La politica si appresta alla pausa ferragostana – che spesso non sarà tale, compici le innumerevoli feste di partito organizzate in questo periodo per tastare la pancia degli elettori e il gradimento dei vari leader o aspiranti tali – con l’incognita della ripresa settembrina con il nodo della riforma elettorale, fortissimamente voluta dal centro destra e in particolare da Giorgia Meloni che, dopo il fallimento del tentativo di riforma costituzionale con l’introduzione del premierato, tenta in modo succedaneo di introdurre principi di premierato nell’attuale sistema.
E lo fa proponendo una nuova legge elettorale che abolisce i collegi uninominali a favore di un sistema proporzionale con sbarramento al 3% e premio di maggioranza al 55% per le coalizioni che superino il 42% dei voti, con in sovramercato l’indecente listino con il capolista bloccato e preferenze a seguire per tutti gli altri. Con l’aggiunta all’ultimo momento della riserva di caccia per le aspiranti elette, con un 40% massimo delle candidature e presentazione nei listini in ordine alternato maschio-femmina. Un sistema, questo, spesso dribblato a danno della rappresentanza femminile, candidando queste spesso in quei collegi dove l’elezione è difficile se non impossibile, o tramite il sistema delle pluricandidature piazzando una donna in più collegi per garantirne l’elezione sicura, ma aprendo a un rincalzo di sostituzioni tutte al maschile sull’altare dell’alternanza di genere.
Una proposta di legge che è stata subito impallinata, specie dalle fila della sua stessa maggioranza, evidenziando una certa sopravalutazione della coesione esistente all’interno dei partiti, con evidenti fibrillazioni specie tra Forza Italia e Salvini Premier (quest’ultima si prepara a una drastica potatura della propria rappresentanza politica a meno di un terzo di quella attuale), quando si sarebbe potuto evitare lo scivolone avviando la discussione della proposta di riforma non dalla Camera ma dal Senato – dove non esiste il voto segreto con conseguente killeraggio politico – e poi passare alla Camera, previo salvifico voto di fiducia annulla franchi/e tiratori. Ma così non è stato.
Da tutta la vicenda emerge una riforma che va bene solo alle segreterie di partito, ai cosiddetti cerchi magici, che puntano più ad avere eletti ultrafedeli anche se spesso piuttosto inadeguati, per cultura e per esperienze professionali, al ruolo di rappresentare il popolo elettore e una delle massime istituzioni della Repubblica, che non garantisce più di oggi la stabilità di governo, anche perché la soglia del premio di maggioranza è piuttosto alta e, stando alle ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto, praticamente fuori portata per entrambe le coalizioni di centro destra e centro sinistra, salvo ammucchiate impresentabili.
Con in più il rischio di fomentare ulteriormente la disaffezione al voto dei cittadini, praticamente impossibilitati a scegliere, tra quelli proposti, un candidato che sia realmente in grado di rappresentare gli interessi del territorio, con la capacità di andare anche contro i diktat delle segreterie di partito nazionali.
Eppure, un esempio di buona legge elettorale che funziona, sperimentato, che ha dato prova di coinvolgere i cittadini e di assicurare la stabilità di governo c’è: quella dell’elezione dei sindaci nei comuni più grandi della Repubblica, dove il sindaco (e la maggioranza che lo supporta) è eletto al primo turno se supera il 50% dei consensi, oppure vanno al secondo giro di giostra i due migliori qualificati, con il relativo coté di forze politiche di supporto che può anche cambiare al secondo turno a seconda degli apparentamenti effettuati. Al ballottaggio dopo 15 giorni dal primo turno, viene eletto colui che prende un voto in più dell’altro, con una maggioranza assicurata per tutta la legislatura, salvo non improbabili crisi di coscienza politica con conseguenti cambi di casacca politica.
Una proposta di elementare buon senso e di trasparenza politica, ma invisa alle segreterie di partito, perché li priva del diritto di vita politica – la candidatura blindata – sui vari aspiranti alla poltrona, perché consegna tale potere al popolo che può scegliere il candidato più in linea con il proprio credo politico al primo turno e, in caso di mancata vittoria, scegliere quello meno peggio, turandosi il naso, al ballottaggio.
Questa è anche l’istanza della lettera aperta ai senatori e al governo della fondazione Magna Carta e dell’associazione Libertà Eguale. Tra i nomi compare quello di Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex deputato dem, vicepresidente di Libertà Eguale, o quello di Gaetano Quagliariello, già esponente di primo piano di Forza Italia ex ministro per le Riforme costituzionali del governo Letta, che oggi di Magna Carta è presidente.
Il sistema elettorale a doppio turno con ballottaggio «è un sistema semplice — si scrive nella lettera aperta — che consente ai cittadini di scegliere una maggioranza, evitando che si presentino al voto, in un unico turno, coalizioni troppo eterogenee, composte anche da formazioni estremiste di destra e di sinistra. Un sistema che preveda il ballottaggio qualora nessuna coalizione abbia già ottenuto nel primo turno la maggioranza assoluta (dei seggi), con l’attribuzione di un premio nei limiti indicati dalla giurisprudenza costituzionale».
L’obiettivo? «Evitare instabilità e zoppicanti maggioranze fortuite e opportunistiche sulla testa degli elettori». Il ballottaggio non darebbe, secondo i firmatari, vantaggi a nessuna delle coalizioni in campo, offrendo un sistema comprensibile per i cittadini.
Poi, un sistema basato tutto su collegi uninominali di piccola dimensione darebbe ai cittadini un reale potere di controllo e di interlocuzione con il loro parlamentare eletto, il quale avrebbe anche in vantaggio di affrontare minori spese elettorali agendo su collegi di dimensione ridotta.
Potrebbe essere la quadratura del cerchio, per assicurare la governabilità, da un lato, e il coinvolgimento doveroso dei cittadini nel processo elettorale dall’altro, come per altro richiesto più volte anche dalla stessa Corte costituzionale.
Un sistema elettorale che in più non avrebbe l’alea di incostituzionalità che grava sulla proposta finora circolata, su cui la Corte costituzionale potrebbe intervenire, specie sulle liste bloccate decidendo d’imperio la preferenza unica, con buona pace delle cordate, delle alternanze di genere e delle riserve di caccia garantite ad aspiranti rappresentanti del popolo esperti più nel calo rapido delle mutande che alla rappresentanza puntuale e costante del territorio una volta conseguito l’agognato scranno parlamentare e, soprattutto, l’annessa ricca indennità di carica.
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