Meloni tra le pulizie di primavera politiche e la crisi economica incipiente

Le dimissioni con polemica del ministro Garnero ex Santanché, quelle del sottosegretario alla giustizia Delmastro Delle Vedove e del capo di gabinetto della Giustiza Bartolozzi cadono in un periodo complicato, politico ed economico della Nazione.

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Alla fine, complice la pesante botta elettorale inflitta dal referendum sulla giustizia, Giorgia Meloni pare essersi riavuta dal periodo in cui negli ultimi tempi aveva innestato il pilota automatico sulla linea di galleggiamento, nonostante la situazione interna e, soprattutto, internazionale non fosse delle migliori, facendo venire a galla tutti i nodi politici irrisolti all’interno della sua maggioranza.

La giustizia, si sarebbe sfogata con i suoi Meloni, è storicamente un tema caro alla destra e va assolutamente recuperato. Quindi, in sintesi, via tutti i membri del governo con situazioni giudiziarie che creano imbarazzo. Così in una giornata concitata sono arrivate le dimissionispintanee” del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e del capo di gabinetto del ministero alla Giustizia, Giusi Bartolozzi. Fino all’inedita nota con cui un presidente del Consiglio chiede un passo indietro a un suo ministro, quella Daniela Garnero ex Santanchè, che ha resistito al pressing, in un braccio di ferro ad alta tensione, fino all’ultimo, capitolando con una lettera intrisa di veleno e di recriminazioni indirizzata alla sua stessa leader di partito. Anche se il suo casellario penale risulta momentaneamente ancora illibato, l’ormai ex ministro al Turismo è sotto processo a Milano per presunto falso in bilancio su Visibilia e indagata per un’ipotesi di bancarotta e presunta truffa all’Inps, l’esponente di FdI già a inizio 2025 era finita sulla graticola. Per la moral suasion sarebbe stato coinvolto anche il suo nume protettore, il presidente del Senato Ignazio La Russa, oggi come allora, quando il ministro del Turismo condizionò le dimissioni a una richiesta di Meloni. Allora non arrivò, adesso è quanto mai esplicita. E, alla fine pure le dimissioni della Pitonessa sono arrivate.

Ora il governo meloni è dinanzi ad un bivio che passa necessariamente dalle stanze del Quirinale, perché si dovranno riassegnare le deleghe di Garnero ex Santanché o direttamente in capo al premier mediante un interim – cosa che andrebbe ad aggiungersi agli altri, enormi impegni che già incombono su Meloni -, oppure individuare alla svelta un sostituto, magari passando per qualche faccia nuova e, incidentalmente, pure capace di amministrare bene uno dei principali settori dell’economia nazionale. Si vocifera la persona del deputato siciliano Gianluca Caramanna, responsabile del dipartimento turistico di FdI, cosa che potrebbe dare un po’ di spinta ad un territorio che al referendum ha dimostrato di remare contro il centro destra.

Parimenti, sarebbe utile che nel contesto economico, sociale ed energetico che il paese sta affrontando ci siano degli innesti al governo per dare sprint all’azione in quei comparti dove gli attuali titolari hanno dimostrato più di una debolezza sia nella strategia che negli scenari d’intervento in cui si sono trovati ad operare, creando alla Nazione più problemi che vantaggi.

C’è poi da affrontare con mano ferma l’andamento dell’economia nazionale che vira al brutto, complice lo scenario internazionale e un drastico calo della fiducia dei consumatori registrato dall’Istat che può tradursi in minore propensione alla spesa e maggiore tesaurizzazione, facendo venire meno la spinta ai consumi interni che costituiscono gran parte del Pil nazionale che già ora sta virando al ribasso di almeno 0,3-0,4 punti percentuali, praticamente rendendo impossibile l’uscita dalla procedura d’infrazione dei conti pubblici per debito eccessivo – quasi certamente destinato a crescere ulteriormente, così come il costo del servizio per gli interessi -, come confermano le previsioni di primavera formulate dal Centro studi Confindustria che ha stilato tre diverse ipotesi di crescita nel 2026, a seconda dell’andamento dello scenario internazionale. L’impatto della guerra in Iran comporta un ritocco al ribasso al +0,5% del Pil atteso per il 2026 se tutto si risolve entro questi ultimi giorni di marzo. Può portare alla stagnazione se il conflitto in Medio Oriente durerà fino a giugno con il blocco dello stretto di Hormuz ed i rischi per l’approvvigionamento di gas e petrolio. Nell’ipotesi estrema che questa “situazione gravepossa protrarsi per tutto il 2026 sarà recessione, con un Pil in calo dello 0,7%.

Una situazione non ignorata al ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti, che però attende di ricevere i dati sull’andamento dell’economia del primo trimestre per avere un quadro complessivo per stendere l’aggiornamento del documento di finanza pubblica di aprile.

Se la guerra in Iran finisce entro pochi giorni il Brent è visto dal CsC in media a 78 dollari nel 2026 (da 69 nel 2025) per poi scendere a 65 nel 2027; il gas a 41 euro/MWh in media nel 2026 (da 36 nel 2025) per tornare verso i 30 euro nel 2027; il prezzo di petrolio e gas, insieme, nel 2026, aumenterà del 12% rispetto al 2025 (+60% con il conflitto che dura fino a giugno, +133% con il conflitto che va fino a fine anno). Con quattro mesi di guerra le imprese manifatturiere pagherebbero 7 miliardi in più di bolletta energetica, 21 miliardi in più se la guerra non si ferma entro l’anno. A catena l’impatto sull’inflazione che anche per lo scenario migliore «è prevista aumentare molto dai minimi di inizio anno, con un picco vicino al 3%.

L’attenzione è anche sulle mosse della Bce: nello scenario migliore il Centro studi Confindustria ipotizza un rialzo dei tassi dello 0,25% entro dicembre (di un punto con 4 mesi di guerra, di 2 punti con 10 mesi di guerra). Cosa che porterebbe l’economia nazionale in fortissima difficoltà e potrebbe avere riflessi negativi sull’esito delle Politiche 2027, visto che le elezioni si celebrerebbero in una tarda primavera con un Paese ancora in forte difficoltà e in un probabile contesto di tensioni sociali artatamente gonfiato da parte delle attuali opposizioni.

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