Pnrr in drammatico ritardo e i 122,6 miliardi di prestiti rischiano di essere zavorra improduttiva

A fine marzo 2026 spesi solo il 55,6% dei 167,5 miliardi attivati, su 194,4 mld del piano complessivo.

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Sul sito Italia Domani è stato pubblicato a fine marzo il database Regis sullo stato di avanzamento del Pnrr al 26 febbraio 2026 relativi agli stanziamenti concessi all’Italia per il piano da 194,4 miliardi (suddiviso tra 71,8 mld di sussidi a fondo perduto e 122,6 mld di prestiti) e i lavori dovranno essere conclusi entro il 31 agosto 2026, in modo da poter effettuare tutte le verifiche entro la fine del 2026.

Ancora una volta, emerge le forti, giganti difficoltà dell’apparato gestionale italiano nel mettere a terra le risorse disponibili che, nelle intenzioni originarie del Pnrr nel 2021 avrebbero dovuto fungere da catapulta per fare uscire il Paese da una crescita asfittica da prefisso telefonico in cui annaspa ormai da inizio millennio – salva la breve pausa del post pandemia -, con il risultato che soprattutto i 122,6 miliardi di prestiti rischiano di avere un effetto volano quasi nullo, trasformandosi irrimediabilmente in nuovo debito da pagare in comode rate a Bruxelles, per altro a costi che non sono ancora completamente noti, visto che la mala burocrazia colpisce anche dalle parti della Commissione europea con la sua logica di indebitamento a breve e brevissimo termine che comporta costi di finanziamento decisamente superiori a quelli conseguibili con un indebitamento diretto a 10 o più anni, visto il buon andamento dei mercati finanziari rispetto alle aste gestite dal ministero dell’Economia.

Il Pnrr italiano soffre fin dall’inizio della logica della “la qualunque”, visto che nella primissima programmazione della spesa fu inserito di tutto e di più purché fosse uno straccio di progetto magari riposante nel fondo dei cassetti di qualche comune da più lustri perché non urgente e in mancanza di fondi da sprecare. Fatto sta che nel giro di cinque anni il Pnrr italiano è cambiato cinque volte con ben un quarto dei fondi stanziati che hanno cambiato destinazione.

Di fatto, a fronte di 191 miliardi di interventi disponibili, di cui 174 impegnati, i progetti effettivamente attivati ammontano a 167,5 miliardi, mentre la spesa effettuata a fine febbraio 2026 è di soli 93 miliardi, pari al 55,6% del totale, con un ritmo di pagamento cresciuto tra mille difficoltà a quota 3,5 miliardi al mese, ancora troppo basso per saldare tutti i progetti entro la scadenza del piano.

Nell’ultimo aggiornamento è interessante notare come l’ammontare complessivo dei progetti avviati e in corso di realizzazione di 167,5 miliardi siano quasi 30 miliardi in meno della dotazione finanziaria complessiva. Tra le misure ancora al palo o in ritardo la misura rafforzata 4.0 vale 4,7 miliardi di euro; alla competitività e resilienza delle catene di approvvigionamento strategiche mancano 3,2 miliardi di progetti; nello sviluppo del biometano secondo criteri per la promozione dell’economia circolare il vuoto da colmare è di 2,2 miliardi; il Fondo Rotativo Contratti di Filiera (Fcf ) per il sostegno nei settori agroalimentare e affini attende 1,7 miliardi; lo strumento finanziario per l’efficientamento energetico dell’edilizia residenziale pubblica (Erp) 1,4 miliardi; lo sviluppo dell’agrivoltaico 1,1 miliardi; 1,1 miliardi il credito d’imposta di Transizione 5.0; il rafforzamento dell’efficienza dell’infrastruttura ferroviaria in Italia oltre un miliardo; il regime di sovvenzioni per gli investimenti in infrastrutture idriche (Fnissi) 1 miliardo.

Tra le 7 missioni in cui si articola il Pnrr, quella con il maggior stanziamento è “M2 – Rivoluzione verde e transizione ecologica” con 56,8 miliardi, di cui 11 non sono ancora stati attivati in progetti da cantierare. Anche “M1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività̀ e cultura”, con 43,3 miliardi stanziati e 35,7 attivati, presenta un deficit di progetti per quasi 8 miliardi, ma è l’unica con oltre il 70% di pagamenti effettuati. Tutte le altre galleggiano attorno ad una media del 55,6%, con quelle “M4 – Istruzione e ricerca” (47,8%), “M5 – Inclusione e coesione” (47,1%), “M6 – Salute” (46,1%) e “M7 – Repower Eu (44%) sono ben sotto la metà percorso.

Il 4,5% dei progetti (7,5 miliardi di euro) è ancora in una fase preliminare che precede l’esecuzione, il 32,3% è stato completato (54 miliardi), il 56,4% è in corso di esecuzione (94 miliardi), mentre il 6,9% (11,5 miliardi) doveva già̀ essere terminato ma è in ritardo. Nella precedente ricognizione del 14 ottobre 2025 il ritardo nell’esecuzione dei progetti era al 6,2%. Evidentemente, il Pnrr corre con il ritmo del gambero.

Le missioni con i maggiori ritardi nel completamento dell’esecuzione sono “M5 – Inclusione e coesione” (16,8%); “M6 – Salute” (16%); “M3 – Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (8,5%) e “M4 – Istruzione e Ricerca” (6,7%).

Tra i soggetti attuatori, Rete ferroviaria italiana (Rfi) ha accumulato ritardi per quasi 2 miliardi di euro su 22 complessivi, mentre le regioni sono in grave difficoltà nel completamento dei progetti relativi alla Sanità specie nell’avvio delle Case della salute.

Osservando i progetti del Pnrr per ambito territoriale regionale, ritardi a doppia cifra si registrano in Trentino Alto Adige (15,7%), Lombardia (12,7%), Campania (12,1%), Abruzzo (11,6%) e Calabria (10,7%), a fronte di una media regionale del 8,9%, con il Nord in maggiore ritardo.

Infine un dato che testimonia il quasi fallimento del Pnrr: il 37% dei progetti finanziati deve ancora partire. Con buona pace di quell’effetto volano che non si è concretizzato, anche se senza il metadone del piano l’economia italiana sarebbe stata in recessione. Insomma, l’ennesima occasione sprecata, vuoi per l’improvvisazione drammatica all’atto del suo avvio con il governo Conte, poi rabberciato in corsa dal Draghi e più volte rimaneggiato dal Meloni, vuoi, soprattutto, per la sostanziale incapacità della burocrazia nazionale, centrale e locale, di operare presto e bene.

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