Paradosso Ursula: in Ue soffoca la produzione di acciaio mentre sovvenziona quella indiana

L’accordo di libero scambio Ue-India prevede un contributo Ue per la decarbonizzare l’export indiano. Con buona pace dell’industria Ue che ha dovuto arrangiarsi.

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Paradosso Ursula: l’altro giorno in occasione della firma dell’accordo di libero scambio (FTA) Ue-India, da lei definito la madre di tutti gli accordi, ha messo la produzione di acciaio indiana in posizione di vantaggio sulla produzione interna, già soffocata dal Green deal e dal Cbam (“Carbon border adjustment agreement”).

Di fatto, l’India riceverà assistenza tecnica e finanziaria per ripulire la sua industria siderurgica, mentre le acciaierie europee, italiane in testa, devono investire miliardi di tasca propria o tramite il Pnrr per decarbonizzare i siti produttivi.

Anche il Cbam, un meccanismo Ue che impone un prezzo sulle emissioni di CO2 incorporate nei beni importati (cemento, ferro/acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità, idrogeno) per garantire parità competitiva con i produttori europei, sarà addolcito, soddisfando così le richieste del governo Modi che aveva sempre considerato il Cbam come una barriera all’export indiano.

E mentre l’Ue del paradosso Ursula affonda in un ecologismo che sta progressivamente desertificando la manifattura continentale a suon di delocalizzazioni, chiusure di fabbriche e licenziamenti a decine di migliaia di lavoratori, l’India deve il suo clamoroso successo economico che l’ha portata ad essere la quarta potenza economica mondiale proprio alla mancanza dei vincoli ambientali che hanno sostenuto il tumultuoso sviluppo economico basandosi proprio sull’utilizzo diffuso del carbone a basso costo per produrre energia e, appunto, acciaio.

L’India è il secondo produttore mondiale di acciaio dopo la Cina ed esporta proprio sul mercato Ue circa due terzi della sua produzione siderurgica. E proprio la mitigazione delle barriere ecologiche all’importazione sul mercato europeo accompagnato dall’erogazione di un sussidio di 500 milioni in due anni per favorire l’ambientalizzazione della produzione di acciaio indiano ha sbloccato la firma dell’accordo di libero scambio anche su altri fronti, tra cui quello tessile, cosa che metterà probabilmente fine alla rimanente produzione del settore in Italia.

Il commissario europeo per il commercio, Maros Sefcovic, ha affermato che «l’India è in una posizione eccellente poiché́ la Ue la tratterà come un partner FTA con il quale avremo negoziati privilegiati sull’accesso al mercato per i prodotti siderurgici». Sefcovic ha aggiunto che la Ue fornirà la migliore assistenza possibile agli operatori indiani in materia di conformità al Cbam, garantendo che nessun altro Paese sarà trattato meglio dell’India.

È stata annunciata la nascita di una piattaforma congiunta di cooperazione per l’azione climatica che diventerà operativa a metà 2026. Attraverso questa piattaforma le aziende indiane riceveranno trasferimento di conoscenze tecnologiche e il supporto normativo e un aiuto tecnico per certificare le emissioni secondo i criteri di Bruxelles e evitare sanzioni. Il tutto aggratis, mentre le imprese europee devono pagare a caro prezzo le tecnologie impiegate. E a queste agevolazioni fornite dall’Ue si aggiunge anche un altro fattore determinante per la competitività dell’acciaio indiano: il bassissimo costo della manodopera locale.

Il paradosso Ursula, troppo preso dalla frenesia di stipulare accordi ovunque in funzione anti Trump, pare non accorgersi dei problemi in cui naviga la produzione europea di acciaio, che deve affrontare gli ingenti costi per la transizione ambientale imposta da un Green Deal che si sta trasformando nel becchino della manifattura europea. E a breve lo stesso Parlamento europeo dovrà affrontare l’aggiornamento delle misure di salvaguardia della produzione dell’acciaio introdotte nel 2018 dall’arrembaggio dell’export cinese supportato dalla sovraproduzione locale e dal calo dei consumi della manifattura cinese. Il rischio è che il presidente della Commissione Ue continui nel suo disegno di un’Europa verde, ma con le casse delle imprese e i portafogli dei cittadini di un rosso vivido scarlatto, quello della povertà.

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