in mano a prezzi calmierati ad imprenditori che offrano i servizi indispensabili per il quartiere, evitando le monocolture di bar, ristoranti, negozi di abbigliamento delle catene nazionali ed internazionali favorendo attività come vendita di alimentari di prima necessità, di riparazione abiti o apparecchi elettrici/elettronici, o servizi come falegnami o idraulici.

Ma poi serve che anche le amministrazioni locali ci mettano del proprio, a partire dalle politiche di accessibilità alle aree urbane, predisponendo adeguate aree di parcheggio con costi orari di sosta che non siano da strozzinaggio dei potenziali frequentatori del centro o del quartiere. Caro parcheggi che sempre più spesso è il migliore alleato dei centri commerciali periferici, dove la sosta è abbondante e quasi sempre gratis.

«Il progetto che noi abbiamo presentato che richiede anche un’agenda urbana nazionale vuole proprio tutelare e difendere questo importante bene comune che è la città e nella città difendere anche rispettando il pluralismo distributivo, il piccolo commercio, il commercio di vicinato, perché – chiude Sangalli – il commercio di vicinato comporta sicurezza, attrattività e una valorizzazione di alcuni passaggi che rendono una città bella, viva. Insomma, quando si spegne un negozio, quando si spegne un’insegna, è un pezzo di città che muore».

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