Meta patteggia e paga 17 miliardi per le dipendenze dei minori da social, sentenza storica

Zuckerberg però non ammette la responsabilità verso i teenager. Ora tocca allo sfruttamento illegale dei contenuti giornalistici coperti da diritto d’autore. Commissione Ue alla finestra.

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Meta ha accettato di patteggiare e di pagare fino a 17 miliardi di dollari diluiti in 10 anni e di limitare l’accesso a Instagram e Facebook per i minorenni in circa 50 Stati e territori degli Stati Uniti, raggiungendo un accordo con i rispettivi procuratori generali paragonabile alla storica transazione del 1998 contro le aziende produttrici di tabacco.

La transazione risolve solo un aspetto, il più significativo, della vasta battaglia legale in cui tutte le piattaforme social sono accusate di creare dipendenza nei giovani americani e non solo in quelli. L’accordo, che deve ancora essere approvato dai tribunali americani, crea un precedente storico per YouTube, TikTok e Snapchat, che si trovano anch’essi ad affrontare migliaia di cause legali in tutto il Paese e che ora potrebbe innescare una serie di contenziosi anche nel resto del mondo, a partire dalla stessa Unione europea che al momento preferisce non commentare l’esito della transazione.

Meta ha raggiunto un accordo senza precedenti con 47 Stati Usa, il Distretto di Columbia e i territori Usa, impegnandosi a pagare fino a 17,1 miliardi di dollari e (questo il punto più caro a milioni di famiglie americane) ad apportare modifiche sostanziali ai propri prodotti per limitare i danni alla salute dei minori.

In una clamorosa resa, Meta la società di Mark Zuckerberg, proprietaria di Facebook e Instagram, ha accettato le sanzioni pecuniarie per aver violato le leggi federali sulla privacy dei minori e le normative statali a tutela dei consumatori. Meta ha inoltre concordato di limitare il tempo che gli adolescenti possono trascorrere sulle sue piattaforme, di imporre blocchi notturni, rafforzare i limiti di età, fornire ai genitori maggiori strumenti per il controllo e vietare funzionalità che alimentino problemi di salute mentale.

Il patteggiamento pone di fatto fine anche ad un altro procedimento in corso ad Oakland, dove California, Colorado, Kentucky e New Jersey chiedevano circa 200 miliardi di dollari sempre per danni ai minori. L’accordo potrebbe segnare un punto di svolta per il settore dei social media per gli adolescenti, che finora è sfuggito in gran parte al controllo delle autorità.

La cifra pattuita è tra le più alte mai versate da un’azienda tecnologica agli Stati, anche se tutto sommato marginale rispetto ai soli utili netti generati da Meta nel primo trimestre 2026 che ammontano a 18,74 miliardi di dollari, ed è il segno che l’azienda sa di trovarsi in una posizione delicata dopo che a marzo – insieme a YouTubeha perso la causa intentata per lesioni personali, pagando 6 milioni di dollari di risarcimento. Poche settimane fa, poi, un giudice del New Mexico le ha ordinato di pagare sanzioni per un totale di quasi un miliardo di dollari. Tuttavia, finora da parte di Meta non c’è stata un’ammissione di colpa vera e propria né un’esplicita presa di coscienza.

In base all’accordo l’azienda di Zuckerberg verserà, all’inizio, circa 12 miliardi di dollari dilazionati in 10 anni. La cifra arriverà fino a 17,1 miliardi qualora anche le società rivali Snapchat, TikTok e YouTube dovessero accettare a loro volta sanzioni pecuniarie e accettare di apporre modifiche ai loro prodotti.

Meta deve ancora affrontare numerose altre cause legali intentate da distretti scolastici e privati cittadini e alcune di esse andranno a processo nei prossimi mesi. Non solo: è ancora agli albori la questione del pagamento dei diritti per lo sfruttamento dei contenuti protetti da diritto d’autore (copyright) da parte delle piattaforme di Meta e degli altri canali digitali, a partire da quelli giornalistici, saccheggiati impunemente senza riconoscere in capo agli editori che li hanno prodotti alcun riconoscimento economico. Anche qui, qualcosa si muove, ma oltre al sistema giudiziario è necessario che si muovano anche le istituzioni, a partire da quelle europee, visto che il sistema editoriale europeo maciullato dalle grandi piattaforme digitali – che tutte assieme valgono oltre 50.000 miliardi di dollari Usa, costituendo di fatto un potere economico e, indirettamente, politico formidabile – che sono cresciute sfruttando impunemente il lavoro altrui.

Visto che è difficile oltre che complicato che le piattaforme giungano ad accordi singoli con tutti i produttori di contenuti, specie quelli più piccoli, potrebbe essere d’aiuto l’estensione dell’esperienza della Web Tax applicata in Italia ai grandi gruppi che ha dato un gettito superiore alle attese, indirizzando parte o tutto il gettito ad alimentare un fondo destinato al sostegno del pluralismo e dell’informazione, visto che sempre più le piattaforme digitali, oltre che da vettori della comunicazione, operano come soggetti pubblicitari, capaci di catalizzare fette sempre più ampie di investimenti levandoli agli editori diretti, con conseguenti problemi di equilibrio economico.

Questo anche alla luce che realtà come Meta veicolano sui loro canali miliardi di contenuti giornalieri non verificati, spesso fraudolenti ed ingannatori, da cui la sola Meta trae un profitto stimato in 7 miliardi di dollari all’anno. Già solo usare questa cifra guadagnata senza combattere le frodi per iniziare ad indennizzare il sistema editoriale potrebbe essere il giusto passo nella direzione di ripristinare un minimo di correttezza nei rapporti tra gli editori e le piattaforme.

Tornando alla reazione della Commissione europea, «la Ue non commenta su una sentenza di un tribunale di un’altra giurisdizione» ha detto il portavoce della Commissione Thomas Regnier, ricordando che la Commissione ha avviato un’indagine su Meta sulla questione nel maggio 2024. In due anni, la Commissione ha preliminarmente riscontrato che Meta violava il Digital Services Act (DSA) per i design che creano dipendenza di Facebook e Instagram. La Commissione è in costante dialogo con Meta e continuerà ad applicare il Digital Services Act per garantire che gli utenti, in particolare i minori, non siano esposti a design che creano dipendenza e contenuti dannosi online. Ora si aspetta la Commissione ad un passo in più, anche a tutela del proprio sistema informativo, base del pluralismo e della democrazia.

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