Un tribunale del New Mexico, negli Stati Uniti, ha condannato Meta, società madre di Instagram e Facebook, a pagare 567 milioni di dollari (circa 492 milioni di euro) per far fronte ai danni causati ai minori dalle sue piattaforme social.
Il giudice Bryan Biedscheid ha deciso in una sentenza che la maggior parte della somma, circa 420 milioni di dollari, sarà destinata a servizi di assistenza per i giovani. Il resto sarà impiegato nei prossimi cinque anni per attività di sensibilizzazione e prevenzione, servizi di controllo e altre spese.
Nella sua sentenza, il giudice Biedscheid ha inoltre sottolineato che gli adolescenti sono particolarmente vulnerabili a funzionalità progettate per massimizzare l’engagement, come l’autoplay, l’infinite scrolling, il conteggio dei “mi piace”, le notifiche push e le raccomandazioni degli algoritmi. Secondo la sentenza, alcune di queste caratteristiche di design implicano problematiche diffuse a livello di settore e questioni legate alla libertà di espressione. Il giudice ha ordinato a Meta di limitare le notifiche push e di contenere il tempo di utilizzo a 90 ore mensili, circa tre ore al giorno in media, per gli utenti under 18, oltre a nascondere il conteggio dei “mi piace”.
Il giudice ha ordinato a Facebook e Instagram di creare banner e schermate informative per spiegare chiaramente le proprie funzionalità di protezione, le migliori pratiche e gli strumenti per affrontare, ad esempio, i commenti inappropriati, e di farli visualizzare regolarmente. Tali modifiche e una campagna educativa nel New Mexico saranno soggette a revisione da parte dello Stato. Il tribunale ha anche ordinato a Meta di continuare a migliorare i propri strumenti di verifica dell’età nel New Mexico, che prevedono l’uso dell’intelligenza artificiale per determinare l’età delle persone sulla base di segnali quali chi sono i loro amici e quali tipi di contenuti pubblicano e consumano. Meta dovrà inoltre cercare di sviluppare un «modello di previsione dedicato ai minori di 13 anni» nei prossimi due anni.
Inoltre, Meta dovrà richiedere la prova dell’età agli utenti di Instagram e Facebook nel New Mexico che ritiene abbiano meno di 13 anni. Se determina che un utente ha meno di 13 anni, o meno di 18 anni, ma senza poter stimarne l’età specifica, Meta dovrà trattare l’utente come se avesse meno di 13 o meno di 18 anni fino a quando l’utente non verificherà la propria età. L’azienda dovrà inoltre collaborare con le scuole o con un’organizzazione per la sicurezza dei minori per creare un portale di segnalazione in cui il personale scolastico possa segnalare gli utenti che potrebbero avere meno di 13 anni. Dovrà inoltre cancellare le informazioni personali raccolte su di loro. Il tribunale ha inoltre ordinato a Meta di riferire due volte all’anno sui progressi compiuti nell’attuazione delle misure correttive.
La nuova sanzione si aggiunge ai 375 milioni di dollari di sanzioni civili che la giuria ha imposto a Meta a marzo, dopo aver stabilito che la società aveva consapevolmente danneggiato la salute mentale dei minori e nascosto ciò che sapeva riguardo allo sfruttamento sessuale dei minori sulle proprie piattaforme. Nella seconda fase, i pubblici ministeri hanno chiesto al giudice di imporre a Meta cambiamenti fondamentali volti a limitare le funzionalità che creano dipendenza, a migliorare la verifica dell’età e a prevenire lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso impostazioni predefinite sulla privacy e una supervisione più rigorosa. L’importo totale a carico di Meta, ovvero 942 milioni di dollari, rappresenta una piccola frazione del suo utile annuale, che nel 2025 ammontava a circa 60 miliardi di dollari.
Il procuratore generale del New Mexico, Raul Torrez, aveva intentato un procedimento contro Meta – società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp – nel 2023, sostenendo che l’azienda non avesse protetto i minori dai pericoli online. Durante l’arringa finale, la procuratrice Linda Singer ha spiegato alla giuria che gli algoritmi di Meta avrebbero indirizzato gli adulti verso contenuti pubblicati da utenti adolescenti, mentre l’azienda nascondeva i risultati delle ricerche interne sui rischi per i più giovani.
«Questa causa ha sempre avuto come obiettivo la protezione dei minori, il sostegno alle famiglie e la garanzia che una delle più grandi aziende tecnologiche al mondo non possa trarre profitto senza conseguenze da pratiche che mettono in pericolo i più giovani – ha affermato Torrez in un comunicato -. La decisione di oggi è una vittoria per ogni genitore che si sia preoccupato degli effetti dei social media sui propri figli, e per ogni minore che merita di crescere più al sicuro online».
Meta, dal canto suo, ha annunciato che presenterà ricorso contro la sentenza del giudice del New Mexico, soprattutto per arginare sul nascere una possibile corsa a riprendere la decisione anche da parte delle corti giudicanti degli altri 49 stati della federazione Usa. Anche se le sanzioni finora irrogate a Meta sono una goccia rispetto al bilancio complessivo, la falla rischia di allargarsi rapidamente e pure la Commissione europea avrebbe titolo ad intervenire per tutelare meglio il pubblico europeo dei canali social delle società di Mark Zuckerberg che hanno ribadito di «lavoriamo duramente per garantire la sicurezza delle persone sulle nostre piattaforme e siamo stati trasparenti riguardo alle difficoltà nell’identificare e rimuovere gli utenti malintenzionati e i contenuti dannosi. Rimaniamo fiduciosi nei nostri risultati in materia di protezione degli adolescenti online e continueremo a difenderci dalle accuse che travisano i fatti».
Però, di fatto, lo sforzo principale di Meta e delle sue varie branche pare orientato più che alla tutela dei suoi utenti, specie quelli più giovani, alla massimizzazione del profitto aziendale, non sottilizzando troppo circa i contenuti veicolati sulle sue piattaforme. Anche qui, specie per quanto riguarda il mercato europeo, il passo dirimente sarebbe quello di considerare le piattaforme social e i canali web alla stessa stregua degli editori di testate giornalistiche, sottoponendoli agli stessi obblighi civili, penali e deontologici circa quanto pubblicano. Già questa semplice modifica sarebbe una rivoluzione copernicana, volta finalmente a garantire quella qualità e sicurezza decantata a parole ma mai applicata nei fatti, oltre a fare cessare una situazione di concorrenza sleale sempre più pesante nei confronti dell’editoria tradizionale e digitale che va ad incidere anche su un aspetto affatto trascurabile come quello della liberà di parola, del controllo delle istituzioni e della trasparenza del momento decisionale. Tutti aspetti affatto trascurabili per una democrazia che si voglia definire effettivamente tale.
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