Pnrr arriva il costo della “pioggia di denaro” all’Italia

Gli interessi sui prestiti valgono 2,85 miliardi per il 2026 e nel biennio successivo saliranno ancora. Il Paese avrebbe potuto scegliere una via alternativa con l’indebitamento diretto e la piena libertà di manovra.

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Il Pnrr italiano si sta rivelando molto meno di quella “pioggia di denarovaticinata dagli esponenti di governo M5s che per centrare il finanziamento avevano inseritola qualunque” purché ci fosse già uno straccio di progetto di spesa, con il risultato che decine di miliardi sono stati spesi in malo modo, con scarso beneficio generale per consolidare una ripresa nazionale che si conferma sempre asfittica con numeri a livello di prefisso telefonico.

Ora, dopo cinque anni dall’attivazione del piano iniziano i problemi, che partono da una spesa ancora ben lungi dall’essere completata a quattro mesi dalla scadenza, con molti progetti ancora incompleti e, soprattutto, con i conti di quanto il Pnrr sta costando e costerà all’Italia specie in termini di interessi sulla quota di prestito da restituire, pari a 122,6 miliardi di euro (gli altri 68,9 miliardi sono in sovvenzioni a fondo perduto, sui quali l’Italia deve corrispondere all’Ue la propria quota di interessi).

Scavando nelle centinaia di pagine dello stato di previsione del ministero dell’Economia, è emerso che gli interessi sui prestiti del Pnrr finora ricevuti dall’Italia (circa 81 miliardi sui 122,6 ottenibili) frazionati nelle otto rate semestrali finora incassate, ammontano per il 2026 a 2,85 miliardi. Per poi salire a 3,4 miliardi nel 2027 e nel 2028 per poi cominciare a scendere molto lentamente secondo le modalità del piano di rimborso.

Dalle cifre del governo emergono due aspetti, uno relativo alla convenienza economica di tale operazione e, l’altro, quello dell’opportunità politica. Entrambi con forti penalizzazioni per il Paese, tranne che per i governanti dell’epoca obnubilati dalla “pioggia di denaro” in procinto di cadere da Bruxelles.

Sotto il primo aspetto, l’Italia è in scacco sulle scelte finanziarie compiute dalla Commissione europea nell’approvvigionamento dei fondi che poi ha girato ai vari paesi che hanno aderito al piano. Stranamente, la Commissione ha scelto più volte l’indebitamento a breve termine, esponendosi maggiormente alle fluttuazioni di mercato, spesso al rialzo, scaricando i costi sui vari paesi, i quali non possono sapere con sufficiente certezza a medio termine i costi del finanziamento. Non solo, la Commissione per i suoi servigi di provvista applica pure una commissione a titolo di contributo spese, pari a 3,5 milioni per il 2026 per la sola Italia.

Di fatto l’Italia ha appaltato a Bruxelles una bella fetta del proprio indebitamento che sta registrando costi superiori a quelli che il Paese avrebbe sostenuto con un indebitamento diretto a medio-lungo termine, anche complice il buon andamento del proprio rating sui mercati internazionali. Nel 2020 il rendimento medio all’emissione del Btp decennale e trentennale è stato pari rispettivamente a 1,28% e 2,31%. Mentre l’emissione di titoli europei a brevissima scadenza, continuamente rinnovati, ha comportato e sta tutt’ora comportando costi più elevati, evidenziando ancora una volta una certa incapacità gestionale dalle parti del governo europeo.

E questa gestione finanziaria a dir poco nefasta ha effetti indotti sul bilancio italiano anche per la parte delle sovvenzioni a fondo perduto71 i miliardi incassati dall’Italia – perché  sta generando interessi passivi di gran lunga superiori alle previsioni, tanto da rendere necessaria una revisione del bilancio Ue 2021-2027 per tenere conto di questo aumento. Ancora meno gestibile è la situazione sul successivo periodo 2028-2034, per il quale si prevedono pagamenti annuali per 25-30 miliardi tra interessi, da coprire con tagli di altre spese o maggiori contributi degli Stati membri, i quali da questo orecchio ci sentono poco.

Poi c’è il secondo aspetto relativo all’opportunità politica, visto che il Pnrr ha di fatto espropriato una parte della politica di bilancio nazionale, visto che il piano europeo ha imposto ai paesi aderenti tutta una serie di vincoli di spesa e di imposizioni di riforme più o meno valide. Il regolamento Ue del piano ha posto tali e tanti vincoli (percentuali minime su transizione ecologica e digitale, aree di intervento, obiettivi) che l’autonomia riservata all’Italia è stata di fatto decisamente compressa, impedendo scelte forse più in linea con gli interessi nazionali, come il taglio dell’asfissiante pressione fiscale invece di investire pesantemente in una anticoncorrenziale transizione verde.

L’Italia si è ridotta ad approvare una lista della spesa quasi preconfezionata, dagli effetti molto limitati se non nulli sulla crescita, visto che sta palesemente mancando quel moltiplicatore di crescita superiore ad uno, tanto che il Paese si è indebitato a caro prezzo per nulla, per di più per spese spesso inutili.

Comunque la si giri, la frittata del Pnrr è ormai fatta e va ad aggiungersi ad altre perle delle politiche economiche ad uzzolo come il reddito di cittadinanza o del superbonus 110%. Ancora una volta, il problema fondamentale a Roma come a Bruxelles è la qualità della classe politica e dei relativiconsigliori” che prendono decisioni rilevanti alla “dick of dog”.

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