Previdenza integrativa dalla nascita: la proposta dell’Inps un banchetto per compagnie e fondi

Alla nascita scatta un contributo dello Stato per i primi anni, integrabile dai parenti che poi viene alimentato solo dal soggetto interessato. Tutto dipende dai costi di gestione e di caricamento, che possono quasi annullare la convenienza dei versamenti.

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Per ovviare ad una copertura pensionistica principale sempre più magra e deficitaria, complice anche il fatto che sia con il retributivo che con il contributivo i contributi versati non sono mai stati gestiti nella logica dell’investimento per farli fruttare adeguatamente, ma solo con quella della ripartizione, ora il presidente dell’Inps Gabriele Fava lancia la proposta di dotare di una previdenza integrativa ogni cittadino già all’atto della nascita, inizialmente con un contributo da parte dello Stato e, volontariamente, dei suoi parenti, per poi proseguire con i versamenti del solo interessato fino alla data del pensionamento.

L‘obiettivo di fondo del piano proposto dall’Inps e praticamente condiviso anche dal governo, è di allargare il più possibile la fase di accumulo di risparmio pensionistico in un contesto che vede la copertura della pensione principale calare sempre di più per assestarsi attorno ad un 50-55% dell’ultimo stipendio, contro il 70-80% dell’epoca retributiva.

Se si versano contributi pensionistici già alla nascita, all’età di pensionamento dei 65-67 anni la persona avrebbe accumulato 40 anni di pensione obbligatoria più altri 65 anni di contribuzione integrativa che, assommata a quella principale, potrebbe portare la copertura pensionistica non lontana da quella dell’epoca retributiva.

Il problema di fondo è stato di una politica incapace di vedere oltre il proprio naso (e durata del mandato, spesso balneare come la storia repubblicana insegna) mancando l’obiettivo di rendere i contributi versati all’Inps un verotesoropersonale adeguatamente investito per farlo fruttare nel tempo, sfruttando anche il potere consentito dalla massa di denaro gestita per spuntare le migliori occasioni di rendimento e di abbassamento dei costi. Ma così non è stato e l’Inps ha continuato a ridistribuire quello che incassa. Gioco che ha funzionato quando la platea dei contribuenti era di almeno 1,5 lavoratori attivi per ogni pensionato, ma sempre più in difficoltà quando il rapporto si fa più paritario verso l’1-1, con un’aspettativa di vita pensionistica sempre più lunga, passato da una media di 13-15 anni ad oltre 20-25.

Il nuovo strumento di previdenza integrativa potrebbe anche essere positivo per il futuro previdenziale della persona, ma molto dipende dalle condizioni in cui questo strumento dovrà operare, perché il rischio è che in presenza di caricamenti di gestione eccessivi – o di mercato – e in presenza di un’inflazione mediamente alta possa anche trasformarsi solo in un affare per i gestori finanziari della previdenza integrativa, lasciando l’aderente con un pugno di mosche in mano dopo avere versato una vita intera. Senza considerare il terzo incomodo del fisco, visto che le regole possono anche cambiare nel tempo, in peggio per gli interessanti, come hanno provato sulla loro pelle i circa 2 milioni di professionisti che versano nelle casse previdenziali privatizzate sostitutive dell’Inps che si sono visti aumentare il prelievo sui rendimenti annuali dei loro fondi dal 20 al 26% grazie allo “scherzetto” di Matteo Renzi per finanziare parte dei suoi mitici 80 euro di extra bonus mensile regalato ai soli lavoratori dipendenti

Per il successo dello strumento la gestione dovrebbe essere dello stesso Inps, con costi ridotti, decisamente più bassi di quelli di mercato, tanto che di fronte allo scenario prospettato i primi ad essersi dichiarati favorevoli sono state proprio le assicurazioni e le banche che già pregustavano il nuovo banchetto e i lauti premi di risultato per i loro vertici.

Secondo alcuni scenari economici che accompagnano il piano della pensione integrativa dalla nascita, il successo dell’iniziativa si basa tutto sull’interesse composto per ben 60 anni di versamenti mensili. Gli scenari sono diversi, alcuni con l’avvio con un contributo di 50 euro al mese da parte dello Stato per il primo anno, per poi essere lasciato ai versamenti dei parenti del beneficiario (genitori, nonni, zii, ecc.) che godono della deducibilità Irpef dei versamenti. Però, il reale beneficio per l’interessato dipende tutto da chi gestisce per 60 anni il gruzzolo. Sempre, poi, che l’inflazione e il fisco siano benigni.

Secondo la Commissione di vigilanza sulla previdenza (Covip), l’Isc (indicatore sintetico di costo) medio annuo dell’ultimo decennio varia decisamente tra i vari strumenti previdenziali: dallo 0,47% dei fondi negoziali (gestiti da datori di lavoro e sindacati di categoria) all’1,36% dei fondi aperti (privati) fino al 2,17% per i Piani individuali pensionistici (Pip), assicurativi delle gestioni separate (Ramo I) e delle polizze unit linked (Ramo III). Con costi che variano anche del 500%.

Se si fa una proiezione di 60 anni usando questi dati storici, il risultato finale della previdenza integrativa varia moltissimo, ora a vantaggio del versante, ora a vantaggio del gestore. Nel caso in cui si versi 50 euro al mese per 60 anni nei fondi negoziali, ai gestori va il 15,8% del patrimonio finale accumulato, nei fondi aperti si sale a ben il 41,05% e nei Pip di Ramo III (Unit Linked) addirittura al 56,94%. Su circa 206.600 euro di montante lordo accumulato in 60 anni di versamenti da 50 euro al mese, ben 117.640 finiscono al gestore del fondo (assicurazione o banca) mentre al beneficiario ne restano solo 88.959,06.

Un’alternativa con costi decisamente più bassi è il ricorso a versamenti autonomi nei piani d’accumulo che investono in Etf, fondi a gestione passiva che replicano gli indici dei tioli su cui investono, con costi di gestione molto bassi, circa lo 0,2%. Così, un versamento sessantennale di 50 euro al mese potrebbe arrivare a rendere un montante lordo di 330.180 euro con soli 26.664 di costi (l’8,08% del totale) e un capitale netto di 303.500 euro. Tre volte di più dei fondi aperti e quasi quattro dei Pip Ramo III. La rendita mensile nominale degli Etf sarebbe di 1.467 euro, 353,21 quella dei Pip Ramo III.

Fin qui il mero rendimento in base ai diversi costi di gestione. C’è poi lo zampino dell’inflazione, che in presenza di una media ottimistica del 2%, in 60 anni il capitale finale in termini reale si riduce di ben il 70%. Anche al netto del fisco, il montante nominale di circa 64.500 euro di un Pip Ramo I cala in termini reali ad appena 19.661 euro odierni (meno dei 36.000 nominali versati!). Persino il Pac in Etf vede il montante nominale ridursi da 303.500 euro a 92.500 reali, capaci però di generare una rendita mensile reale di quasi 290 euro.

Infine, c’è lo zampino del fisco, visto che alla partenza si promette di avere una fiscalità di vantaggio, con prelievo praticamente azzerato, ma per il futuro la benevolenza tributaria non può essere sicuramente garantita, esponendo la persona versante ad un rischio non trascurabile.

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