Pnrr a giugno avanti piano, quasi fermi

I dati di Italia Domani pubblicati ad agosto alla chetichella rielaborati dal “il Sole 24 Ore” e Ifel-Anci.

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L’applicazione del Pnrr Italia prosegue con il ritmo del bradipo, avanti sì, ma quasi fermi, piano pianissimo. I dati diffusi alla chetichella senza alcuna comunicazione ufficiale – forse perché questi costituiscono una pesante macchia sull’operato del governo Meloni – dalla piattaforma governativa Italia Domani con i dati ReGis di fine giugno 2025, da cui emerge un andamento della spesa decisamente lenta, pari a 74,3 miliardi rispetto ai 194,4 miliardi disponibili nel piano e che andrebbero spesi entro il 30 giugno 2026, con un tendenziale di centrare i 90-100 miliardi a fine agosto 2025.

Secondo un’elaborazione de “il Sole 24Ore” in collaborazione con Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale dell’Anci, emerge la difficoltà della macchina governativa nel mettere a terra le spese sia per le cinque diverse missioni in cui è articolato il Pnrr Italia, che a livello di singolo ministero. A livello di questi ultimi, quelli più in crisi sono i ministeri del lavoro, agricoltura e sovranità alimentare, turismo, cultura e salute.

Il tasso di spesa evidenziato dai dati pubblicati dalla piattaforma di Italia Domani, è molto variabile. Nell’ambito delle missioni, fatta eccezione per la voce “RepowerEu” da 11,18 miliardi entrato nel Pnrr con la revisione di fine 2023 e al momento fermo al 2,8% nell’avanzamento finanziario, gli ambiti d’intervento più in difficoltà sono «inclusione e coesione» (Missione 5), dove la spesa effettiva si attesta al 24,5% del totale (4,1 miliardi su 16,9), e la «salute (Missione 6), arrivata a un poco superiore 27,6% (4,3 miliardi su 15,6 del totale). Le altre missioni oscillano tra il 51,4% di «digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura» (Missione 1), al secondo posto c’è «istruzione e ricerca» (Missione 4) al 43,5% (13,1 miliardi su 30) seguita dalle «infrastrutture per una mobilità sostenibile (Missione 3) al 40,3% (9,6 miliardi su 23,7) seguita dal 39% mostrato dalla «rivoluzione verde e transizione ecologica» (Missione 2), con 21,6 miliardi spesi su 55,5.

A pesare sulla posizione di coda della Missione 5 “inclusione e coesione” è il portafoglio dei progetti di cui è titolare il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali di Elvira Calderone che ha speso a giugno 990,6 milioni, l’11,8% degli 8,4 miliardi del totale, piazzando questo ministero come il più lento nella spesa.

A livello di ministero, dopo quello del Lavoro, arranca quello dell’Agricoltura e sovranità alimentare di Francesco Lollobrigida il cui avanzamento finanziario arranca al 14,5% (944 milioni su 6,5 miliardi), quello del Turismo di Daniela Santanché (443 milioni su 2,4 miliardi; 18,4%) e la Cultura oggi nelle mani di Alessandro Giuli (18,9%: 796 milioni su 4,2 miliardi). Il quintetto dei più lenti nella spesa è chiuso dal ministero della Salute di Orazio Schillaci, che fin qui ha pagato 4,3 dei 15,6 miliardi attribuitigli (27,6%) nonostante le numerose problematiche che attanagliano il settore, specie nel campo degli investimenti per migliorare il Servizio sanitario nazionale.

Tra i ministeri più efficaci nella spesa quello della Giustizia (54,3%), seguito da Imprese e “Made in Italy” (51%) e da Ambiente e Universita, appaiati al 48,5%. Al quinto posto il Viminale con un tasso di attuazione finanziaria del 47,7%.

Dall’amministrazione centrale a quella periferica: se i ministeri hanno aggiudicato il 53,1% delle somme bandite, le regioni hanno corso di più, al 60,7%, mentre gli enti locali si attestano da una media di aggiudicazione dell’80,6%, spaziando dal 92,3% delle città metropolitane al 77% dei comuni.

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