Roma Capitale: il governo Meloni vara la riforma costituzionale

Più poteri a Roma. La Capitale potrà legiferare su urbanistica e trasporto pubblico. Il sindaco Gualtieri esulta: «Grazie al governo». Non altrettanto le regioni che hanno chiesto l’Autonomia con il referendum del 2017.

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Il processo di riforma istituzionale della Repubblica va a corrente alternata, con la maggiore Autonomia chiesta dalle regioni referendarie del 2017 finita nelle sabbie mobili della palude parlamentare romana, mentre quella per concedere maggiori poteri a Roma, tanto da farne una sorta di “distrettoautonomo come la capitale americana rischia di procedere sulla corsia di sorpasso, sospinta da quel generone politico istituzionale capitolino che dalla concretizzazione del nuovo assetto si prepara ad attovagliarsi ad un nuovo banchetto.

La proposta varata governo Meloni inserisce Roma Capitale tra gli enti costitutivi della Repubblica, con poteri legislativi su undici materie: trasporto pubblico locale; polizia amministrativa locale; governo del territorio; commercio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali; promozione e organizzazione di attività culturali; turismo; artigianato; servizi e politiche sociali; edilizia residenziale pubblica; organizzazione amministrativa.

Non solo: la proposta di riforma prevede un rimando ad una successiva legge con cui stabilire il nuovo ruolo che dovranno avere i municipi nell’assetto futuro di Roma Capitale. Municipi che hanno popolazione maggiore a quella di un capoluogo di provincia di molte regioni.

La prima a compiacersene è la romana Giorgia Meloni: «con questa riforma potremo finalmente restituire a Roma il valore che merita e che la storia le riconosce. È un impegno che abbiamo fissato nel programma di governo e che abbiamo mantenuto, perché́ tutte le Nazioni serie e degne di questo nome si rendono conto di quanto siano importanti la credibilità̀, il prestigio, l’autorevolezza della propria Capitale. E noi non vogliamo più essere da meno, perché́ investire su Roma significa investire sul futuro della Nazione», ovviamente sorvolando su un altro pezzo di riforma costituzionale, che poi tanto riforma non sarebbe, visto che si tratta di una disposizione costituzionale rimasta inattuata dal 2001, quella che prevede la maggiore autonomia per le regioni ordinarie che la chiedano, finita nelle pastoie della palude politica romana.

Esulta Roberto Gualtieri allo scenario di avere una Washington capitolina, secondo cui «è una riforma attesa da anni che nasce da un confronto serio con la regione Lazio, in un cammino che sarà condiviso e non calato dall’alto». Che già vaticina maggiori fondi per oltre un miliardo di euro solo per coprire le carenze attuali.

L’obiettivo è chiudere l’iter legislativo entro il 2027, ovvero prima delle prossime Politiche con le solite quattro letture tra Camera e Senato per arrivare all’approvazione definitiva, rischiando anche il referendum se l’approvazione non avverrà a maggioranza qualificata.

La proposta di Roma Capitale è stata una sorta di legnata nei denti, accompagnata da un colpo nelle parti basse per tutti quegli autonomisti del referendum del 2017 svoltosi in Lombardia e in Veneto, tanto che il Doge veneto, Luca Zaia, tenta di limitare i danni chiedendo una sorta di par condicio per Venezia, «includendo nel processo costituzionale per Roma Capitale una specifica previsione anche per la specialità di Venezia per valorizzarne le sue particolari fragilità», non potendo fare leva sulla maggiore Autonomia per la sua quasi ex regione, visto che nei 15 anni del suo mandato di Doge del Veneto non è riuscito a portare a casa il risultato, complice anche l’evidente filibustering attuato dal suo “Capitano” con la svolta nazionalista impressa dalla Salvini Premier, che ha abbandonato i principi federalisti fondativi della Lega Nord.

Roma Capitale e Venezia Speciale non sono passate inosservate agli occhi di Paolo Grimoldi, leader di “Patto per il Nord”. «Assetto speciale per Roma o per Venezia, ma perché non anche per Milano, Brescia, Verona, Monza, Mantova, Padova che, a differenza di Roma, hanno votato democraticamente nel 2017 per il referendum per la maggiore Autonomia – dice Grimoldi -. Non solo: se vogliamo parlare di meritocrazia, queste città hanno tutte i conti di bilancio a posto, servizi efficienti e funzionanti, al contrario di una Roma che nel 2025 si distingue ancora per l’incapacità di chiudere in tempo i cantieri per il Giubileo, per l’incapacità di smaltire i rifiuti con una raccolta differenziata funzionante, con un decoro urbano indegno di una città moderna, con un trasporto pubblico locale tipico di un paese sottosviluppato e con lo stato dei servizi pubblici che con la gestione del sindaco Gualtieri è addirittura peggiorata, incapace di gestire adeguatamente l’esercito dei 22.000 dipendenti capitolini a fronte dei soli 7.000 (sanità esclusa) della regione Lombardia, chiamata a gestire 10 milioni di abitanti contro i 2,7 milioni dell’Urbe».

Grimoldi ne ha anche per uno Zaia a fine corsa, «che tenta di nascondere i suoi evidenti insuccessi nella gestione dell’Autonomia per il Veneto lanciando una specialità per la sola Venezia, quando dovrebbe essere speciale e autonoma tutta la Regione, così come l’hanno chiesto gli oltre 2,3 milioni di votanti a favore del referendum del 2017. Ancora una volta, la deriva nazionalista della Salvini Premier e dello stesso Zaia è sotto gli occhi di tutti gli abitanti del Nord».

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