La tassa sulle acque reflue – efficacemente ribattezzata “tassa sulla pipì” da Lucia Aleotti azionista del colosso farmaceutico Menarini – è solo l’ultimo di una serie di passi volti a responsabilizzare i produttori di alcuni beni per le conseguenze dei comportamenti dei consumatori scaturito dalle fervide menti dei regolatori europei.
Il nuovo balzello europeo, previsto dalla direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane in vigore dal 2025, nasce dall’applicazione, anche al settore farmaceutico, del principio della responsabilità estesa del produttore: in pratica, poiché quando si assume un farmaco alcune tracce possono residuare nelle urine, le aziende farmaceutiche dovranno contribuire a coprire almeno l’80% dei relativi costi di depurazione.
Ci sono due problemi in questa misura evidenziati dall’Istituto Bruno Leoni. Il primo è specifico ed è quello che ha suscitato le proteste dell’industria: la drammatica sottovalutazione dei costi. Le stime più recenti fissano l’asticella attorno ai 10-12 miliardi di euro all’anno a livello Ue, contro gli 1,2 miliardi originariamente preventivati dalla valutazione di impatto. In un contesto in cui i produttori non sono liberi di stabilire i prezzi dei loro prodotti – in quanto tali prezzi non discendono dal mercato, ma da una negoziazione con le agenzie nazionali del farmaco e con l’ulteriore rischio della ghigliottina del payback sanitario a posteriori a bilanci aziendali chiusi – ciò si traduce in una sottrazione di risorse a un comparto cruciale, tra l’altro in un momento particolarmente difficile a causa delle nuove norme statunitensi che mettono sotto pressione i prezzi europei. Di fatto, in tal modo si indebolisce la capacità innovativa delle imprese farmaceutiche europee e si arreca un danno indiretto ai malati.
Il secondo problema evidenziato dall’IBL, è più ampio e riguarda, in generale, la responsabilità estesa del produttore, cioè l’assunzione per cui sia più “efficiente” far pagare al produttore alcuni dei costi legati all’utilizzo dei prodotti. È lo stesso principio per cui alcuni costi (e, in taluni casi, obblighi) relativi allo smaltimento di beni quali i Raee dei rifiuti elettronici, gli imballaggi e gli pneumatici vengono imposti al produttore. Si presume che questo, da un lato, creerà un incentivo a minimizzare i rifiuti; dall’altro, lo smaltimento ne sarà comunque più facile da finanziare.
Nel caso dei farmaci, questo vale fino a un certo punto: che i residui vadano nelle urine non è un difetto ma un obiettivo imposto dai regolatori europei, i quali giustamente vogliono evitare che i composti si accumulino nell’organismo. Ma, al di là di questo, se la logica è “chi inquina paga”, non è affatto scontato che “l’inquinatore” sia il produttore, come se il consumatore ne fosse un’appendice passiva e priva di volontà. Oltre al fatto che il servizio di fognatura e di depurazione è già pagato a caro prezzo dai cittadini allacciati al servizio di acquedotto.
A questo riguardo Aleotti bolla il provvedimento come l’ennesima «politica anti-industriale. È stato stimato che questa tassa vale 12 miliardi di euro all’anno pagati dalle aziende: vuol dire dieci nuovi farmaci che non verranno sviluppati. Cina e Stati Uniti sovvenzionano le loro aziende e l’Europa fa la “tassa sulla pipì”».
La “tassa sulla pipì” è contradditoria in sé, rileva Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, e Michele Uda, direttore generale di Egualia, nel corso dell’audizione alla Commissione Politiche Ue del Senato. La filiera dell’industria farmaceutica italiana «ribadisce la necessità di risolvere le criticità contenute nel sistema EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) che, se introdotto senza modifiche, rischia di compromettere in maniera irreversibile la sostenibilità del comparto rischiando di acuire il fenomeno delle carenze di medicinali, in contraddizione con altre iniziative della stessa Unione europea».
Ancora una volta, dalle parti dei palazzi europei che ospitano la Commissione e l’Europarlamento la fuffa della pochezza politica ammantata da ideologismo ecologista alberga e prospera bellamente, sospinta anche dai munifici appannaggi erogati dai cittadini europei che, in cambio, ricevono leggi scombinate, provvedimenti che affossano quel benessere di cui l’Unione europea va – meglio sarebbe incominciare a dire andava – fiera, a partire da quel benessere diffuso che altrove, ad iniziare dagli Stati Uniti, è solo un utopia.
E se l’Unione europea sta già provando l’ebbrezza degli insuccessi di due Commissioni a guida Ursula von der Leyen, donna del “tutto di più”, ma in peggio, che hanno già devastato gran parte dell’industria manufatturiera, non paga ora punta con decisione sull’ultimo baluardo industriale che ancora sopravvive colpendolo a suon di tasse sulle minzioni. Davvero, dell’incontinenza legislativa – di quella fisiologica non è dato sapere – di Ursula, gli europei hanno passato il limite di tolleranza.
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