Quasi trent’anni dopo, il cerchio delle privatizzazioni in salsa ulivo si chiude con l’ennesima rinazionalizzazione di fatto con la proposta dell’offerta pubblica d’acquisto lanciata da Poste Italiane su Tim per un controvalore totale di circa 10,8 miliardi di euro.
Nel comunicato Poste sottolinea che il «corrispettivo dell’offerta è altamente attraente» e l’obiettivo è acquisire l’intero capitale sociale di Tim e procedere alla revoca dalla quotazione delle azioni di Tim su Euronext Milan impoverendo ulteriormente il già magro listino milanese. Il completamento dell’operazione è previsto entro la fine del 2026.
L’offerta prevede una componente in denaro pari a Euro 0,167 per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’Offerta, e da una componente in titoli pari a n. 0,0218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’Offerta.
Il corrispettivo complessivo dell’Offerta, tra contante e azioni, «esprime una valorizzazione pari a Euro 0,635 per ciascuna azione di Tim e, pertanto, incorpora un premio pari al 9,01% rispetto al prezzo ufficiale delle azioni di Tim rilevato alla data del 20 marzo 2026».
«L’obiettivo dell’operazione – spiega il comunicato di Poste – è dare vita ad un unico Gruppo, integrando due delle più grandi e importanti realtà industriali italiane. Il nuovo Gruppo rappresenterà la più grande piattaforma di infrastruttura connessa del Paese, un vero e proprio motore di innovazione, un polo di sicurezza infrastrutturale e tecnologica, pilastro strategico dell’economia nazionale in grado di generare valore per tutti gli azionisti e di contribuire in modo significativo alla crescita della produttività del sistema industriale, alla competitività internazionale del Paese e alla capacità di attrarre investimenti».
L’operazione, proposta al mercato, mira a scalare e potenziare la piattaforma di Poste Italiane creando un gruppo combinato si configurerebbe come una delle principali piattaforme integrate del Paese con ricavi aggregati pari a circa 26,9 miliardi di euro, un Ebit aggregato pro-forma pari a circa 4,8 miliardi di euro e con oltre 150.000 dipendenti.
«Poste italiane e Tim – viene spiegato – rappresentano una perfetta integrazione realizzando un’offerta unica e completa, promossa da una rete di distribuzione senza pari costituzione di un gruppo industriale con significativa creazione di valore per gli azionisti con sinergie di ricavi e costi stimate in 0,7 miliardi annui, guidato da chiara direzione strategica e solida corporate governance»,
Nel nuovo assetto del gruppo post acquisizione, il comunicato di Poste Italiane sottolinea come «la presenza dello Stato Italiano quale azionista di maggioranza sarà con una partecipazione superiore al 50% (anche attraverso la partecipazione detenuta da Cassa Depositi e Prestiti)» assicurando così «stabilità nel lungo periodo e un chiaro mandato strategico orientato alla creazione di valore per tutti gli stakeholders e per il Paese nel suo complesso».
L’integrazione tra Poste Italiane e Tim consentirà di ottenere 700 milioni di sinergie annue con un impatto neutrale sul dividendo 2026 di Poste Italiane e positivo sull’utile dal 2027. Sono questi alcuni dei dettagli contenuti nella nota che illustra l’Opas tra le due società. Di questo importo 500 milioni «sono riconducibili a sinergie di costo incluse le efficienze conseguibili sugli attuali livelli del costo di finanziamento di Tim e grazie all’ottimizzazione della struttura di capitale di quest’ultima. Le sinergie di ricavo – prosegue la nota – sono state stimate in oltre Euro 0,2 miliardi. Si prevede che le sinergie di costo possano essere realizzate entro il secondo anno successivo al completamento dell’Offerta, mentre quelle di ricavo in un orizzonte di 3 anni».
Di fatto, l’operazione su Tim segna la chiusura di un gigantesco gioco dell’oca con il ritorno alla casella di partenza, costato decine di miliardi di lire (è partito nel 1997) e di euro ai vari azionisti di riferimento e ai risparmiatori che si sono succeduti nell’azionariato.
Era il primo governo di Romano Prodi che nell’afflato di tentare il risanamento dei conti pubblici decide di iniziare la vendita – secondo alcuni la svendita – del patrimonio pubblico, iniziando dai pezzi più appetibili. L’esperienza nefasta di privatizzatore di Prodi dalla tolda di comando dell’Iri 11 anni prima con la cessione “aggratis” alla Fiat dell’Alfa Romeo invece di venderla a suon di miliardi alla Ford che era interessato ad acquistarla, si è rimaterializzata con la cessione del 35% abbondante dell’allora Telecom Italia ad una cordata, guarda caso, composta dai soliti noti, la Ifil degli Agnelli, Mediobanca, Credit e Comit (allora due delle tre banche di interesse nazionale gravitanti nell’area parapubblica), cui dopo appena due anni plana quel Roberto Colaninno che, assieme al suo sodale bresciano Chicco Gnutti, sotto la benevolenza dell’allora premier Massimo D’Alema, avvia l’operazione che innesterà lo spolpamento finanziario di quella che fino allora era una sorta di gallina dalle uova d’oro che l’acquisirà tramite una serie di scatole cinesi che alla fine consentiranno di scaricare l’impegno finanziario direttamente sulla società acquistata.
Anche la permanenza del duo Colaninno-Gnutti in Telecom dura poco: dopo altri due anni dei cosiddetti “capitani coraggiosi” (D’Alema dixit) arriva, con Silvio Berlusconi al governo, una cordata composta da Marco Tronchetti Provera (Pirelli), la famiglia Benetton e le banche Intesa Sanpaolo e Unicredit che pagano il doppio dell’allora valore di Borsa il 23% di Telecom detenuto da Bell, la finanziaria lussemburghese che controlla l’Olivetti che in pancia ha Telecom, lasciando però a bocca asciutta i piccoli azionisti esclusi dall’affare.
Da lì scatta un’altra girandola di operazioni finanziarie che culmina con la fusione tra Olivetti e Telecom con il debito per l’acquisto della società telefonica scaricata sulla società operativa, la cui passività passa da 18 ad oltre 22 miliardi.
Con Prodi tornato al governo, nel 2005 Tronchetti si compra tutta la Tim, il braccio della telefonia mobile, contribuendo però a gonfiare il debito della società che diventa sempre più meno sostenibile. Nel 2007 Tronchetti esce da Telecom e il 23% della quota di controllo della società passa a Telco, che comprende Mediobanca, Generali e la spagnola Telefonica, con quest’ultima che si sfila nel 2014. Tra il 2015 e il 2016 arrivano i francesi di Vivendi che diventa il primo azionista con il 20% che avvia il cablaggio del paese con la fibra.
L’esito finale arriva nel 2018 con l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti con una quota del 5% per poi crescere un anno dopo al 10%. Nel 2024 per alleggerire l’enorme debito, Telecom scorpora la rete fisica cedendola al fondo americano KKR, per poi assistere all’atto quasi finale di Poste Italiane che subentra prima a Cdp e poi rileva il 15% detenuto da Vivendì.
Tutto un giro di azioni, debiti, finanziamenti che hanno ingrassato i privati, ma hanno impoverito il Paese, sia a livello finanziario che infrastrutturale, visto che la modernizzazione della rete di telecomunicazione ha subito pesanti ritardi a causa del pesante indebitamento e dell’impossibilità di accompagnare gli investimenti necessari.
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