Riforme costituzionali: dopo le bicamerali, le leggi del governo serve una costituente

A 80 anni dall’approvazione, è necessario aggiornare la Costituzione alle mutate esigenze. E se Parlamento e governo non riescono a farlo, serve una specifica assemblea elettiva.

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Anche il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia è stato bocciato dagli elettori, più per volontà di dare un segnale all’operato del governo Meloni che per il provvedimento in sé, frutto di un’eccessiva politicizzazione di un provvedimento che aveva come obiettivo di introdurre elementi di effettiva parità tra le parti del processo. Così per l’ennesima volta, il tentativo di aggiornare un pezzo della Costituzione è finito in un nulla di fatto.

L’esito referendario è stato sicuramente un peccato, così come la stessa maggioranza di centro destra ha peccato di presunzione di autosufficienza approvando una legge costituzionale senza il coinvolgimento anche dell’opposizione.

Il problema è che la Costituzione italiana evidenzia seri problemi di invecchiamento e i suoi oltre 80 anni di vita li dimostra tutti, figlia di un’epoca che ormai esiste sono nei libri di storia, ricca di orpelli oggi inutili che finiscono solo per creare duplicazioni e rallentamenti al processo decisionale, con una deresponsabilizzazione complessiva della politica.

Di fatto, il Parlamento negli ultimi trent’anni ha dimostrato di non essere capace di trovare un comune denominatore per aggiornare in modo organico la Costituzione, avendo proceduto a pezzi, talvolta facendo più errori che benefici. Bicamerali varie e colpi di maggioranza non hanno portato a nulla di concreto e il risultato è sotto gli occhi, con un Paese largamente ingessato.

Come se ne può uscire? La soluzione potrebbe essere l’elezione di un’assemblea costituente parallelamente al rinnovo del Parlamento nel 2027, salvo incidenti di percorso. La costituente avrebbe il vantaggio di essere disgiunta dalle dinamiche parlamentari quotidiane, avendo come unico mandato la discussione della riforma della Costituzione e l’approvazione finale di una nuova Carta entro uno o due anni al massimo dalla sua elezione con sistema proporzionale tale da assicurare la rappresentanza di tutte le anime sociali e politiche del Paese.

Potrebbe essere una soluzione, una sorta di mossa del cavallo anche per mettere dinanzi alle proprie responsabilità anche le opposizioni che hanno cavalcato il referendum costituzionale più come un manganello nei confronti del governo piuttosto che una bocciatura del provvedimento in sé.

In questa puntata di Focus, il direttore di ViViItalia Tv, Stefano Elena, intervista il politologo Marco Brunazzo, direttore della storica facoltà di Sociologia di Trento, che inquadra il risultato referendario e i possibili scenari per uscita dal pantano costituzionale in cui è affondata la politica nazionale.

Buona visione.

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