L’appello di Anfia all’Europa: «rinviare il target 2035 o sarà il collasso industriale»

Il 10 dicembre a Bruxelles la Commissione Ue chiamata a rivedere la strategia sull’elettrificazione totale della mobilità.

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Il settore automotive europeo è dinanzi ad un bivio finale con l’appello di Anfia lanciato dai produttori italiani: o l’Europa cambia lo scenario dell’elettrificazione coatta della mobilità al 2035, o sarà un disastro economico ed occupazionale per una delle principali filiere produttive europee e una delle maggiori fonti di gettito fiscale.

L’urgenza emerge chiara dalla lettera aperta che Anfia (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) ha indirizzato alle istituzioni europee e nazionali. A fronte di investimenti per oltre 250 miliardi di euro nell’elettrificazione, il comparto automotive europeo ha già perso 100.000 posti di lavoro nel solo 2024, con altri 400.000 a rischio entro il 2028. Il rischio concreto, sottolinea il presidente Roberto Vavassori, è una deindustrializzazione irreversibile del continente.

Per scongiurare il peggio, Anfia chiede un cambio di rotta immediato basato sul principio della neutralità tecnologica. Le proposte includono il rinvio e flessibilità sul 2035. Estendere di 5 anni il termine per l’adeguamento ai target e consentire una quota fino al 25% di veicoli non puramente elettrici (BEV). Apertura ai biocarburanti e ibridi: valorizzare il ruolo dei carburanti non fossili e delle motorizzazioni ibride (plug-in e range extender), oggi penalizzate dalla normativa. Revisione dei target CO2: definire obiettivi più realistici per il triennio 2025-2027, separando i veicoli commerciali leggeri dalle autovetture, e innalzare la soglia di emissioni per il 2030 a 75-80 g/km. Oltre ad una tutela del “Made in Europepiù forte con l’introduzione di vincoli di contenuto minimo locale per proteggere la produzione continentale dalla concorrenza aggressiva di USA e Cina.

Sul fronte nazionale la situazione è critica: la produzione di veicoli in Italia è crollata ai minimi storici, poco sopra le 450.000 unità, con un calo cumulato del 45% negli ultimi due anni. Anfia sollecita il Governo ad approvare le proposte concordate da un anno al Tavolo Automotive per rilanciare domanda e offerta. La filiera automotive italiana, che vale quasi il 6% del PIL e impiega 270.000 addetti diretti (oltre un milione con l’indotto), ribadisce il proprio impegno per la neutralità carbonica entro il 2040, ma chiede di arrivarci con tempi e modi sostenibili.

«Non so più come ripeterlo. La situazione è gravissima, cosa si aspetta?» s’infervora Vavassori che da mesi assieme ai suoi colleghi europei porta avanti la battaglia per il cambiamento delle norme a Bruxelles. Lettere, interviste, incontri: in ogni occasione possibile prova a ribadire le ragioni dei produttori di auto e dei componentisti: «l’Ue deve cambiare prima che sia davvero troppo tardi».

«L’aspettativa ideale è che le nostre tesi vengano accolte dalla Commissione. Tuttavia, l’attesa pragmatica mi fa temere che le nostre richieste legittime saranno accolte solo parzialmente. Non credo che sia colpa solo della Commissione: ci sono forti pareri divergenti da Paesi come Francia e Spagna, che chiedono di mantenere i termini del 2035 e di introdurre altri elementi, legittimi ma non in alternativa alle nostre richieste» continua Vavassori secondo cui non c’è più tempo per creare consenso. «Mancano consapevolezza e sensibilizzazione da parte di alcune strutture governative di vari Paesi. Per fortuna la nostra è sensibilizzata, ma la situazione è critica, tanto che perfino il cancelliere tedesco Merz ha lanciato un segnale d’allarme. Il tempo stringe e non so più come farci ascoltare. Vediamo come andrà il 10 dicembre, ma siamo disposti anche a organizzare una manifestazione a Bruxelles per evidenziare la nostra posizione».

l’appello di Anfia auspica di rivedere le norme per il triennio 2025-2027 per i veicoli commerciali leggeri e anticipare al primo semestre 2026 la revisione delle quote di CO2 per i veicoli pesanti, perché l‘obiettivo di una riduzione del 45% al 2030 è irrealistico così com’è. «Il 2030 è un punto critico perché il dimezzamento delle emissioni da 93 a 49,5 grammi per km in soli tre anni appare impossibile senza un enorme aumento delle vendite di veicoli elettrici, cosa poco realistica» aggiunge Vavassori.

Cambiare lo scenario del 2035 comporterebbe una rapida ripresa del settore, valutabile secondo una stima del Centro studi Unimpresa tra il 5 e l’8% nel primo triennio post-2035. L’analisi parte da due variabili: la quota di potenziali acquirenti – famiglie e imprese – che, con un obbligo di elettrico puro, rinvierebbero l’acquisto di un nuovo veicolo (stimata tra il 15% e il 20% del mercato), e la quota di questi soggetti che tornerebbero a comprare se l’offerta includesse modelli ibridi o termici ad alta efficienza (stimata tra il 30% e il 40%). L’effetto combinato produce un incremento potenziale delle immatricolazioni pari, in media, al 6,3% rispetto allo scenario regolatorio più rigido. Applicando tale percentuale ai volumi attesi per il 2036 – circa 10 milioni di vetture in Europa in uno scenario di solo elettrico – il numero di auto aggiuntive vendute in presenza di una normativa più flessibile si collocherebbe attorno alle 600.000 unità nel primo anno pienamente interessato dalla misura. Considerando un prezzo medio europeo di 30.000 euro per vettura, il beneficio sui ricavi del settore sfiorerebbe i 18 miliardi di euro annui.

Secondo la simulazione di Unimpresa, l’allentamento del vincolo regolatorio attenuerebbe la caduta temporanea dei volumi associata a una transizione troppo brusca, ridurrebbe il rischio di sovracapacità negli impianti e stabilizzerebbe il mix produttivo durante la fase di riconversione industriale. «A beneficiarne sarebbero anche le Pmi della filiera, che avrebbero un arco temporale più lungo per diversificare attività e investimenti senza l’impatto di una contrazione immediata della domanda di componenti tradizionali – afferma il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora -. Non si tratta di rallentare la transizione, ma di accompagnarla con prudenza e responsabilità, tenendo insieme esigenze ambientali, tutela dell’occupazione e difesa del nostro patrimonio industriale. È da questo equilibrio che passa la credibilità della strategia europea».

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