Nucleare, ritorno al futuro (incerto) dell’Italia dopo 50 anni

La camera approva la legge delega per consentire l’installazione di nuove centrali a fissione, confidando in un contenimento del costo dell’elettricità. Scenario quanto mai incerto, sia dal punto di vista tecnico che sociale.

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Con l’approvazione da parte della Camera del disegno di legge delega (che dovrà essere approvato anche al Senato) che autorizza il governo ad emanare i decreti necessari per autorizzare l’insediamento sul territorio nazionale di nuove centrali atomiche, l’Italia torna al nucleare, un ritorno al futuro decisamente incerto, sia sotto il fronte dei costi che dei tempi e della localizzazione degli impianti, anche se di taglia decisamente più contenuta che in passato, in attesa dei minireattori di cui tutti parlano, ma dei quali non c’è ancora un impianto marciante in grado di dimostrare effettivamente i costi di costruzione e quelli connessi alla generazione di energia, elettrica e termica.

Intanto, la maggioranza del governo Meloni ha imboccato la direzione di riportare l’Italia nel club dei paesi nucleari che troppo frettolosamente ha abbandonato sull’onda della spinta emotiva dell’incidente alla centrale di Chernobyl del 1986 e al conseguente referendum popolare un anno dopo che decretò l’uscita del paese dal nucleare con la chiusura e smantellamento di quattro centrali atomiche esistenti, di cui solo una, quella di Caorso in provincia di Piacenza in via di progressivo smantellamento, era negli anni Ottanta del secolo scorso tra le più moderne e grandi con i suoi 850 MW di potenza, mentre le altre tre erano impianti decisamente più piccoli situati a Trino Vercellese, Latina Borgo Sabotino e Garigliano a Sessa Aurunca.

La politica ha imbracciato senza se e senza ma il ritorno al nucleare sulla necessità di assicurare generazione energetica senza emissioni in grado di garantire quella continuità che le rinnovabili eolico e solare non sono in grado di assicurare. Il problema più grande connesso con il nucleare è legato ai costi di realizzazione e al costo di generazione energetico.

Assodato che il nuovo scenario nucleare va verso impianti di taglia più piccola rispetto ai grandi impianti da 1.500 MW e oltre, vuoi per i vincoli ambientali e di sicurezza che queste strutture comportano sul territorio che li ospitano, puntando ad impianti modulari e scalabili, magari costruiti in serie e preassemblati in fabbrica per poi essere trasportati nel luogo di installazione e di esercizio, il problema è che nessuno ha ancora concretizzato i costi effettivi di questi impianti, che al momento non esistono. Il punto di riferimento è costituito dai reattori nucleari ad uso navale su sottomarini e navi da guerra, apparecchi praticamente sigillati in grado di funzionare quanto la vita operativa degli scafi in cui vengono installati. Con l’obiettivo commerciale di realizzare strutture containerizzate da trasportare con autoarticolati nei luoghi dove è richiesta la generazione di energia continuativa sotto forma di elettricità e di calore per sfruttarne al massimo l’efficienza.

Circa le centrali nuclearitradizionali”, al momento ne sono in costruzione o completamento tre, a Flamanville in Francia, Okiluoto in Finlandia e a Hinkley Point nel Regno Unito. Sono centrali di grande taglia (circa 1.500 MW ciascuna) che hanno registrato continui ritardi nella conclusione della loro costruzione e messa in servizio, con costi esplosi rispetto alle previsioni iniziali. La sola centrale francese di Flamanville è passata da una previsione di costo iniziale di 3,3 miliardi di euro agli attuali 13,2 miliardi di euro con una previsione, secondo la Corte dei conti francese, che arriverà a 19 miliardi di euro una volta completata dopo 12 anni dall’avvio del cantiere.

Quindi, anche se magicamente con un colpo di bacchetta si riuscisse a risolvere tutti i nodi autorizzativi e burocratici nel giro di 24 ore e si aprisse il cantiere domani, prima di generare effettivamente energia elettrica e calore passerebbero non meno di 4-5 anni. Mentre il problema del caro bollette è l’oggi.

Per il domani pure lo scenario dei reattoriAdvanced Modular Reactor”, o “Amr”, impianti modulari a fissione come gli Smr, ma raffreddati a piombo liquido, sodio o sali fusi. Per qualsiasi guasto, si spengono e non fondono. Il vantaggio maggiore è che bruciano uranio e plutonio esausto delle vecchie centrali, riducendo la quantità delle scorie, e soprattutto la loro radioattività (da centinaia di migliaia di anni a qualche secolo), ma aprendo un preoccupante scenario circa la circolazione del plutonio, attualmente destinato solo alla produzione di bombe atomiche, che oltre ad essere radioattivo ha il non trascurabile effetto di essere tossico per inalazione anche in ridottissimi quantitativi. Al momento, gli “Amrsono soltanto un progetto in cui il maggiore protagonista è la società francoitaliana newcleo che conta di far funzionare il primo esemplare nel 2032.

Se per connettere realmente in rete una centrale nucleare si deve guardare al futuro prossimo, bisognerebbe guardare all’oggi anche per la gestione dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività per i quali l’Italia non ha ancora realizzato un centro unico nazionale di gestione e confinamento, nonostante siano ormai passati vent’anni dall’individuazione del sito del deposito nazionale di Scanzano Jonico che si è opposta ferocemente ad ospitare la struttura capace di ospitare circa 100.000 metri cubi di rifiuti radioattivi – di cui circa 85.000 a intensità molto bassa o bassa – in gran parte prodotti dall’attività ospedaliera e industriale, oltre che provenienti dalle dismissioni di alcuni apparati delle centrali atomiche italiane. Ancora oggi, la politica non è stata in grado di gestire il problema individuando un sito unico dove concentrare gli attuali depositi – alcuni dei quali in condizioni decisamente a rischio come quelli in vicinanza di corsi d’acqua – per assicurare a questi materiali non troppo pericolosi una gestione adeguata.

E mentre si aspetta l’araba fenice nucleare, il governo Meloni farebbe bene a cavalcare la maggiore disponibilità di bilancio concessa dalla Commissione europea per fare un salto di qualità nello sfruttamento di quella cenerentola di geotermia, che potrebbe trasformarsi in un’autentica principessa energetica, a basso costo, nulle emissioni ambientali e perfettamente programmabile. Una sorta di quadratura del cerchio che stranamente la politica ha trascurato nonostante il concreto esempio di Lardarello in Toscana che ormai da oltre un secolo genera calore ed elettricità e che solo ora l’Enel ha deciso di potenziare.

E l’Italia con la sua conformazione geologica caratterizzata da notevoli presenze vulcaniche potrebbe fare sicuramente molto di più, a partire dal suo utilizzo per la climatizzazione, specie nelle aree che oggi soffrono maggiormente per l’inquinamento atmosferico invernale durante la stagione del riscaldamento, come nel bacino padano, se si pensa che per il solo sfruttamento geotermico per la climatizzazione degli ambienti l’Italia si piazza staccatissima con i suoi 9.669 Terajoule/anno (un terajoule equivale a 23,88 Tep tonnellate equivalenti petrolio o 277,8 MWh) a fronte degli 85.000 Terajoule/anno della Turchia o, addirittura, degli 828.882 Terajoule/anno della Cina.

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