Patrimonio pubblico da valorizzare, immobiliare e finanziario per ridurre il debito pubblico

La stima è di 350 miliardi di valore per gli immobili e altri 300 circa per il fronte finanziario.

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Nei giorni scorsi, il governo Meloni ha annunciato un piano casa da 10 miliardi suddiviso su un lasso temporale di 10 anni – pari ad un investimento di un miliardo all’anno – volto a riqualificare il patrimonio abitativo pubblico, spesso trascurato, e a rilanciare l’edilizia sociale e a canone calmierato indirizzato verso quella fascia di popolazione troppo ricca per l’accesso alle case popolari e troppo povera per il mercato libero che negli ultimi anni ha registrato una crescita netta dei valori, sia per le compravendite che per le locazioni, oltre che per valorizzare il patrimonio pubblico.

Secondo il censimento del patrimonio immobiliare pubblico aggiornato al 31 dicembre 2024 realizzato per la prima vota dopo 10 anni su impulso del ministero dell’Economia e sotto la competenza del sottosegretario Lucia Albano, in Italia si contano 3 milioni di immobili pubblici di cui circa 1,3 milioni di fabbricati e circa 1,7 milioni di terreni. Un patrimonio immenso, spesso poco valorizzato, più spesso trascurato e abbandonato.

Si tratta di un patrimonio che potrebbe dare la svolta alla finanza pubblica, oltre che assicurare il soddisfacimento dei bisogni abitativi di una fetta di popolazione, residente e non (si pensi agli studenti fuori sede o ai lavoratori in missione), visto che lo si stima per un valore superiore ai 350 miliardi di euro, così come stimato da Deloitte nel suo studio pubblicato l’estate 2025 “Ridurre il debito pubblico in Italia valorizzando gli asset reali».

Sono i comuni i principali detentori del patrimonio immobiliare pubblico, con il 65% degli immobili e il 79% dei terreni, mentre alle amministrazioni centrali dello Stato fanno capo solo il 3% dei fabbricati e l’1,5% dei terreni.

Riguardo le caratteristiche dei beni, circa i tre quarti dei fabbricati censiti sono di carattere istituzionale, come edifici scolastici, ospedali, caserme e uffici, mentre gli immobili di tipo residenziale ammontano al 15% del totale nazionale pubblico. Del totale nazionale degli immobili pubblici, il 9,5% sono attualmente inutilizzati. Un patrimonio, quest’ultimo, su cui può prendere avvio l’azione del piano casa governativo per contrastare il disagio abitativo.

A livello territoriale, il patrimonio pubblico è concentrato in tre regioni: la Lombardia con il 12,7% del totale nazionale dei fabbricati pubblici, la Campania con il 12,35% e dall’Emilia Romagna con il 10,5, incalzata fuori dal podio dal Lazio con il 9,25%.

La svolta è legata alla valorizzazione di questo patrimonio, magari imitando quanto già fatto dall’Agenzia del Demanio che si è attrezzata per valorizzare il proprio patrimonio di 44.000 immobili per un valore di circa 62 miliardi di euro che negli ultimi anni ha avviato un percorso di trasformazione per aumentarne il rendimento economico, specie di quei beni improduttivi.

Non solo: parallelamente alla riqualificazione del patrimonio, si avvierebbe uno strumento finanziario dove fare confluire questo patrimonio da cedere progressivamente ad investitori vincolando il ricavato all’abbattimento del debito pubblico.

Non c’è solo il patrimonio immobiliare pubblico da valorizzare: c’è anche la parte finanziaria, dove oggi lo Stato e gli enti locali risultano titolari di importanti quote di società per un valore di centinaia di miliardi di euro. Anche agendo su questo fronte di potrebbe avviare una progressiva valorizzazione creando un veicolo finanziario in cui trasferire le quote societarie detenute dallo Stato e dagli enti locali, quotandolo in Borsa, cedendo progressivamente quote a vari investitori istituzionali come fondi d’investimento, anche qui vincolando il ricavato alla riduzione del debito pubblico.

Secondo alcune valutazioni, cedendo il patrimonio pubblico immobiliare e finanziario adeguatamente valorizzato si potrebbe iniziare a ridurre l’imponente fardello da oltre 3.000 miliardi di debito pubblico verso una più gestibile soglia di 2.300-2.500 miliardi di euro, liberando parte delle risorse oggi spese per pagare interessi sul debito pubblico. – circa 90 miliardi all’anno – da utilizzare parte per ridurre l’asfissiante pressione fiscale, rilanciando i consumi e l’economia, parte per finanziare i servizi pubblici di base, a partire dalla sanità, sicurezza e istruzione.

Questo sul fronte del patrimonio. Rimane poi la leva da utilizzare con molta più convinzione di quanto finora fatto dal governo Meloni di agire su sprechi ed evasione, rispettivamente 60 e 100 miliardi all’anno. Sul fronte dell’evasione fiscale e contributiva, l’Agenzia delle entrate sta già facendo molto con l’obiettivo di aumentare ancora gli sforzi per ridurre grandemente l’evasione. Sul fronte degli sprechi tocca al governo darsi da fare, impegnandosi a tagliare tutto quanto non è di stretta pubblica utilità o di interesse generale. Anche qui, la destinazione delle risorse così recuperate va data equamente al taglio delle tasse e al finanziamento dei servizi pubblici, alimentando la ripresa del Paese e, con essa, il progressivo abbassamento del debito pubblico.

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