I rincari dei carburanti registrati in Italia nei primi giorni di marzo 2026, subito dopo l’inizio del conflitto in Iran, non sono spiegabili esclusivamente con l’aumento del prezzo del petrolio, ma sono riconducibili per lo più alla speculazione. Il gasolio è aumentato del 25,8% tra il 1° e il 9 marzo, mentre il Brent è salito del 24% nello stesso periodo. Ma soprattutto, per il gasolio l’incremento osservato alla pompa è stato quasi il doppio di quello teoricamente giustificabile dai costi della materia prima, con una componente speculativa stimata tra 8 e 20 centesimi al litro, che può arrivare fino a 35-50 centesimi negli impianti autostradali.
È quanto rileva un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale il prezzo del gasolio è passato da 1,59 euro al litro il 1° marzo a 2 euro il 9 marzo, mentre la benzina è salita nello stesso periodo da 1,68 a 1,84 euro al litro. L’aumento del diesel, pari a 41 centesimi, è nettamente superiore a quello della benzina, fermo a 17 centesimi, pur derivando entrambi dallo stesso greggio, tanto che la forbice di prezzo tra i due carburanti, prima limitato attorno ai 4-5 centesimi, ora si è allargata anche oltre i 30 centesimi al litro.
Questo scarto dimostra che l’aumento non dipende solo dai costi internazionali ma anche da dinamiche di margine lungo la filiera distributiva. La trasmissione dei prezzi del greggio ai carburanti in Italia è fortemente asimmetrica: quando il petrolio sale i listini alla pompa si adeguano in 24-72 ore, mentre quando scende il calo arriva con ritardi di 2-4 settimane.
Questo fenomeno, noto come “rocket and feather”, cioè prezzi che salgono come razzi e scendono come piume, genera extra-profitti stimabili tra 3 e 7 miliardi di euro l’anno lungo la filiera petrolifera. Un ulteriore elemento riguarda il ruolo delle scorte: gran parte del carburante venduto nei primi giorni di marzo era stato raffinato con greggio acquistato settimane prima, quando il Brent oscillava tra 70 e 77 dollari al barile. Tuttavia, i listini sono stati aggiornati immediatamente come se il carburante fosse già stato prodotto con petrolio a 93 dollari, generando un margine aggiuntivo che non corrisponde a costi effettivamente sostenuti.
La struttura del mercato italiano — caratterizzata da pochi grandi operatori e da una domanda rigida soprattutto sul gasolio utilizzato da autotrasporto, logistica e dall’agricoltura — rende possibile questo meccanismo: gli aumenti vengono amplificati nei momenti di tensione geopolitica, mentre i ribassi vengono trasferiti ai consumatori solo in modo parziale.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, l’andamento dei prezzi dei carburanti tra il 1° e il 9 marzo 2026 mostra con chiarezza l’intensità dei rincari registrati in Italia. In otto giorni il prezzo medio della benzina self service è passato da 1,680 euro a 1,840 euro al litro, con un aumento di 16 centesimi pari a +10,2%, mentre il gasolio è salito da 1,590 euro a circa 2,000 euro al litro, registrando un incremento di 41 centesimi pari a +25,8%. Nello stesso periodo il Brent è aumentato da 75 a 93 dollari al barile, con una crescita del 24%. La differenza tra i due carburanti è significativa: mentre la benzina ha registrato un rincaro complessivo in linea con la variazione teorica legata alla materia prima (circa 17 centesimi al litro considerando anche l’effetto IVA), il gasolio ha segnato un aumento quasi doppio rispetto a quello giustificabile dai costi industriali. L’incremento atteso per il diesel sarebbe stato di circa 19 centesimi al litro, a fronte dei 41 centesimi effettivamente registrati, con uno scarto compreso tra 20 e 22 centesimi riconducibile all’espansione dei margini lungo la filiera distributiva. Parallelamente, i margini industriali lordi stimati sul gasolio sono passati da circa 0,22 euro al litro a circa 0,35 euro, con una crescita di circa +59% nello stesso periodo.
Per cercare di arginare la corsa dei prezzi dei carburanti, il governo Meloni, anche su spinta delle opposizioni, ha parlato di utilizzare il sistema delle accise mobili, strumento che discende da un provvedimento dell’allora ministro Bersani del 2007 che, come ha ricordato il ministro dell’economia Giorgetti, esiste già ed è pronto ma, rispetto alla legge di tre anni fa, deve essere modificato e definito in alcune sue parti. Di per sé, per raffreddare gli aumenti dei prezzi dei carburanti, il meccanismo è piuttosto semplice ma non automatico: in caso di crescita del prezzo del greggio stabile e sopra una certa percentuale e quindi, a cascata, del carburante, aumenta anche la base su cui si calcola l’Iva (al 22%) che finisce nelle casse pubbliche. Lo Stato può quindi rinunciare a quel gettito aggiuntivo di Iva, non contabilizzato nelle previsioni di bilancio statale. utilizzandola per ridurre l’accisa, che è fissa ed è la terza parte (assieme al costo della materia prima) che costituisce il totale del prezzo alla pompa.
Lo spazio di manovra reso possibile dalle accise mobili s’aggira attorno ai 4-6 centesimi al litro, davvero poca cosa rispetto ai sensibili aumenti già verificatesi per il classico pieno da 50 litri. Secondo Assutenti, una eventuale riduzione delle accise sui carburanti per 5 centesimi di euro comporterebbe, a titolo di effetto diretto sui rifornimenti e considerata anche l’Iva che pesa sulle accise, un risparmio da circa 3 euro a pieno, -73,2 euro su base annua ad automobilista. Se il taglio fosse più corposo, e pari a –10 centesimi di euro al litro, il risparmio per un automobilista salirebbe a -6,1 euro a pieno, -146 euro su base annua. Nel caso invece di una mini-riduzione pari a 2,5 centesimi di euro, il risparmio su un pieno di carburante sarebbe di poco superiore a 1,5 euro (36,6 euro su base annua).
Il problema del caro carburanti italiano è tutto nell’elevatissima tassazione, visto che per il solo prezzo industriale il costo medio italiano è leggermente inferiore a quello europeo, mentre se si considera il peso delle accise e dell’Iva che gravano alla pompa questo svetta ad essere tra i più cari d’Europa, mettendo a rischio la competitività italiana, sia sotto il profilo della manifattura che della logistica e, a cascata, sulla spinta all’inflazione e alla minore appetibilità della destinazione turistica Italia. E Giorgia Meloni dovrebbe ricordarsi di passare dalle promesse elettorali vincenti del 2022 ai fatti, finora mancati, di tagliare strutturalmente le accise sui carburanti.
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