Riciclaggio della plastica Ue a rischio K.O.

Come distruggere una filiera di successo per il recupero e riutilizzo di un materiale causa norme europee sbagliate che danneggiano l’economia e l’ambiente continentale.

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Da una parte, l’Unione europea spinge per azzerare l’impatto ambientale del continente con provvedimenti farlocchi come il “Green Deal”; dall’altro, contribuisce a fare fallire filiere di economie circolari di successo come il riciclaggio italiano della plastica che rischia di chiudere sotto la spinta dell’enorme aumento dei costi operativi e del rispetto delle norme ambientali, tanto da rendere più economico e competitivo l’utilizzo di plastica vergine invece che da riciclaggio o l’import extra Ue di rifiuti plastici, con tutto quel che ne consegue in termini di maggiori emissioni per il suo trasporto e mancata gestione sostenibile del rifiuto plastico europeo.

Non solo: mentre la direttiva europeaSingle Use Plastic” del 2019, recepita in Italia nel 2022, dal primo gennaio 2025 impone un contenuto minimo del 25% di plastica riciclata negli imballaggi provenienti da fonti certificate, una parte crescente degli impianti europei di riciclo è costretta a fermarsi per l’aumento dei costi operativi non più concorrenziali con le importazioni dall’estero.

Secondo la denuncia lanciata da Petcore Europe, l’associazione non profit che rappresenta la filiera del Pet utilizzato soprattutto per le bottiglie in campo alimentare, «un terzo circa degli impianti di riciclaggio europei ha già chiuso l’attività e molti altri lo faranno a breve, in quanto non reggono più la concorrenza del pet importato extra Ue, ma con caratteristiche di certificazioni non adeguate alle norme europee».

I costi di raccolta della plastica in realtà come quelle asiatiche o del medio oriente sono decisamente più bassi di quelli sostenuti in Unione europea, anche di 10 volte. Poi c’è il nodo normativo, visto che la legislazione Ue impone che la plastica riciclata a contatto con alimenti provenga da raccolte certificate e che il 95% dei contenitori abbia avuto una precedente vita solo alimentare. Criteri che aumentano i costi del riciclaggio italiano ed europeo e che non possono essere verificati sui materiali importati.

Di qui l’ulteriore paradosso secondo la denuncia di Petcore Europe: «in assenza di controlli efficaci e di sanzioni per chi non rispetta gli obblighi, molti operatori preferiscono non utilizzare plastica riciclata, che oggi costa circa il 40% in più rispetto a quella vergine». Con il risultato, doppiamente negativo, che gli impianti di riciclaggio europei chiudono e i rifiuti plastici prodotti in Europa iniziano a non trovare più sbocco nella filiera del riciclo e finiscono nella migliore delle ipotesi all’incenerimento con recupero energetico o, peggio, in discarica. Con buona pace della tutela dell’ambiente predicato a parole da una classe politica europea profondamente inadeguata.

Una situazione condivisa anche da Assorimap, l’associazione nazionale riciclatori e rigeneratori di materie plastiche che rappresenta il 90% della filiera del riciclaggio italiano, che conferma la chiusura sempre più diffusa degli impianti di riciclaggio della plastica perché «è impossibile continuare a produrre con perdite insostenibili», visto che la redditività del settore è crollata dell’87% dal 2021, passando da 150 milioni di euro a soli 7 milioni nel 2023, raggiungendo quota zero nel 2025.

Assorimap ha più volte sollecitato il governo Meloni e il ministro all’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ad intervenire, ma dagli incontri intercorsi dall’8 ottobre 2025 ad oggi non si è arrivati ad alcuna soluzione concreta, con il risultato sempre più concreto del blocco della filiera di raccolta e riciclaggio dei rifiuti plastici con conseguenze facilmente intuibili nella gestione dei rifiuti urbani.

Di qui la necessità di uscire da una situazione che rischia di costare molto all’Europa e, soprattutto, all’Italia specie in quelle realtà dove il ciclo dei rifiuti non è chiuso da un impianto di termovalorizzazione, con il rischio che la stagione delle discariche indifferenziate dei rifiuti urbani godano di una stagione di rilancio, con uno spreco colossale di risorse riutilizzabili e di impatto ambientale evitabile. Una situazione denunciata nell’Europarlamento da Paolo Borchia, coordinatore in commissione Industria del Parlamento europeo per il gruppo dei Patrioti, che chiede «gli obblighi Ue di riciclato servano prima di tutto a valorizzare la filiera italiana che già oggi ricicla oltre il 70% degli imballaggi. Chi esporta verso l’Ue deve rispettare gli stessi standard delle nostre imprese: senza reciprocità, la politica ambientale diventa deindustrializzazione mascherata». Difficile dargli torto.

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