Rottamazione auto Euro 5: il bonus elettrico fallisce prima ancora di iniziare

Troppa burocrazia e vincoli sui requisiti dei beneficiari riducono la potenzialità dell’intervento pubblico, tanto da consentire ad una casa cinese di giocare su “casino” e “casinò”.

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La strombazzata nuova campagna di incentivi pubblici alla rottamazione auto ante Euro 5 a favore dell’acquisto esclusivamente di veicoli elettrici sta fallendo prima ancora di partire, complice il viziaccio della politica di annunciare provvedimenti largamente in anticipo sulla loro effettiva entrata in vigore facendo finta di non sapere che l’aver dato aria alle tonsille finisce con il bloccare d’emblée il già asfittico mercato dell’auto elettrica italiana, tanto da stimolare l’iniziativa delle case costruttrici per spingere il mercato, tra cui quella più originale di una delle maggiori case automobilistiche cinesi, in forte crescita sul mercato europeo ed italiano.

Una campagna che fa leva su due aspetti della nuova rottamazione auto, giocando sull’assonanza e sul diverso significato delle parolecasino” e “casinò”, con la prima ad indicare le patologiche difficoltà decisionali e burocratiche della pubblica amministrazione italiana e la seconda ad indicare la riffa per potere accedere all’incentivo pubblico stante i vincoli esistenti.

L’unica cosa che unisce le due iniziative sono l’ammontare dell’incentivo alla rottamazione auto Euro 5 e anteriori, 10.000 euro di contributo, che subito si differenzia con quello statale riservato esclusivamente per l’acquisto di un’auto elettrica, mentre quello della casa cinese è “aperto”, oltre all’auto esclusivamente elettrica, pure ad una più fruibile plug-in ricaricabile dotata di un motore termico. E con in più la certezza dell’erogazione sull’unghia per tutti i contratti conclusi entro il 20 settembre.

Insomma, la complicazione a confronto con la semplicità, con il risultato che la vittoria è a tavolino prima ancora di giocare la partita, visto che da tutte le precedenti campagne di rottamazione auto il governo Meloni pare avere imparato poco o nulla.

Di fatto, quella in procinto di decollare, anche secondo le previsioni dell’associazione dei concessionari auto Federauto, sarà destinata ad un flop, all’ennesimo spreco di risorse pubbliche che andrebbero meglio impiegate, vuoi per sostenere la produzione e diffusione di carburanti a basso impatto ambientale utilizzando le tecnologie sviluppate dalla ricerca italiana che possono essere usati su gran parte del parco circolante già esistente, a partire da quelli del bacino padano maggiormente a rischio di blocco, vuoi per sostenere il decollo della defiscalizzazione dell’auto aziendale italiana, da trent’anni penalizzata da un trattamento vessatorio che penalizza le imprese nazionali rispetto ai competitori europei.

Ma poi c’è anche la capacità economica messa in campo dal costruttore cinese, che probabilmente fa leva anche sugli ingenti incentivi statali che il governo cinese ha stanziato per sostenere il settore che in Cina sta rallentando, preferendo sovvenzionare l’export piuttosto di frenare la produzione interna.

Si può e si deve fare meglio, sia a Roma che a Bruxelles, anche se l’incapacità di tanti, troppi politici rema contro.

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