Rimettere l’industria al centro dell’azione europea, difendere le imprese dalla concorrenza sleale cinese e mobilitare il risparmio privato per finanziare gli investimenti: Ursula von der Leyen ridisegna davanti agli industriali francesi le priorità economiche dell’Ue e avverte Pechino a rispettare le regole del commercio internazionale senza sotterfugi.
Entro l’anno, il presidente della Commissione europea, tornata alla ribalta politica dopo qualche settimana di ferie, vuole un accordo sull’Unione del risparmio e degli investimenti, a 27 «di preferenza», oppure «con quelli che sono pronti, se necessario», prefigurando un’Ue a geometria variabile. E indica nell’energia il «primo freno alla competitività europea», mentre affida al prossimo bilancio Ue il ruolo di «braccio finanziario della nostra indipendenza».
E in tema di costi dell’energia, dinanzi agli industriali riniti nella “Rencontre des Entrepreneurs de France”, l’appuntamento annuale del Medef a Parigi, von der Leyen ribadisce, scoprendo l’acqua calda, che «non possiamo chiedere alle nostre imprese di passare all’elettricità quando, in media, costa quasi tre volte più del gas. Dobbiamo quindi ridurre tutte le componenti delle bollette elettriche», aggiungendo che in tema di tassazione «la regola dovrebbe essere semplice: l’elettricità non dovrebbe essere tassata più del gas».
Dinanzi agli industriali di Francia, von der Leyen scandisce l’ambizione di fare dell’Europa «un continente che produce, investe e protegge», seguendo la strada indicata dal rapporto di Mario Draghi sulla competitività. Il modello europeo fondato su energia importata e a basso costo, commercio mondiale aperto, crescente accesso al mercato cinese, protezione strategica americana e vantaggio tecnologico occidentale, osserva, non esiste più. Sorvolando che gran parte di questo nuovo scenario lo si deve anche alle scelte strampalate e ideologiche di politica energetica e industriale prese durante la precedente Commissione europea, guarda caso presieduta proprio da quell’Ursula von der Leyen che oggi rifugge sdegnata dai mali che lei stessa ha contribuito a creare.
Sa un po’ di lacrime da coccodrillo il richiamo a «rimettere la capacità industriale al centro» dopo averne massacrato alcune delle più importanti filiere europee, come quella dell’automotive, della raffinazione petrolifera o dell’acciaio con l’applicazione di vincoli e costi ambientali fuori mercato, e a ripristinare condizioni di concorrenza eque. «Le imprese europee non devono pagare due volte», prima per regole troppo complesse – con Ursula che sorvola bellamente sul fatto che uno dei centri di complicazione delle cose semplici è proprio sotto le sue terga – e poi perché i concorrenti non sostengono gli stessi costi, afferma, ricordando l’obiettivo di ridurre entro il 2029 gli oneri amministrativi del 25% per tutte le imprese e del 35% per le Pmi. Peccato che dalle parole sia lecito attendersi pochi fatti, a partire da quel progetto dell’impresa europea, la “Eu.Inc” da costruire in 48 ore all’insegna della massima semplificazione, che si è di fatto già impantanato nelle troppe riserve alla legislazione dei singoli stati Ue, a partire dal fisco e dalla giurisdizione.
Dinanzi alla Cina, sempre più invadente, Ursula von der Leyen ha tentato di mostrare i suoi attributi, invero piuttosto scarsi: «Pechino resta un partner economico importante» e la linea dell’Ue resta quella di «ridurre i rischi, non rompere i legami». Ma, avverte, essere partner «non significa accettare squilibri permanenti». Le imprese cinesi possono ricevere sovvenzioni fino a otto volte quelle di aziende comparabili nei Paesi Ocse, mentre il deficit commerciale europeo con la Cina ha raggiunto quasi un miliardo di euro al giorno e, «per la prima volta», riguarda tutti i 27 Stati membri.
«Il dialogo con la Cina resta necessario. Ma deve produrre risultati – afferma von der Leyen -. Quando il dialogo non basta, dobbiamo essere pronti a utilizzare pienamente i nostri strumenti». Solo nel 2025 Bruxelles ha aperto oltre 30 nuove indagini di difesa commerciale, quasi tre volte la media storica. Nel ventaglio degli strumenti Ue resta anche lo strumento anti-coercizione, il meccanismo che consente all’Unione di reagire a pressioni economiche esercitate da un Paese terzo per condizionare le scelte dell’Unione o di uno Stato membro. Von der Leyen non lo cita, ma il messaggio è chiaro: vanno difese le capacità strategiche europee. Anche qui facendo finta di non sapere che la Cina ha già messo il cappio al collo dell’Ue a guida Ursula e lo sta progressivamente stringendo proprio grazie alle politiche decise dalla Commissione che finiscono con l’avvantaggiare la produzione cinese, spesso monopolistica come nel campo dei pannelli fotovoltaici o degli aerogeneratori o, ancora delle batterie per la mobilità.
Il secondo fronte è quello dei capitali. L’Europa, sottolinea von der Leyen, dispone di 10.000 miliardi di euro di risparmi delle famiglie fermi sui depositi bancari e deve metterli «al servizio delle sue imprese»: un’affermazione che ha un certo retrogusto di esproprio legalizzato dei risparmi. Le proposte già presentate dalla Commissione sull’Unione del risparmio e degli investimenti potrebbero sbloccare fino a 470 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi: «bisogna ora trovare un accordo entro la fine dell’anno. A 27 Stati membri, di preferenza. O con quelli che sono pronti, se necessario».
A dirla tutta, ci sarebbe la necessità anche di un terzo fronte, forse il più strategico di tutti, anche se di quasi impossibile realizzazione stante la difesa ad oltranza di troppi stati unionali che difendono il proprio parassitismo a danno degli altri soci dell’Ue a 27: realizzare al più presto una vera unione fiscale, con una tassazione minima, specie sulle aziende, che sia almeno del 15% per mettere fine al turismo della sede legale delle varie multinazionali europee che piazzano la propria base giuridica laddove è possibile attuare a fortissimo sconto accordi con il fisco nazionale, finendo così con il penalizzare il gettito dei paesi di provenienza, spesso con una fiscalità più alta. Oltre a penalizzare tutte quelle Pmi, che Ursula dice di volere tutelare e valorizzare, che non hanno la forza organizzativa ed economica di strutturarsi in holding e di spostare la sede legale della capogruppo nei paesi Ue a fiscalità di vantaggio, come Olanda, Lussemburgo e Irlanda.
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